Archivio mensile:aprile 2016

L’Italia è una repubblica sfondata sul lavoro

photo credit: <a href="http://www.flickr.com/photos/53098051@N02/26181787621">Decay</a> via <a href="http://photopin.com">photopin</a> <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.0/">(license)</a>Non so quanto dipenda da direttive centrali e quanto dalla mentalità dei tempi, fatto sta, sempre più spesso, nei fatti comuni od eclatanti degli ultimi decenni, troviamo i binomi alternativi e contrastanti tra lavoro e salute, o lavoro e ambiente.
Pare che, ormai, per i governi italiani e buona parte delle istituzioni al seguito, non vi possa essere lavoro senza contestuali e inevitabili danni alla salute, o all’ambiente. Uno degli esempi recenti più eclatanti e feroci è stato, ed è, il caso Ilva di Taranto, ma molti altri se ne potrebbero fare, dal passato remoto in poi.
Ebbene, per il caso Ilva si è discusso ampiamente, ma quando si tratta di posti di lavoro (in quel caso molti) la salute e l’ambiente cominciano a scendere sempre più in basso nella scala dei valori. Il buon detto “l’importante è la salute” diventa “lavora e lascia morire”. In casi dove aziende fortemente inquinanti chiedono di proseguire l’attività, anche in barba alle leggi a tutela della salute e dell’ambiente, si è visto uno scontro altrettanto cruento e paradossale fra governo e magistratura, l’una a tutela delle aziende (più dei posti di lavoro) e l’altra a difesa della salute e dell’ambiente, semplicemente in applicazione delle leggi vigenti, o del dettato a valenza comunitaria denominato “principio di cautela”.
Qualche giorno fa, con il disastro a Genova sul torrente Polcevera, non si era quasi bloccato lo sversamento, che già qualcuno diceva “ma bisogna lavorare”, bene, allora non fermiamoci nemmeno e continuiamo a sversare. Sversa che ti passa, la voglia di vivere, non di lavorare.
Insomma, ormai siamo ad un paradosso acquisito, la nostra è una repubblica dove il lavoro prescinde dalla salute e dall’ambiente, punto.
Il nostro è, più che un paradosso, un ossimoro elevato a stile di vita, a buona amministrazione, a #italiaripartescarichiaparte.
Quindi il cielo è sempre più blu, ma suvvia sulla tinta non ci formalizziamo.
E questo diktat, arrivato con circolare o con influsso mentale, o affaristico, impregna media, strutture istituzionali e rapporti sociali.
Uno dei casi che trovo ripetersi, davanti ad abusi ambientali conclamati, è quando gli stessi rappresentanti delle autorità dicono: “… però devono lavorare…”, anche quando si tratta di due persone (non dell’Ilva di Taranto). Perciò, suvvia, le leggi, l’ambiente, la salute che sono di fronte a qualcuno che deve lavorare e che tiene famiglia? Se poi inquina, se poi fa del male pure a se stesso (e agli altri), che importa?
Ma mi chiedo, una persona che dovrebbe far rispettare le regole e non lo fa, nel nome del “devono lavorare”, segue una circolare interna, una moda o altri ragionamenti che mi sfuggono? E ancora, quante sono le persone in Italia che ragionano, o che hanno imparato una lezione del genere, come questo sig. tenente?
Se questo è il futuro che prevede il nostro governo, mi permetto di dire no, non mi va bene sig. presidente, o sig. tenente. Questo futuro fatevelo da un’altra parte. Emigrate voi! Non io, perché vorrei che in questo paese restassero coloro che lo vogliono cambiare in meglio, non in peggio.

photo credit: Decay via photopin (license)

FACEBOOK, mi hai rotto i cabasisi! Empathy è molto meglio!

pollice giù Era da tempo che lo volevo scrivere: FACEBOOK, mi hai rotto i cabasisi!

E da tempo volevo scrivere un articolo sulle relazioni tra il più potente dei social network e una rappresentazione malata di democrazia sociale, vincolata al più rigoroso ed ottuso accentramento, a danno di una reale libertà delle opinioni e della privacy (per chi usa il mezzo in maniera inconsapevole), che favorisce lo scontro sociale di bassa lega, a danno di coloro che usano argomenti scomodi, benché nel rispetto, non solo delle leggi ma, dell’educazione e con senso civico.

Di essere sbattuto fuori dal proprio account Facebook, per qualche tempo, non è capitato solo a me, ma ad altri come me, ovvero persone in grado di elaborare informazioni, pensieri e concetti in maniera autonoma dalla maggioranza non pensante e inerte. Opinioni e notazioni magari scomode ai più, soprattutto all’interno di piccole comunità locali culturalmente depresse, o magari ritenute aggressive anche se prive di contenuto offensivo o diffamatorio.

Il motivo addotto da Facebook, ormai consueto, è “riteniamo che ci siano delle attività sospette sul tuo account“… ah ahaaa! E quindi, divertiti con questi giochini di riconoscimento delle foto dei tuoi amici, per farci capire se sei un uomo o una gallina, oppure fai girare questo programmino per vedere se ci sono virus sul tuo computer. Tutte cose che poi compiute diligentemente non portano assolutamente a nulla, se non alla conferma del blocco sull’account fino a data da destinarsi. Nell’ultima occasione (in corso e con sparizione degli ultimi post), senza nemmeno poter comunicare messaggi (più che altro imprecazioni) all’assistenza (parola grossa), se non tramite un escamotage tecnico che non so se darà i propri frutti nel breve periodo. Le attività sospette per loro sono taggare troppe persone, cosa che faccio raramente, se non in casi eccezionali, perché la ritengo una forma di prepotenza, ma non di meno vedo chi tagga decine di account alla volta a ripetizione senza problemi. Oppure condividere in breve tempo un post su diversi account o gruppi, facendo pensare che, se scrivessi e cliccassi meno velocemente, eviterei di essere scambiato per un’attività sospetta, ovvero un virus o un programmino che in maniera automatica svolge tale funzione.

Però questi sono dettagli, il nocciolo è che non vedo mai sparire persone che scrivono offese e minacce, magari abitualmente, mentre gli unici di cui so avere avuto disavventure con mr. Facebook, sono persone che come me scrivono cose che ad alcuni fanno venire l’orticaria papulosa, ed allora, francamente, mi viene il dubbio che alla base dell'”attività sospetta” a mio carico ci sia ben altro che un virus o un robottino, e che questa non sia altro che una forma ipocrita e molto orwelliana, modello 1984.

Ma, a prescindere da tutto ciò, il fatto di vedermi sbattere fuori e tarparmi le ali mi fa venire una rabbia pazzesca, eh già, perché Facebook ingenera una maledetta forma di dipendenza, più o meno grave in tutti noi che lo utilizziamo, che si fa sentire quanto sei forzato a non poter utilizzare il tuo account, quasi come qualcuno ti avesse imbavagliato. Ciò mi fa riflettere sul senso di questo social network, totalmente accentrato nel controllo, totalmente sordo alle richieste o rimostranze, che in più sfrutta i propri iscritti, o meglio “coscritti” anche se volontari, adulandoli o rimproverandoli: se spendono o non spendono soldi per veicolare pubblicità, oppure se attirano o non attirano folle festanti. Tutto ciò gonfiando o sgonfiando i dati statistici di accesso alle proprie pagine o ai propri post. Si, perché chi crede completamente ai dati sugli accessi veicolati da FB, farebbe bene a mettere su un blog e a farne uno studio comparativo e ponderato.

L’invaso idraulico di FB è, poi, una grande pozza dove sguazzano gli apparati di governi democratici e non, aziende multinazionali e non, o altri enti che lavorano sui big data, a volte con intenti poco puliti. Lo sappiamo da tempo, il loro scopo è profilarci, commercialmente quando va bene, o sfruttare con algoritmi complessi quel non detto, ma chiaro dall’incrocio di dati e fonti diverse, che porta all’invadenza nella sfera più privata, che se sfruttata per scopi pesantemente commerciali o per fini ancora più invasivi, porta all’azzeramento dei diritti e della libertà, soprattutto in realtà politiche e sociali prive di adeguati anticorpi, se non in regimi dove la democrazia non è nemmeno sulla carta.

Per esperienza sul campo, posso affermare che FB non fa una piega se ti offendono, minacciano o se ti diffamano (per la verità può succedere anche di peggio con la nostra giustizia), mentre è estremamente reattivo se infastidisci con le tue sole opinioni un certo numero di persone. Mr. FB segue, cerca e sfrutta i gruppi di persone con pensiero normalizzato, non ha altri punti di riferimento, nella carta costituzionale del social network made in USA, sostanzialmente, è scritto che: la maggioranza nei gruppi sociali ha sempre ragione, a prescindere che il gruppo si chiami “Ku Klux Klan” o “Amici dei violentatori”.

E allora, siamo sicuri che ne valga la pena continuare a foraggiare questo mostro senza testa e senza orecchie, ma con un neurone che controlla tutto e si vende al migliore offerente?

No, francamente, vorrei che ci si liberasse di questo pseudo-social network e si fondasse un vero social network, open source e decentrato, perché è importante sapere come funziona, perché la trasparenza non ha senso solo nelle democrazie autentiche, ma anche nelle stesse emulazioni, come la rete internet stessa. E allora, come mai ancora nessuno ha pensato a fondare un social network privo di controllo centrale, open source e che sappia ascoltare i propri iscritti? Io lo chiamerei: Empathy, il network che mostra empatia nei confronti delle persone e non arroganza ed ottusità come FB, al servizio delle potenze. Sarei il primo ad iscrivermi se non a fondarlo… chi ci sta?

Breviario: governo, caso Guidi e due di picche

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  1. ovviamente per Renzi e il governo (come il buon B. di una volta) la colpa è delle intercettazioni e di questi fastidiosi magistrati che fanno il proprio dovere;
  2. quei magistrati che il proprio dovere non lo fanno, invece, stanno bene dove sono, magari in ruoli politico-istituzionali;
  3. i ministri epurati non sono mai del “Giglio Magico” renziano, ma più facilmente in quota alleati esterni-interni (FI, NCD ora AP), come la Guidi o Lupi;
  4. la ministra Boschi, toccata dal caso banche e dallo stesso caso Guidi, non viene messa in discussione: “indimettibile” (neologismo boschiano. Dopo “petaloso” che dice la Crusca?);
  5. il caso banche (Boschi) e il caso petrolio (Guidi) ci fanno capire che il governo ha tentato un’operazione impossibile, ovvero: mettere lupi nel pollaio, sperando che con le galline, quantomeno, facessero gli indifferenti;
  6. il referendum anti-trivelle è una vera dannazione per il Renzi, più politicamente che per i reali effetti di una eventuale vittoria del si. Non a caso il governo chiede l’astensione, e ora, con il caso Guidi, capiamo ancora meglio il senso dell’astensione voluta dal ragazzo prodigio del PD;
  7. il caso Guidi consoliderà la coalizione massonica con Verdini e la stessa Forza Italia, che finge di chiedere le dimissioni del governo;
  8. colui che gode di più in tutto questo è Alfano, il ministro incapace che condiziona politicamente, anche se vale come il due di picche, in quanto il peso del suo partito sulla scala politica è: non pervenuto.

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