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2014_01_09 Parere ISPRA 1128

La salute, dopo di tutto. Abbruciamenti in spiaggia una pratica cancerogena

Alcuni Comuni continuano ad autorizzare i falò in spiaggia, ma per ISPRA: “Non si ritiene, invece, opportuno, sotto il profilo ambientale e della tutela della salute, sottoporre il materiale ligneo ad abbruciamento in situ, anche in considerazione dell’elevata produzione di particolato e di altre sostanze nocive prodotte dalla combustione della legna in condizioni non ottimali.“.

In questa penisola siamo abituati a vedere (e a subire) permanentemente, il primato di tutte le questioni possibili ed immaginabili a danno della nostra salute e dell’ambiente.

Il lavoro e i lavoratori dell’ILVA vengono prima dei morti di cancro, il referendum spezzino sulla centrale ENEL a carbone viene dopo, i livelli di arsenico nell’acqua in diverse zone del centro Italia vengono dopo, quindi si alzano i livelli tollerati per legge. Se ne potrebbero fare a migliaia di esempi. Il lavoro, gli interessi economici e il metodo più semplice per risolvere, prevalgono sempre sulla salute pubblica. E chissenefrega!

Fra tutto ciò, troviamo una pratica deleteria per la salute e l’ambiente andare alla grande nel nostro paese, anche in violazione delle direttive europee (speriamo arrivi presto una sanzione), la pratica delle combustioni di materiali vegetali open air. Normale prassi agricola? Già. Normale prassi agricola idiota e cancerogena. Idiota perché esistono anche in agricoltura metodi intelligenti di compostaggio, ne avevo scritto qui. Cancerogena perché da tempo, studi tecnico-scientifici, indicano la combustione di legna e biomasse, fonte di diossine, particolato, benzene ed altre sostanze dannose, CANCEROGENE, per la nostra salute e l’ambiente. Sostanze che entrano nell’ecosistema, che respiriamo, beviamo, mangiamo e si accumulano nel nostro organismo per tutta la vita. Ne avevo già scritto qui.

Pure i semplici caminetti a legna (e stufe a pellet) sono fonte elevata di inquinamento, ben conosciuta in Europa. Le varie agenzie regionali per la protezione dell’ambiente lo sanno bene, alcune molto bene e lo scrivono (Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna), altre lo sanno ma fanno finta di non sapere, o di sapere meno. A questo proposito vi invito a vedere la puntata del 20.11.17 di REPORT su RAI3. Questa una parte introduttiva:

“Oggi il riscaldamento a legna pesa per il 65% sul totale delle emissioni nazionali di particolato, per il resto causate da traffico, attività agricole e industriali. Ma c’è differenza tra un camino tradizionale aperto e una stufa ad alto rendimento energetico, che consuma poco e di conseguenza emette meno polveri nell’aria. La legna è considerata fonte energetica rinnovabile e in quanto tale andrebbe favorita secondo l’accordo sul clima di Parigi firmato dall’Italia. Dipende però da come si brucia. Secondo l’Arpa Lombardia una tonnellata di legna permette di evitare l’emissione di circa 80 kg di CO2 se bruciata in un camino aperto e di circa 900 kg di CO2 se bruciata in una stufa efficiente.”

Detto ciò, appare del tutto assurdo che si continui a praticare la combustione del materiale legnoso (o anche solo vegetale) sulle spiagge, quando periodicamente ci ritroviamo il problema degli accumuli dovuti alle condizioni meteo-marine. Anche in questo caso, viene prima la soluzione facile, liberarsi prima possibile del materiale, invece di pensare a tutelare la nostra salute e l’ambiente. Non solo, questo materiale “naturale”, ha subìto una vera e propria “contaminazione” entrando in contatto con i sali di sodio dell’acqua marina, perciò materiale che combusto genererà una: “(…) “elevata produzione di particolato e di altre sostanze nocive prodotte dalla combustione della legna in condizioni non ottimali.” (…)”. Lo scrive ISPRA nel suo parere dato alla Regione Liguria n.1128 del 09.01.14.

2014_01_09 Parere ISPRA 1128

Quindi, ISPRA non ritiene opportuno per ambiente e salute bruciare la legna spiaggiata “in situ”, ovvero sulle spiagge. E nelle pieghe della frase: “… particolato e di altre sostanze nocive prodotte dalla combustione della legna in condizioni non ottimali.“, si vuole intendere che quella legna, non solo ha assorbito sali di sodio, ma che bruciarla all’aria aperta, ad un punto di combustione più basso (rispetto ai caminetti, soprattutto quelli chiusi) è ulteriore causa di produzione di sostanze nocive… diciamolo chiaro cancerogene!

Detto questo che abbiamo? Come ogni anno la solita giostra delle ordinanze comunali, lungo tutto la penisola, in particolare in Liguria e Toscana (v. Lerici e Ameglia in provincia di La Spezia), che non solo allargano le maglie già ben allargate di una normativa all’italiana (in violazione delle direttive europee sulla qualità dell’aria), ma che addirittura citano il parere ISPRA qui sopra e ne omettono, guarda caso, l’ultimo comma, quello in cui non si ritiene opportuno l'”abbruciamento in situ“. Tra l’altro, mi pare che ISPRA sia stata già molto “generosa” nel concedere ai privati di bruciare tali rifiuti da trattare a casa propria, con buona pace della salute di tutti. Vediamo, almeno, di evitare di danneggiare la gente che abita lungo i litorali, ambiente incluso.


Aggiornamento del 27.12.17

Grazie a Sondra Coggio per sensibilizzare sull’argomento che pare ostico a chi dovrebbe tutelare la salute pubblica. Aggiungerei anche il fatto che appare chiaro che tale materiale spiaggiato non sia derivato direttamente da attività in qualche modo organizzata, perciò equivalente a rifiuti abbandonati e/o depositati in maniera incontrollata. Cosa c’è di più incontrollato di uno spiaggiamento dovuto a eventi meteo-marini? Quindi pare chiaro, oltremodo chiaro, che possa applicarsi l’art.256-bis del testo unico ambientale (D.Lgs. n.152 del 03.04.2006) per il quale: “Art. 256-bis. (Combustione illecita di rifiuti). 1. Salvo che il fatto costituisca piu’ grave reato, chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati ovvero depositati in maniera incontrollata e’ punito con la reclusione da due a cinque anni. Nel caso in cui sia appiccato il fuoco a rifiuti pericolosi, si applica la pena della reclusione da tre a sei anni. Il responsabile e’ tenuto al ripristino dello stato dei luoghi, al risarcimento del danno ambientale e al pagamento, anche in via di regresso, delle spese per la bonifica.“. Evitando e tagliando corto su tutti gli altri sprechi di parole, grazie ad una normativa sempre ambigua, ma non in questo caso.

Da noi si smaltisce così: bruciando

30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti
30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti

Siamo a Pasqua, tanti turisti e si festeggia con i fuochi… d’artificio? Non proprio, sempre d’artificio sono, ma non sono come quelli che si usano per le luci e i colori, questi si usano per smaltire i rifiuti, si spera solo vegetali. E’ una speranza che poi lascia il tempo che trova perché, comunque, fanno un bel danno, come più volte scritto in precedenza e non solo da me. Non ci si stancherà mai abbastanza di far capire che: bruciare legna o sfalci vegetali non è un’attività innocua, ma genera emissioni di particolato, diossine e numerose sostanze nocive alla salute ed all’ambiente, come ripetuto in, ormai innumerevoli, articoli scientifici o divulgativi. Uno per tutti: “Inquinamento: tutti i banditi e i mandanti”, di Dario Faccini per ASPO Italia.

30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti
30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti
30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti
30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti
30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti
30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti

Ebbene siamo alle solite, ma di più, i fuochi di oggi alla Palmaria si sono fatti in grande, fiamme e fumo ben evidenti per diverse ore (circa tre), senza che nessuno vedesse nulla, tranne i turisti che vi passavano tranquillamente davanti in traghetto e che si saranno chiesti: che si festeggia? Si festeggia lo spirito indomabile degli italiani, come sempre restii, non tanto a rispettare le leggi o a farle rispettare, ma a capire quale danno fanno a loro stessi ed al loro ambiente, pure davanti a orde di turisti impegnati a vedere i fuochi… scusate… le bellezze dei nostri luoghi.
Cari turisti, ditelo e scrivetelo, che qui non si facevano enormi braciole per il godimento culinario, ma più semplicemente si smaltiva spazzatura, garbage, monnezza! Da noi usa così, siamo amanti delle tradizioni, forse con nostalgia pensiamo a quelle antiche braciole di streghe e di santi. Guarda caso, proprio in zona, c’è la chiesa di San Lorenzo, non per nulla in graticola e in bell’evidenza sull’ingresso, sarà per ricordarci di lui?
Credo di no, credo che la questione sia ben più profana: in mancanza di servizi adeguati di smaltimento, e in mancanza di intervento di coloro che le norme le dovrebbero fare rispettare, si va avanti alla giornata e ognuno smaltisce come può.

Ma non si scriveva, dopo il passaggio di molti terreni ed immobili dalla Marina Militare al Comune di Portovenere, che ora ci sarà un’attenta vigilanza da parte delle locali associazioni ambientali all’ambiente e alla valorizzazione di quest’isola, la Palmaria? Come vedete, questo dei fuochi è una modo di valorizzare l’ambiente che evidentemente non disturba queste associazioni e molti ambientalisti, dato che da anni si va avanti così e da anni chi scrive su questi scempi ambientali, evidentemente di serie C, in zona siamo forse in due (anche se orgogliosamente) io e Daniela Patrucco di SpeziaPolis.

2016_03_24 multa fuochi Marinella
Di rado, però, càpita che ci sia qualcuno, in qualche altra parte d’Italia (non lontano da qui), che le norme in vigore le applica, è il caso avvenuto pochi giorni fa a Fiumaretta, nel Comune di Ameglia, altra combinazione, paese dell’ex-sindaco Giacomo Raul Giampedrone, ora super-assessore regionale della Liguria con una valanga di deleghe “Lavori pubblici, Infrastrutture e Viabilità, Ambiente e Tutela del territorio, Parchi, Ecosistema costiero, Ciclo delle Acque e dei Rifiuti, Protezione civile, Difesa del suolo“, e scusate se è poco, praticamente il viceré di Giovanni Toti, ex porta-gaffes di Berlusconi, che ora porta direttamente le proprie, vedasi “i tre marò” da Bruno Vespa, Novi Ligure in Liguria, l’isola Palmaria come “la Capri ligure” e varie altre, di cui l’ultima in ordine cronologico: “più parcheggi interrati per tutti alle Cinque Terre”. Persone, insomma, con una buona conoscenza e sensibilità ambientale. Ebbene, proprio in quel di Ameglia, la Guardia Costiera ha osato multare un balneatore, una razza ben protetta da queste parti, anche se non a rischio di estinzione. Non oso pensare cosa possa succedere d’ora in poi nella patria del “taglia e brucia, se poi accendi sulla spiaggia c’è anche più gusto”. Probabilmente è la Guardia Costiera che rischia l’estinzione, a partire da Fiumaretta.

Acqua… fuochino… fuochino… FUOCO!

Sulla scia (il termine non è casuale) degli articoli inerenti gli abbruciamenti agricoli, forestali e non, riporto un paio di immagini ad esempio di ciò che avviene ogni giorno ed avveniva alcuni giorni addietro. Come si può notare, le condizioni atmosferiche di bassa pressione non consentono ai fumi di elevarsi.

Nel primo caso, a Cadimare (SP), le emissioni seguono due percorsi diversi (anche in ragione di due fuochi diversi, da quanto può interpretarsi dall’immagine), uno sul fronte dell’abitazione, tende ad alzarsi per un tratto per poi curvare a sinistra, ed un altro sul retro della casa, più sul crinale della collina, diventa incredibilmente simile a foschia, o nebbia, trasformandosi in una lunga lingua di fumo che segue il profilo collinare verso sinistra. La nebbia, vi assicuro non c’entra nulla.

Cadimare (2016)
Cadimare (2016)

Nel secondo caso, sulle alture delle Grazie (SP), il fumo si alza ben poco per poi allargarsi e discendere verso il centro urbano. Uno dei frequentissimi casi che rendono spesso Le Grazie un po’ la Milano locale, comunque con condizioni ambientali che ricordano più una metropoli che un paese di mare.

Le Grazie (2016)
Le Grazie (2016)

Tutto ciò non contribuisce, sicuramente, al benessere della popolazione.

Per chi vuole approfondire il tema trova i miei articoli nel “dossier fuochi“.

La terra dei fuochi liberi, incontrollati e tossici (seconda parte)

Nella prima parte ho scritto in merito alle ricerche scientifiche che, da anni, fanno ritenere estremamente dannose, per la salute pubblica e l’ambiente, le combustioni di biomasse, in particolare se effettuate all’aperto. Non che bruciare legna, o pellet, nel caminetto sia operazione innocua, anzi, lo vedremo più avanti. Sostanze nocive e cancerogene, tra cui polveri sottili e diossine, vengono emesse dalla combustione di materiale anche solamente vegetale, come sfalci agricoli o potature. Peggio ancora se il materiale vegetale è umido, o entrato in contatto con l’acqua marina, ad esempio, quando proviene da spiaggiamenti che non di rado avvengono in inverno in Liguria.

Abbiamo anche visto le norme che regolano, o che dovrebbero regolare a livello nazionale, tali combustioni quando rientrano nella deroga prevista, ovvero quando si tratta di materiale vegetale proveniente da sfalci agricoli o forestali. Mentre rimane tuttora vietato e sanzionato qualsiasi altro tipo di combustione, anche solamente di biomasse, di altra provenienza, tra cui le potature di terreni privati non agricoli e di parchi urbani, in quanto equivalenti al reato di incendio di rifiuti abbandonati, punito con la reclusione da due a cinque anni [art.256-bis del T.U. ambientale, D.Lgs. n.152 del 3 aprile 2006 e ss.mm. e ii.].

Non ultimo, poi, si è vista la scarsa attenzione (e anche conoscenza) da parte delle autorità che dovrebbero regolare e controllare, a livello locale, le combustioni in ambito agricolo o forestale e reprimere le altre tipologie, o sanzionarne le modalità errate. Attività che, quando consentite, devono rispettare precisi limiti giornalieri (3 metri steri per ettaro) e alcuni criteri operativi (spesso disattesi). Avviene, però, che ci si trova troppo spesso a notare che si tratta di combustioni in totale violazione delle norme, in quanto attinenti a giardini privati, o che sono effettuate in aree urbane. In quest’ultimo caso, ancora più facilmente, sono fuochi in grado di arrecare fastidio (e gravi danni alla salute) dato che si svolgono in prossimità di aree abitate, cosa che però avviene (con buona frequenza) anche per le combustioni considerate agricole o forestali, ma effettuate in prossimità di aree abitate. Oltre a ciò, in Italia è anche evidente il fenomeno dei roghi, ben più tossici di quelli qui descritti, che non viene represso.

Le Grazie (2015)
Le Grazie (2015)

In questo articolo vorrei, invece, soffermarmi su una serie di osservazioni che ho potuto effettuare localmente nell’ultimo trimestre del 2015 (qualcosa è già stato anticipato e le immagini a corredo sono solo un esempio), periodo “tradizionalmente” più fecondo di “abbruciamenti” (purtroppo dura per buona parte dell’anno) in ogni dove (area urbana, demanio marittimo, piena zona boschiva, area parco), in qualsiasi condizione meteo (pioggia, vento, clima secco come il passato autunno), senza alcun rispetto delle quantità giornaliere (si taglia e si brucia a ritmo continuo, anche con più fuochi contemporanei). Insomma, la legge c’è ma è come se non esistesse, tranne in rare eccezioni.
Ebbene, dai miei rilievi, certamente non scientifici ma ben documentati, ho potuto appurare che nell’area di pochi chilometri quadrati, all’interno della provincia della Spezia, che include il paese di Portovenere, Le Grazie e il fronte rivolto a Portovenere dell’isola Palmaria, tra settembre e dicembre 2015: si è bruciato all’aperto praticamente ogni giorno, dal lunedì alla domenica.

Portovenere (2015)
Portovenere (2015)

Nei giorni peggiori ho potuto riscontrare anche 7 fuochi distinti (su terreni e aree diverse) nell’arco di 30 minuti. Va anche tenuto conto che le mie personali osservazioni sono sicuramente parziali e limitate, il fenomeno è quindi ben più ampio e frequente rispetto a quanto ho potuto annotare.
Non di rado, ho potuto notare i fumi raggiungere Portovenere e la zona Olivo dalle alture delle Grazie o anche dall’area limitrofa al Varignano. Quasi sempre, era impossibile non sentire l’odore acre del fumo di queste combustioni attraversando in auto Le Grazie. Paese, in alcuni giorni, circondato e lambito da più fuochi contemporanei, sia in ambito urbano che non, quasi un inferno dantesco. Tanto che, mi risulta estremamente difficile capire, come gli abitanti di questi luoghi non possano percepire questa condizione come estremamente fastidiosa e nociva, evidentemente assuefatti a tali pratiche ritenute “normali”.

Portovenere (2015)
Portovenere (2015)

In tale ambito sarebbe interessante avere i dati riguardanti le cause di morte della zona, peraltro anche in correlazione con i fumi ENEL, come evidenziato in alcuni articoli di Daniela Patrucco del 27.02.14 e del 18.06.13. E’, quindi, necessario che ognuno di noi ponga attenzione a tutto questo, perché ciò che molti giudicano normale, in realtà, è causa principale di morte nell’Unione Europea. Cosa non secondaria, inoltre, è che buona parte delle sostanze nocive prodotte da queste combustioni non attraversa il nostro corpo per poi defluire altrove, ma permane e si accumula fino alla morte, naturale o meno. Mi chiedo, quindi, quale sia la quantità totale di vegetazione combusta in questi pochi chilometri quadrati nell’arco di questi tre mesi, quale sia l’equivalente in sostanze nocive (o gas serra), disperse nell’aria o nel terreno e nelle acque, sotto forma di gas, polveri sottili e ceneri.

La Grazie (2015)
La Grazie (2015)

Mi chiedo poi, portando su scala nazionale quanto rilevato localmente, se ISPRA e gli altri enti che dovrebbero misurare tali emissioni (anche a livello europeo), considerano questo pezzo di mondo che va in fumo. Una parte di mondo poco controllato dalle nostre norme e da chi dovrebbe applicare quelle fallaci che ci sono. Qualcuno, però, ben più addentro a queste tematiche di me (basta poco) ci ha fatto i conti in tasca, prendendo spunto dall’impennata misteriosa del tasso di mortalità rilevato dall’ISTAT nel 2015, con i decessi aumentati dell’11,3%, equivalenti a +67mila decessi rispetto al 2014.

Portovenere (2015)
Portovenere (2015)

Ebbene, Dario Faccini fa un’analisi molto precisa, scientifica, alla ricerca di un colpevole nascosto e mette in correlazione l’inquinamento atmosferico (che non subisce miglioramenti, nonostante la diminuzione delle emissioni prodotte dalle auto) con l’aumento delle emissioni del settore residenziale, in particolare della legna e del pellet al posto del metano e dell’olio combustibile. Dato che legna e pellet emettono 100 volte più PM2,5 rispetto a Gasolio e GPL, e 2000 volte di più rispetto al metano. Ed ancora, Faccini approfondisce in un secondo articolo affermando che: Le biomasse nel residenziale sono responsabili non solo della maggior parte del particolato PM2,5 emesso, ma anche del monossido di carbonio e di quasi la metà delle diossine e furani. Vedremo nel prossimo articolo che c’è un’altra classe di inquinanti in cui l’uso biomasse sta dando un contributo fondamentale. Anche per altri inquinanti in cui l’apporto delle biomasse non è quello principale (COVNM, PCB, HCB) si osserva una tendenza all’aumento delle emissioni causate da legna e pellet nel periodo 1990-2013, da 2 a 4 volte..

Isola Palmaria (2015)
Isola Palmaria (2015)

Non sono buone notizie, tutto quanto fa riflettere sugli effetti del tradizionale “fuoco campagnolo” per pulire il terreno, quando ciò non è anche dettato dalla pigrizia e stupidità dell’utente urbano (molto diffuse qui, come in buona parte della provincia e delle periferie italiane) quando brucia il proprio mucchietto di sterpaglia e potature, o di aghi di pino. Materiale che, ben ridotto, poteva benissimo finire nella pattumiera dell’umido, senza grande sforzo e sofferenza, anche da parte dell’azienda di smaltimento, se non ancora più intelligentemente, spazio permettendo, riversato in un angolo per il compostaggio. Ma del compostaggio ne può usufruire anche il contadino, senza grandi fatiche in più, rispetto al taglia e brucia che non fa bene alle vie respiratorie pure a lui. Lo dimostra, con piglio molto pragmatico, l’articolo del gruppo “Coltivare Condividendo”, nel quale si mette in pratica il metodo del “cumulo di coltivazione” o “lasagna”, spiegato nel dettaglio e con fotografie. Cari contadini di mestiere o per hobby, perché non prendere in considerazione questo metodo la prossima volta, invece di inquinare noi e voi stessi?

Ma certamente le soluzioni potrebbero non finire qui, se qualcuno conosce altre modalità alternative ed ecocompatibili alla combustione per smaltire gli sfalci me lo faccia sapere, ne farò un vademecum. Ad ogni modo, altra risorsa non secondaria è il riciclo, ad esempio ai fini della produzione dei materiali per la bio-edilizia. Ma il problema principale, se non si passa alla vasta diffusione del compostaggio in loco, rimane la cessione del materiale di scarto. In tal caso bisognerebbe pensare ad una normativa ad hoc per dare un impulso alla formazione di consorzi (ad esempio sul modello olii usati o dei RAEE), che dovrebbero avere una diffusione capillare, prevedendo sconti fiscali e facilitazioni. Anche in questo caso, però, il punto negativo rimane il fatto che vi debbano essere mezzi meccanici, probabilmente inquinanti, adibiti alla raccolta ed al trasporto degli sfalci, motivo in più per favorire il compostaggio ad ogni livello e su ampia scala, aziendale e domestica.

Le soluzioni e le buone politiche, comunque, non mancano, si tratta in primo luogo di diffondere la buona volontà politica sia a livello locale, che nazionale, e di smuovere la pigrizia mentale nelle istituzioni e tra i cittadini, perché mantenere invariate le proprie abitudini o “tradizioni” non sempre è una buona scelta per il futuro.

I fuochi di oggi 19 ottobre 2015

Faccio seguito alla prima parte dell’articolo di ieri: La terra dei fuochi liberi, incontrollati e tossici (prima parte).  Questo è un assaggio di ciò che avviene in queste ultime settimane nel Comune di Portovenere. Nella foto di oggi, siamo in zona Le Grazie – Varignano, in terreno limitrofo all’area militare. Potete notare l’altezza delle fiamme e che vi è almeno un altro fuoco acceso sulla destra. Le modalità di abbruciamento sono tali che rendono impossibile la valutazione della quantità giornaliera combusta (3 metri steri per ettaro al giorno): mentre più fuochi sono accesi, si taglia e si alimentano le fiamme. L’odore è rilevabile in una vasta area, anche a Portovenere, dato che il vento soffia proprio in direzione Portovenere.

Abbruciamenti del 19.10.15, Le Grazie – Varignano (SP)
Abbruciamenti del 19.10.15, Le Grazie – Varignano (SP)

La terra dei fuochi liberi, incontrollati e tossici (prima parte)

Recenti abbruciamenti sulle alture di Portovenere (SP)
Recenti abbruciamenti sulle alture di Portovenere (SP)

Quelli che in brutto gergo burocratese vengono definiti “abbruciamenti”, non sono altro che falò accesi da privati (ma a volte dagli stessi enti pubblici) di cui le autorità, troppo spesso, non si interessano per vari motivi: scarsità di risorse per vigilare e procedere ad accertamenti, ignoranza delle norme, ignoranza degli effetti sulla salute umana e non, scarica barile fra autorità, ma anche (in qualche caso, a basso e alto livello) volontà di non procedere per affinità, o meglio, comune interesse (od anche empatia) con colui che brucia. Devo però anche dire che, in queste ultime settimane, ho trovato tra le pubbliche autorità, casi di attenzione al problema, competenza e/o disponibilità, ma risultati, al momento, scarsi. Il che non deve disporre alla resa, anzi. Credo possa essere l’inizio per poter diffondere sensibilità e stimolare l’approfondimento sul tema, dato che qualche importante riscontro, in ogni caso, c’è stato.

Comincerei dal messaggio più importante, perché ciò che nel senso comune delle persone che hanno una conoscenza superficiale e “tradizionale” della tematica è un innocente falò di materiale vegetale (si spera senza altro genere di sostanze), di legna, rami e foglie, in realtà non è per nulla innocente. Benché media, ed alcune delle associazioni “ambientaliste”, ne scrivano o parlino con una certa ritrosia, la ricerca scientifica ha da tempo appurato che la combustione di sole sostanze vegetali (o in maniera più ampia: biomasse) genera un florilegio di sostanze tossiche, tra cui diossine e polveri sottili (il cosiddetto particolato, ad esempio PM10). Avete letto bene, le diossine (e altro) non si generano solamente dalla combustione di sostanze plastiche, ma anche dal semplice fatto di bruciare materiale prettamente vegetale e ciò è strettamente correlato ad una serie di fattori interni ed esterni, tra cui: umidità, temperatura di combustione, temperatura esterna, contatto con altre sostanze (ad esempio: il sale o l’aerosol marino) e via dicendo. Per chi volesse approfondire può farsene un’idea leggendo la tabella 1 (ma anche le altre), tratta dallo studio redatto nel 2010 (poi aggiornato nel 2011) dal prof. S. K. Akagi (Università del Montana, U.S.A.) e altri, denominato: “Emission factors for open and domestic biomass burning for use in atmospheric models“. In questo studio si pongono le basi per lo sviluppo di modelli matematici in ambito chimico-fisico, che possano essere utilizzati per rappresentare ciò che viene sprigionato in atmosfera a seguito della combustione di biomasse. Gli studi sono effettuati su vari tipi di habitat naturali (come la foresta tropicale, o la foresta in aree temperate, ecc…), ma anche sul “crop residue”, ovvero la combustione, o se preferite l’abbruciamento, di sfalci, potature, tagli, residui di origine vegetale (e non solo). Vi risparmio l’approfondimento ulteriore, anche perché io stesso non ne ho i titoli per scriverne, ma da ciò che mi è stato riferito da persone competenti (invito, ad esempio, a seguire il blog del dott. Federico Valerio), le sostanze sprigionate dai tradizionali sfalci agricoli non sono affatto simpatiche, soprattutto in relazione alla nostra salute, dato che diverse di queste non passano, ma rimangono nel nostro organismo vita natural durante e vengono accumulate fino al conteggio finale (che si spera venga fatto il più tardi possibile). Senza contare che tali sostanze assorbite dal terreno, nelle acque o vaganti in atmosfera, entrano nel ciclo alimentare, motivo per il quale se fai danni da una parte le conseguenze possono anche riflettersi da un’altra parte. Queste considerazioni valgono anche per coloro, appassionati di falò, come il nostro assessore regionale Giampedrone (o alcune guardie forestali, o alcuni funzionari regionali, o alcune autorità locali, politici e lobby agricole varie) in quanto bruciare gli sfalci e le potature (o peggio, il materiale vegetale spiaggiato dalle mareggiate) è il metodo più rapido e semplice per nascondere la polvere sotto al tappeto. E non è solo una metafora e, purtroppo, non è nemmeno solo nascondere, perché il prodotto delle combustioni andrà a contaminare il nostro ambiente e noi stessi.

Dopo aver capito i motivi che ci portano a non sottovalutare la questione veniamo a cosa dicono le norme ed a come far applicare, da chi di dovere, quelle che ci sono, scontrandoci, comunque, con diversi muri di gomma (in buona o mala fede) a vario livello e per motivi diversi, ma con alcuni punti di forza e qualche rara competenza in merito fra le pubbliche autorità. Dopo aver ascoltato molti uffici (nazionali, regionali e locali), persone competenti o meno, ma soprattutto chi le norme le applica per competenza specifica (Corpo Forestale dello Stato) sono giunto ad alcune conclusioni non secondarie, che cercherò di sintetizzare di seguito per punti per essere più chiaro.

Allo stato attuale, gli abbruciamenti sono consentiti esclusivamente in base ai seguenti criteri di legge (conversione in legge del decreto n. 91/2014 , con legge 11 agosto 2014 n. 116):

  1. il materiale deve essere esclusivamente di origine vegetale e derivare da sfalci o potature di attività agricole o forestali, ovvero prodotto da aziende agricole, o da autorizzate lavorazioni forestali, o da privati che gestiscono colture agricole in zona agricola;
  2. il materiale combusto in piccoli cumuli, non deve superare la quantità giornaliera di tre metri steri (stero: metro cubo di legname in catasta) per ettaro, effettuato nel luogo di produzione;
  3. nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati dalle regioni, la combustione di residui vegetali agricoli e forestali è sempre vietata;
  4. i Comuni e le altre amministrazioni competenti in materia ambientale hanno facoltà di sospendere, differire o vietare la combustione del materiale all’aperto in tutti i casi in cui sussistono condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli e in tutti i casi in cui da tale attività’ possano derivare rischi per la pubblica e privata incolumità e per la salute umana, con particolare riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili (PM10).

Da ciò ne deriva che non sono consentite le combustioni di materiale vegetale (o peggio ancora di altri materiali o misti) effettuate da privati, ad esempio per pulire il proprio giardino o il terreno limitrofo all’abitazione, o proveniente da aree urbane (anche pubbliche), se non derivato da coltura agricola in area agricola. All’uopo può essere utile leggere quanto recepito a livello locale, in Toscana, e ben esposto dal Comune di San Casciano in Val di Pesa, grazie ad una direttiva regionale, che però in Liguria tarda ad arrivare e che (conoscendo i miei polli) non arriverà mai, e se arriverà sarà peggio di prima. Sono pronto a scommetterci. La legge, poi, lascia il dettaglio della regolamentazione locale ai Comuni, con un proprio regolamento di polizia urbana, che deve, ovviamente, rimanere nell’alveo della normativa nazionale. In mancanza o in presenza di tale regolamentazione agisce, comunque, anche la legge dello Stato (vedi sopra). Ed è proprio sulla base della stessa normativa in vigore che si possono dare ulteriori dettagli, spesso sconosciuti (davvero o per finta) o comunque inapplicati dalle stesse autorità locali, in quanto tutto ciò che viene prodotto al di fuori di attività agricole o forestali, rientra nella categoria di “rifiuto” e come tale normato, con previste sanzioni amministrative od anche penali. Allo scopo è utile andare direttamente a leggere il T.U. ambientale (D.Lgs. n.152 del 3 aprile 2006 con successive modifiche ed integrazioni):

  1. abbandonare sfalci e potature provenienti da verde privato o urbano (ovvero rifiuti) è punito con sanzione amministrativa pecuniaria da 300 a 3.000 euro (se i rifiuti sono pericolosi la sanzione è aumentata sino al doppio) [art. 255];
  2. chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati (ad esempio: sfalci e potature come sopra) ovvero depositati in maniera incontrollata è punito con la reclusione da due a cinque anni. Nel caso in cui sia appiccato il fuoco a rifiuti pericolosi, si applica la pena della reclusione da tre a sei anni [art.256-bis].

Quanto sopra è come la legge deve essere applicata e ciò è confermato dagli uffici che trattano la materia nello specifico, ad esempio il Comando Provinciale della Spezia del Corpo Forestale dello Stato (Ufficio Contenzioso). Se però chiamate altri uffici, anche dello stesso C.F.S. è facile che sentiate darvi altre risposte, in buona parte superficiali. Come ho potuto valutare direttamente, gli operatori al 1515 o guardie forestali in diversi uffici, per non dire altre autorità locali e regionali, potrebbero rispondervi in questi modi:

  • non c’è un’ordinanza di massimo rischio incendi in vigore, quindi si può;
  • poveretto dovrà ripulirsi un campo, anche io lo devo fare;
  • se non si brucia il materiale aumenta il rischio di incendi;
  • sennò come fa a smaltire il materiale;
  • e via dicendo.

Non datevi per vinti, e soprattutto sappiate che la materia che stiamo trattando è più complessa, non state al gioco di chi ne sa di meno o fa finta di saperne di meno. Ebbene, gli aspetti importanti non terminano qui, sia per quanto riguarda l’intervento del C.F.S., che della Polizia Municipale, o dei Carabinieri, soprattutto nel caso vi fossero risvolti di natura penale. Le altre variabili in gioco sono anche (non sono esaustivo): se il fuoco è nelle vicinanze (o peggio all’interno) di un’area boschiva, se l’area è all’interno di un parco (con eventuali regolamenti specifici), se vi sono condizioni di vento, se le fiamme sono elevate, se il fuoco non è sorvegliato, se il fumo (o comunque le emissioni in aria) lambiscono zone abitate.

Soprattutto nel caso in cui dobbiate subire il fumo o l’odore delle combustioni, sappiate che il codice penale prevede l’equivalente reato di getto pericoloso di cose (art. 674 c.p.), e la giurisprudenza si è arricchita nel tempo di numerosi casi in merito. In questa tipologia di eventi è importante avere testimoni o far effettuare un accertamento da un pubblico ufficiale (non è necessario fare una misurazione tecnica), se poi avete la fortuna di far intervenire in tempo l’ASL (Struttura Complessa Igiene e sanità pubblica) tutto di guadagnato. Una volta effettuati gli accertamenti ufficiali, e soprattutto se avete idea che tutto si possa fermare lì lasciando impunito il reato, potrete valutare se presentare un esposto, o una denuncia, infatti il reato all’art. 674 c.p. è un reato di pericolo e quindi procedibile d’ufficio (non è quindi necessaria una querela). Anche per questo tipo di reato, spesso, ci sentiamo rispondere in maniera inappropriata e con sottovalutazione da diverse autorità, ma non perdiamoci d’animo perché è un nostro diritto non dover subire il fumo, l’odore, la puzza, ma soprattutto le sostanze nocive che andranno inevitabilmente nei nostri polmoni. Le leggi ci sono e vanno solo conosciute bene per poter richiedere la loro applicazione.

In ultimo, ma non secondario, è da tenere in conto che la legislazione europea ha previsto l’istituzione del “principio di precauzione“, e come tale è stato recepito nel diritto ambientale italiano e nella propria giurisprudenza. Entro determinati criteri e ambiti, nel caso in cui i dati scientifici non consentano una valutazione completa del rischio, il ricorso a questo principio consente di intervenire preventivamente in maniera da cautelarsi da eventuali ed effettivi danni alla salute o all’ambiente.

Il discorso ovviamente non si ferma qui, vi sono casi importanti di cui scriverò prossimamente che interessano la nostra regione (Liguria) e nello specifico il Comune di Portovenere, dove da settembre c’è una recrudescenza del fenomeno che pare incontrollato, ma che speriamo possa essere arginato quanto prima. A tutto ciò si aggiunge l’uscita a gamba tesa del “focoso” assessore regionale Giampedrone, con la sua piuttosto dubbia (giuridicamente) delibera che vorrebbe permettere, in maniera quasi automatica, ai sindaci di predisporre ordinanze di abbruciamento in situ, del materiale ligneo spiaggiato a seguito di eventi meteo-marini, alla nostra salute ed anche a quella dei nostri assessori regionali (non me ne vogliano). Infine, non mi fermerò, però, solo alla critica e sentirò quali proposte concrete, alternative e sostenibili si possono prevedere di mettere in campo, se non già praticate.