La terra dei fuochi liberi, incontrollati e tossici (seconda parte)

Nella prima parte ho scritto in merito alle ricerche scientifiche che, da anni, fanno ritenere estremamente dannose, per la salute pubblica e l’ambiente, le combustioni di biomasse, in particolare se effettuate all’aperto. Non che bruciare legna, o pellet, nel caminetto sia operazione innocua, anzi, lo vedremo più avanti. Sostanze nocive e cancerogene, tra cui polveri sottili e diossine, vengono emesse dalla combustione di materiale anche solamente vegetale, come sfalci agricoli o potature. Peggio ancora se il materiale vegetale è umido, o entrato in contatto con l’acqua marina, ad esempio, quando proviene da spiaggiamenti che non di rado avvengono in inverno in Liguria.

Abbiamo anche visto le norme che regolano, o che dovrebbero regolare a livello nazionale, tali combustioni quando rientrano nella deroga prevista, ovvero quando si tratta di materiale vegetale proveniente da sfalci agricoli o forestali. Mentre rimane tuttora vietato e sanzionato qualsiasi altro tipo di combustione, anche solamente di biomasse, di altra provenienza, tra cui le potature di terreni privati non agricoli e di parchi urbani, in quanto equivalenti al reato di incendio di rifiuti abbandonati, punito con la reclusione da due a cinque anni [art.256-bis del T.U. ambientale, D.Lgs. n.152 del 3 aprile 2006 e ss.mm. e ii.].

Non ultimo, poi, si è vista la scarsa attenzione (e anche conoscenza) da parte delle autorità che dovrebbero regolare e controllare, a livello locale, le combustioni in ambito agricolo o forestale e reprimere le altre tipologie, o sanzionarne le modalità errate. Attività che, quando consentite, devono rispettare precisi limiti giornalieri (3 metri steri per ettaro) e alcuni criteri operativi (spesso disattesi). Avviene, però, che ci si trova troppo spesso a notare che si tratta di combustioni in totale violazione delle norme, in quanto attinenti a giardini privati, o che sono effettuate in aree urbane. In quest’ultimo caso, ancora più facilmente, sono fuochi in grado di arrecare fastidio (e gravi danni alla salute) dato che si svolgono in prossimità di aree abitate, cosa che però avviene (con buona frequenza) anche per le combustioni considerate agricole o forestali, ma effettuate in prossimità di aree abitate. Oltre a ciò, in Italia è anche evidente il fenomeno dei roghi, ben più tossici di quelli qui descritti, che non viene represso.

Le Grazie (2015)
Le Grazie (2015)

In questo articolo vorrei, invece, soffermarmi su una serie di osservazioni che ho potuto effettuare localmente nell’ultimo trimestre del 2015 (qualcosa è già stato anticipato e le immagini a corredo sono solo un esempio), periodo “tradizionalmente” più fecondo di “abbruciamenti” (purtroppo dura per buona parte dell’anno) in ogni dove (area urbana, demanio marittimo, piena zona boschiva, area parco), in qualsiasi condizione meteo (pioggia, vento, clima secco come il passato autunno), senza alcun rispetto delle quantità giornaliere (si taglia e si brucia a ritmo continuo, anche con più fuochi contemporanei). Insomma, la legge c’è ma è come se non esistesse, tranne in rare eccezioni.
Ebbene, dai miei rilievi, certamente non scientifici ma ben documentati, ho potuto appurare che nell’area di pochi chilometri quadrati, all’interno della provincia della Spezia, che include il paese di Portovenere, Le Grazie e il fronte rivolto a Portovenere dell’isola Palmaria, tra settembre e dicembre 2015: si è bruciato all’aperto praticamente ogni giorno, dal lunedì alla domenica.

Portovenere (2015)
Portovenere (2015)

Nei giorni peggiori ho potuto riscontrare anche 7 fuochi distinti (su terreni e aree diverse) nell’arco di 30 minuti. Va anche tenuto conto che le mie personali osservazioni sono sicuramente parziali e limitate, il fenomeno è quindi ben più ampio e frequente rispetto a quanto ho potuto annotare.
Non di rado, ho potuto notare i fumi raggiungere Portovenere e la zona Olivo dalle alture delle Grazie o anche dall’area limitrofa al Varignano. Quasi sempre, era impossibile non sentire l’odore acre del fumo di queste combustioni attraversando in auto Le Grazie. Paese, in alcuni giorni, circondato e lambito da più fuochi contemporanei, sia in ambito urbano che non, quasi un inferno dantesco. Tanto che, mi risulta estremamente difficile capire, come gli abitanti di questi luoghi non possano percepire questa condizione come estremamente fastidiosa e nociva, evidentemente assuefatti a tali pratiche ritenute “normali”.

Portovenere (2015)
Portovenere (2015)

In tale ambito sarebbe interessante avere i dati riguardanti le cause di morte della zona, peraltro anche in correlazione con i fumi ENEL, come evidenziato in alcuni articoli di Daniela Patrucco del 27.02.14 e del 18.06.13. E’, quindi, necessario che ognuno di noi ponga attenzione a tutto questo, perché ciò che molti giudicano normale, in realtà, è causa principale di morte nell’Unione Europea. Cosa non secondaria, inoltre, è che buona parte delle sostanze nocive prodotte da queste combustioni non attraversa il nostro corpo per poi defluire altrove, ma permane e si accumula fino alla morte, naturale o meno. Mi chiedo, quindi, quale sia la quantità totale di vegetazione combusta in questi pochi chilometri quadrati nell’arco di questi tre mesi, quale sia l’equivalente in sostanze nocive (o gas serra), disperse nell’aria o nel terreno e nelle acque, sotto forma di gas, polveri sottili e ceneri.

La Grazie (2015)
La Grazie (2015)

Mi chiedo poi, portando su scala nazionale quanto rilevato localmente, se ISPRA e gli altri enti che dovrebbero misurare tali emissioni (anche a livello europeo), considerano questo pezzo di mondo che va in fumo. Una parte di mondo poco controllato dalle nostre norme e da chi dovrebbe applicare quelle fallaci che ci sono. Qualcuno, però, ben più addentro a queste tematiche di me (basta poco) ci ha fatto i conti in tasca, prendendo spunto dall’impennata misteriosa del tasso di mortalità rilevato dall’ISTAT nel 2015, con i decessi aumentati dell’11,3%, equivalenti a +67mila decessi rispetto al 2014.

Portovenere (2015)
Portovenere (2015)

Ebbene, Dario Faccini fa un’analisi molto precisa, scientifica, alla ricerca di un colpevole nascosto e mette in correlazione l’inquinamento atmosferico (che non subisce miglioramenti, nonostante la diminuzione delle emissioni prodotte dalle auto) con l’aumento delle emissioni del settore residenziale, in particolare della legna e del pellet al posto del metano e dell’olio combustibile. Dato che legna e pellet emettono 100 volte più PM2,5 rispetto a Gasolio e GPL, e 2000 volte di più rispetto al metano. Ed ancora, Faccini approfondisce in un secondo articolo affermando che: Le biomasse nel residenziale sono responsabili non solo della maggior parte del particolato PM2,5 emesso, ma anche del monossido di carbonio e di quasi la metà delle diossine e furani. Vedremo nel prossimo articolo che c’è un’altra classe di inquinanti in cui l’uso biomasse sta dando un contributo fondamentale. Anche per altri inquinanti in cui l’apporto delle biomasse non è quello principale (COVNM, PCB, HCB) si osserva una tendenza all’aumento delle emissioni causate da legna e pellet nel periodo 1990-2013, da 2 a 4 volte..

Isola Palmaria (2015)
Isola Palmaria (2015)

Non sono buone notizie, tutto quanto fa riflettere sugli effetti del tradizionale “fuoco campagnolo” per pulire il terreno, quando ciò non è anche dettato dalla pigrizia e stupidità dell’utente urbano (molto diffuse qui, come in buona parte della provincia e delle periferie italiane) quando brucia il proprio mucchietto di sterpaglia e potature, o di aghi di pino. Materiale che, ben ridotto, poteva benissimo finire nella pattumiera dell’umido, senza grande sforzo e sofferenza, anche da parte dell’azienda di smaltimento, se non ancora più intelligentemente, spazio permettendo, riversato in un angolo per il compostaggio. Ma del compostaggio ne può usufruire anche il contadino, senza grandi fatiche in più, rispetto al taglia e brucia che non fa bene alle vie respiratorie pure a lui. Lo dimostra, con piglio molto pragmatico, l’articolo del gruppo “Coltivare Condividendo”, nel quale si mette in pratica il metodo del “cumulo di coltivazione” o “lasagna”, spiegato nel dettaglio e con fotografie. Cari contadini di mestiere o per hobby, perché non prendere in considerazione questo metodo la prossima volta, invece di inquinare noi e voi stessi?

Ma certamente le soluzioni potrebbero non finire qui, se qualcuno conosce altre modalità alternative ed ecocompatibili alla combustione per smaltire gli sfalci me lo faccia sapere, ne farò un vademecum. Ad ogni modo, altra risorsa non secondaria è il riciclo, ad esempio ai fini della produzione dei materiali per la bio-edilizia. Ma il problema principale, se non si passa alla vasta diffusione del compostaggio in loco, rimane la cessione del materiale di scarto. In tal caso bisognerebbe pensare ad una normativa ad hoc per dare un impulso alla formazione di consorzi (ad esempio sul modello olii usati o dei RAEE), che dovrebbero avere una diffusione capillare, prevedendo sconti fiscali e facilitazioni. Anche in questo caso, però, il punto negativo rimane il fatto che vi debbano essere mezzi meccanici, probabilmente inquinanti, adibiti alla raccolta ed al trasporto degli sfalci, motivo in più per favorire il compostaggio ad ogni livello e su ampia scala, aziendale e domestica.

Le soluzioni e le buone politiche, comunque, non mancano, si tratta in primo luogo di diffondere la buona volontà politica sia a livello locale, che nazionale, e di smuovere la pigrizia mentale nelle istituzioni e tra i cittadini, perché mantenere invariate le proprie abitudini o “tradizioni” non sempre è una buona scelta per il futuro.