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Gas ed Elettricità: la truffa ti chiama al telefono

stockvault-fireball136952Parliamo di gas ed elettricità. Una direttiva europea e di conseguenza il nostro governo, assieme all’Autorità per l’energia, ci stanno obbligando a passare dal contratto a maggior tutela al mercato libero. Dal 2018, probabilmente, tutti i contratti a maggior tutela verranno aboliti per legge. Chi avesse già provato l’ebrezza del mercato libero (circa il 25% degli utenti e delle PMI) avrà potuto verificare che il tanto declamato blocco della tariffa (o sconti) è in gran parte un’enorme bufala, in quanto il blocco tariffario si riferisce solo ad una delle tante voci che concorrono a formare il prezzo finale per l’utente. Le altre voci, guarda un po’, si incrementano liberamente, di solito.

Ebbene, la nostra Autorità per l’energia ha messo in piedi un piano (per ora limitato all’energia elettrica) che prevede un contratto tariffario intermedio, per aiutare (pare) l’utente a prendere il largo tra i marosi del mercato libero. Questo contratto ponte, che rimane opzionale, entra in vigore dal 1 gennaio 2017 e si chiama “Tutela Simile”. Tramite tale tipologia contrattuale sarebbe garantita la vigilanza dell’autorità, con “sconti” che varierebbero tra le diverse società fornitrici. La “Tutela Simile” viene stipulata esclusivamente via web, si potrà aderire fino al 30 giugno 2018, per la durata massima di 12 mesi, dopo di che verrete catapultati sul mercato libero, o potrete tornare alla maggiore tutela, se ancora esisterà.

Al momento, gran parte delle associazioni dei consumatori non paiono reagire più di tanto a questi cambiamenti, anche perché sono state coinvolte nel processo da parte dell’Acquirente Unico (garante della fornitura di energia elettrica alle famiglie e alle piccole imprese). Ente che  si occupa anche di gestire il processo di liberalizzazione del mercato elettrico e del gas. Infatti, il passaggio dalla maggior tutela alla tutela simile, può essere effettuato anche tramite una delle associazioni dei consumatori accreditate presso l’Acquirente Unico.

Inoltre, sempre da Gennaio 2017, a seguito della delibera 296/2015/R/COM dell’Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico, tutte le società che operano in ambito energetico dovranno avere denominazione sociale e marchio distinti a seconda se operano nel mercato libero o a maggior tutela. Questo comporta, ad esempio, che il marchio “ENEL” rimane per la società operante nel mercato libero, mentre la parte di ENEL che opererà formalmente con diversa società nel servizio a maggior tutela si chiamerà “Servizio Elettrico Nazionale”. Questa separazione formale più chiara, tra società dello stesso gruppo che operano su mercati diversi, dovrebbe aiutare l’utente a capire meglio la fonte che gli sottopone delle proposte commerciali. Magari queste società avranno stessa sede e stessi uffici, ma sarà più difficile nascondersi dietro nomi troppo simili (quasi uguali) per fare proposte commerciali che, a vostra insaputa, vi faranno passare dal mercato a maggior tutela a quello libero. Ovviamente, le società con marchi storicamente più conosciuti, tenderanno a mantenere il vecchio nome sul mercato libero, proprio per invogliarvi a seguirle su tale mercato, possibilmente sempre a vostra insaputa. Quindi, attenzione.

Attenzione perché, tutto ciò, a quanto pare, sta mandando in fibrillazione le compagnie energetiche fornitrici di luce o gas agli utenti finali. Tanto che nelle ultime settimane, probabilmente, vi sarà capitato di essere stati oggetto di chiamate telefoniche, di solito durante il pranzo o la cena, con le quali vengono fatte proposte commerciali mascherate in tutto e per tutto. Ecco alcuni esempi su cui riporre la massima attenzione:

  • un addetto/a di una società del gas (attuale vs. fornitore) vi propone un “aggiornamento della tariffa del gas“, perché il mercato è favorevole e la vostra tariffa risulta più alta. Durante la telefonata, l’operatore non vi parla di variazione contrattuale, o di cambio società, ma solamente di “aggiornamento“, di “blocco tariffa“, di “sconto” e di “lettura informativa poi spedita via email(in realtà nuovo contratto). L’obiettivo è, in realtà, di farvi passare dal servizio a maggior tutela ad una nuova tipologia contrattuale (mercato libero?), ovvero un diverso contratto per sganciarvi anticipatamente dalla maggiore tutela. Se poi dite che volete capire meglio, chiedendo se loro intendono farvi cambiare tipologia contrattuale, da maggior tutela a mercato libero, vi potrebbero rispondere che tanto dal 1 gennaio il servizio a maggior tutela non esisterà più, affermazione del tutto falsa (!!!);
  • altro addetto/a, della stessa società del gas di prima, vi chiama dopo alcuni giorni dalla chiamata precedente. Anche questo/a signore/a vi parla solamente di “aggiornamento tariffario“, ma nega con decisione la necessità di un cambio contrattuale o di tipologia contrattuale, ribadisce che si tratta esclusivamente di un cambio tariffario (chissà, magari perché siete simpatici?);
  • vi telefona un addetto/a, stavolta, di una società elettrica. Riesce a malapena a farsi comprendere, la lingua italiana non è il suo forte. Sembra di origine extra-europea, inizia a raccontarvi (almeno tenta) una serie di cose e di sconti, ma tutto è alquanto incomprensibile. Mi spiace ma non comprendo, fine della chiamata;
  • la stessa società elettrica (vs. fornitore attuale) di prima vi richiama dopo alcuni giorni. E’ un operatore italiano, ora si capisce, o meglio si capiscono le parole, ma non quello che vuole da voi. Esordisce dicendo qualcosa come, la nostra società passa da distribuzione ad energia (???) in fascia mono-oraria (immagino sappiate delle fasce bi-orarie attuali). Però aggiunge: “dal mercato tutelato a quello libero“. Ah, ok, bravo! Continua dicendo: “Se lei vuole restare con noi basta fare una registrazione telefonica” (?!?!?!). Se invece non si provvede a fare questa registrazione, dal 1 gennaio, cambia società. Oddio, cioè? L’operatore, dice che in questo caso si finisce in una società con mercato gestito dallo Stato. Ah ok, allora si rimane nel mercato a maggior tutela? NO (!!!), risponde l’addetto. Beh, o lui ha le idee poco chiare, oppure vuole confondere le vostre. Se chiedete di farvi avere le cose per mail, o posta, vi dice che già ha mandato tutto con l’ultima fattura. Ma se poi gli leggete il contenuto della lettera allegata alla fattura, dove si scrive che dal 1 gennaio la società in ambito a maggior tutela cambia solo il nome, beh… vi chiude la chiamata. Eccolo lì.

Capite bene che queste sono modalità ingannevoli, sono pratiche commerciali scorrette che meritano anche di essere sanzionate. Ecco perché sarebbe bene informare l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, l’Antitrust. Inutile, a quanto pare, segnalare questi episodi alla stessa Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico, che tratta solo le segnalazioni dopo reclamo presentato alla società energetica. Se, però, inviate la segnalazione di pratiche scorrette all’Acquirente Unico (che dovrebbe tutelarvi come mission istituzionale), magari vi rispondono in pochi giorni, o meno di una settimana (evidentemente interessati ad essere rapidi). Ma vi arriva, almeno a me è capitato così, una letterona piena di parole, che non risponde nel merito della vostra segnalazione (che loro chiamano “richiesta di informazioni“!!!). La riporto per cronaca e per far capire come gira il mondo, anzi l’Italia. Segno evidente che è meglio girare al largo e cercare altre sponde di tutela. Peccato perché, una volta, l’Acquirente Unico funzionava e bene quando si trattava di tutelare gli utenti. Come dire, il “progresso”.

Ad ogni modo un consiglio, se da queste chiamate importune e malevoli ne volete uscire con dignità, dite che quando avverrà l’abolizione del servizio a maggior tutela deciderete sul momento, oppure di inviarvi tutto per iscritto per poter valutare bene. Detto ciò, mai accettare proposte commerciali porta a porta, per telefono, per strada o al centro commerciale mentre andate a fare shopping, sempre pretendere tutto per iscritto da valutare con calma, in poltrona o al computer, senza promotori che vi ansimano sul collo o che vi fanno il gioco delle tre carte.

La terra dei fuochi liberi, incontrollati e tossici (seconda parte)

Nella prima parte ho scritto in merito alle ricerche scientifiche che, da anni, fanno ritenere estremamente dannose, per la salute pubblica e l’ambiente, le combustioni di biomasse, in particolare se effettuate all’aperto. Non che bruciare legna, o pellet, nel caminetto sia operazione innocua, anzi, lo vedremo più avanti. Sostanze nocive e cancerogene, tra cui polveri sottili e diossine, vengono emesse dalla combustione di materiale anche solamente vegetale, come sfalci agricoli o potature. Peggio ancora se il materiale vegetale è umido, o entrato in contatto con l’acqua marina, ad esempio, quando proviene da spiaggiamenti che non di rado avvengono in inverno in Liguria.

Abbiamo anche visto le norme che regolano, o che dovrebbero regolare a livello nazionale, tali combustioni quando rientrano nella deroga prevista, ovvero quando si tratta di materiale vegetale proveniente da sfalci agricoli o forestali. Mentre rimane tuttora vietato e sanzionato qualsiasi altro tipo di combustione, anche solamente di biomasse, di altra provenienza, tra cui le potature di terreni privati non agricoli e di parchi urbani, in quanto equivalenti al reato di incendio di rifiuti abbandonati, punito con la reclusione da due a cinque anni [art.256-bis del T.U. ambientale, D.Lgs. n.152 del 3 aprile 2006 e ss.mm. e ii.].

Non ultimo, poi, si è vista la scarsa attenzione (e anche conoscenza) da parte delle autorità che dovrebbero regolare e controllare, a livello locale, le combustioni in ambito agricolo o forestale e reprimere le altre tipologie, o sanzionarne le modalità errate. Attività che, quando consentite, devono rispettare precisi limiti giornalieri (3 metri steri per ettaro) e alcuni criteri operativi (spesso disattesi). Avviene, però, che ci si trova troppo spesso a notare che si tratta di combustioni in totale violazione delle norme, in quanto attinenti a giardini privati, o che sono effettuate in aree urbane. In quest’ultimo caso, ancora più facilmente, sono fuochi in grado di arrecare fastidio (e gravi danni alla salute) dato che si svolgono in prossimità di aree abitate, cosa che però avviene (con buona frequenza) anche per le combustioni considerate agricole o forestali, ma effettuate in prossimità di aree abitate. Oltre a ciò, in Italia è anche evidente il fenomeno dei roghi, ben più tossici di quelli qui descritti, che non viene represso.

Le Grazie (2015)
Le Grazie (2015)

In questo articolo vorrei, invece, soffermarmi su una serie di osservazioni che ho potuto effettuare localmente nell’ultimo trimestre del 2015 (qualcosa è già stato anticipato e le immagini a corredo sono solo un esempio), periodo “tradizionalmente” più fecondo di “abbruciamenti” (purtroppo dura per buona parte dell’anno) in ogni dove (area urbana, demanio marittimo, piena zona boschiva, area parco), in qualsiasi condizione meteo (pioggia, vento, clima secco come il passato autunno), senza alcun rispetto delle quantità giornaliere (si taglia e si brucia a ritmo continuo, anche con più fuochi contemporanei). Insomma, la legge c’è ma è come se non esistesse, tranne in rare eccezioni.
Ebbene, dai miei rilievi, certamente non scientifici ma ben documentati, ho potuto appurare che nell’area di pochi chilometri quadrati, all’interno della provincia della Spezia, che include il paese di Portovenere, Le Grazie e il fronte rivolto a Portovenere dell’isola Palmaria, tra settembre e dicembre 2015: si è bruciato all’aperto praticamente ogni giorno, dal lunedì alla domenica.

Portovenere (2015)
Portovenere (2015)

Nei giorni peggiori ho potuto riscontrare anche 7 fuochi distinti (su terreni e aree diverse) nell’arco di 30 minuti. Va anche tenuto conto che le mie personali osservazioni sono sicuramente parziali e limitate, il fenomeno è quindi ben più ampio e frequente rispetto a quanto ho potuto annotare.
Non di rado, ho potuto notare i fumi raggiungere Portovenere e la zona Olivo dalle alture delle Grazie o anche dall’area limitrofa al Varignano. Quasi sempre, era impossibile non sentire l’odore acre del fumo di queste combustioni attraversando in auto Le Grazie. Paese, in alcuni giorni, circondato e lambito da più fuochi contemporanei, sia in ambito urbano che non, quasi un inferno dantesco. Tanto che, mi risulta estremamente difficile capire, come gli abitanti di questi luoghi non possano percepire questa condizione come estremamente fastidiosa e nociva, evidentemente assuefatti a tali pratiche ritenute “normali”.

Portovenere (2015)
Portovenere (2015)

In tale ambito sarebbe interessante avere i dati riguardanti le cause di morte della zona, peraltro anche in correlazione con i fumi ENEL, come evidenziato in alcuni articoli di Daniela Patrucco del 27.02.14 e del 18.06.13. E’, quindi, necessario che ognuno di noi ponga attenzione a tutto questo, perché ciò che molti giudicano normale, in realtà, è causa principale di morte nell’Unione Europea. Cosa non secondaria, inoltre, è che buona parte delle sostanze nocive prodotte da queste combustioni non attraversa il nostro corpo per poi defluire altrove, ma permane e si accumula fino alla morte, naturale o meno. Mi chiedo, quindi, quale sia la quantità totale di vegetazione combusta in questi pochi chilometri quadrati nell’arco di questi tre mesi, quale sia l’equivalente in sostanze nocive (o gas serra), disperse nell’aria o nel terreno e nelle acque, sotto forma di gas, polveri sottili e ceneri.

La Grazie (2015)
La Grazie (2015)

Mi chiedo poi, portando su scala nazionale quanto rilevato localmente, se ISPRA e gli altri enti che dovrebbero misurare tali emissioni (anche a livello europeo), considerano questo pezzo di mondo che va in fumo. Una parte di mondo poco controllato dalle nostre norme e da chi dovrebbe applicare quelle fallaci che ci sono. Qualcuno, però, ben più addentro a queste tematiche di me (basta poco) ci ha fatto i conti in tasca, prendendo spunto dall’impennata misteriosa del tasso di mortalità rilevato dall’ISTAT nel 2015, con i decessi aumentati dell’11,3%, equivalenti a +67mila decessi rispetto al 2014.

Portovenere (2015)
Portovenere (2015)

Ebbene, Dario Faccini fa un’analisi molto precisa, scientifica, alla ricerca di un colpevole nascosto e mette in correlazione l’inquinamento atmosferico (che non subisce miglioramenti, nonostante la diminuzione delle emissioni prodotte dalle auto) con l’aumento delle emissioni del settore residenziale, in particolare della legna e del pellet al posto del metano e dell’olio combustibile. Dato che legna e pellet emettono 100 volte più PM2,5 rispetto a Gasolio e GPL, e 2000 volte di più rispetto al metano. Ed ancora, Faccini approfondisce in un secondo articolo affermando che: Le biomasse nel residenziale sono responsabili non solo della maggior parte del particolato PM2,5 emesso, ma anche del monossido di carbonio e di quasi la metà delle diossine e furani. Vedremo nel prossimo articolo che c’è un’altra classe di inquinanti in cui l’uso biomasse sta dando un contributo fondamentale. Anche per altri inquinanti in cui l’apporto delle biomasse non è quello principale (COVNM, PCB, HCB) si osserva una tendenza all’aumento delle emissioni causate da legna e pellet nel periodo 1990-2013, da 2 a 4 volte..

Isola Palmaria (2015)
Isola Palmaria (2015)

Non sono buone notizie, tutto quanto fa riflettere sugli effetti del tradizionale “fuoco campagnolo” per pulire il terreno, quando ciò non è anche dettato dalla pigrizia e stupidità dell’utente urbano (molto diffuse qui, come in buona parte della provincia e delle periferie italiane) quando brucia il proprio mucchietto di sterpaglia e potature, o di aghi di pino. Materiale che, ben ridotto, poteva benissimo finire nella pattumiera dell’umido, senza grande sforzo e sofferenza, anche da parte dell’azienda di smaltimento, se non ancora più intelligentemente, spazio permettendo, riversato in un angolo per il compostaggio. Ma del compostaggio ne può usufruire anche il contadino, senza grandi fatiche in più, rispetto al taglia e brucia che non fa bene alle vie respiratorie pure a lui. Lo dimostra, con piglio molto pragmatico, l’articolo del gruppo “Coltivare Condividendo”, nel quale si mette in pratica il metodo del “cumulo di coltivazione” o “lasagna”, spiegato nel dettaglio e con fotografie. Cari contadini di mestiere o per hobby, perché non prendere in considerazione questo metodo la prossima volta, invece di inquinare noi e voi stessi?

Ma certamente le soluzioni potrebbero non finire qui, se qualcuno conosce altre modalità alternative ed ecocompatibili alla combustione per smaltire gli sfalci me lo faccia sapere, ne farò un vademecum. Ad ogni modo, altra risorsa non secondaria è il riciclo, ad esempio ai fini della produzione dei materiali per la bio-edilizia. Ma il problema principale, se non si passa alla vasta diffusione del compostaggio in loco, rimane la cessione del materiale di scarto. In tal caso bisognerebbe pensare ad una normativa ad hoc per dare un impulso alla formazione di consorzi (ad esempio sul modello olii usati o dei RAEE), che dovrebbero avere una diffusione capillare, prevedendo sconti fiscali e facilitazioni. Anche in questo caso, però, il punto negativo rimane il fatto che vi debbano essere mezzi meccanici, probabilmente inquinanti, adibiti alla raccolta ed al trasporto degli sfalci, motivo in più per favorire il compostaggio ad ogni livello e su ampia scala, aziendale e domestica.

Le soluzioni e le buone politiche, comunque, non mancano, si tratta in primo luogo di diffondere la buona volontà politica sia a livello locale, che nazionale, e di smuovere la pigrizia mentale nelle istituzioni e tra i cittadini, perché mantenere invariate le proprie abitudini o “tradizioni” non sempre è una buona scelta per il futuro.

La terra dei fuochi liberi, incontrollati e tossici (prima parte)

Recenti abbruciamenti sulle alture di Portovenere (SP)
Recenti abbruciamenti sulle alture di Portovenere (SP)

Quelli che in brutto gergo burocratese vengono definiti “abbruciamenti”, non sono altro che falò accesi da privati (ma a volte dagli stessi enti pubblici) di cui le autorità, troppo spesso, non si interessano per vari motivi: scarsità di risorse per vigilare e procedere ad accertamenti, ignoranza delle norme, ignoranza degli effetti sulla salute umana e non, scarica barile fra autorità, ma anche (in qualche caso, a basso e alto livello) volontà di non procedere per affinità, o meglio, comune interesse (od anche empatia) con colui che brucia. Devo però anche dire che, in queste ultime settimane, ho trovato tra le pubbliche autorità, casi di attenzione al problema, competenza e/o disponibilità, ma risultati, al momento, scarsi. Il che non deve disporre alla resa, anzi. Credo possa essere l’inizio per poter diffondere sensibilità e stimolare l’approfondimento sul tema, dato che qualche importante riscontro, in ogni caso, c’è stato.

Comincerei dal messaggio più importante, perché ciò che nel senso comune delle persone che hanno una conoscenza superficiale e “tradizionale” della tematica è un innocente falò di materiale vegetale (si spera senza altro genere di sostanze), di legna, rami e foglie, in realtà non è per nulla innocente. Benché media, ed alcune delle associazioni “ambientaliste”, ne scrivano o parlino con una certa ritrosia, la ricerca scientifica ha da tempo appurato che la combustione di sole sostanze vegetali (o in maniera più ampia: biomasse) genera un florilegio di sostanze tossiche, tra cui diossine e polveri sottili (il cosiddetto particolato, ad esempio PM10). Avete letto bene, le diossine (e altro) non si generano solamente dalla combustione di sostanze plastiche, ma anche dal semplice fatto di bruciare materiale prettamente vegetale e ciò è strettamente correlato ad una serie di fattori interni ed esterni, tra cui: umidità, temperatura di combustione, temperatura esterna, contatto con altre sostanze (ad esempio: il sale o l’aerosol marino) e via dicendo. Per chi volesse approfondire può farsene un’idea leggendo la tabella 1 (ma anche le altre), tratta dallo studio redatto nel 2010 (poi aggiornato nel 2011) dal prof. S. K. Akagi (Università del Montana, U.S.A.) e altri, denominato: “Emission factors for open and domestic biomass burning for use in atmospheric models“. In questo studio si pongono le basi per lo sviluppo di modelli matematici in ambito chimico-fisico, che possano essere utilizzati per rappresentare ciò che viene sprigionato in atmosfera a seguito della combustione di biomasse. Gli studi sono effettuati su vari tipi di habitat naturali (come la foresta tropicale, o la foresta in aree temperate, ecc…), ma anche sul “crop residue”, ovvero la combustione, o se preferite l’abbruciamento, di sfalci, potature, tagli, residui di origine vegetale (e non solo). Vi risparmio l’approfondimento ulteriore, anche perché io stesso non ne ho i titoli per scriverne, ma da ciò che mi è stato riferito da persone competenti (invito, ad esempio, a seguire il blog del dott. Federico Valerio), le sostanze sprigionate dai tradizionali sfalci agricoli non sono affatto simpatiche, soprattutto in relazione alla nostra salute, dato che diverse di queste non passano, ma rimangono nel nostro organismo vita natural durante e vengono accumulate fino al conteggio finale (che si spera venga fatto il più tardi possibile). Senza contare che tali sostanze assorbite dal terreno, nelle acque o vaganti in atmosfera, entrano nel ciclo alimentare, motivo per il quale se fai danni da una parte le conseguenze possono anche riflettersi da un’altra parte. Queste considerazioni valgono anche per coloro, appassionati di falò, come il nostro assessore regionale Giampedrone (o alcune guardie forestali, o alcuni funzionari regionali, o alcune autorità locali, politici e lobby agricole varie) in quanto bruciare gli sfalci e le potature (o peggio, il materiale vegetale spiaggiato dalle mareggiate) è il metodo più rapido e semplice per nascondere la polvere sotto al tappeto. E non è solo una metafora e, purtroppo, non è nemmeno solo nascondere, perché il prodotto delle combustioni andrà a contaminare il nostro ambiente e noi stessi.

Dopo aver capito i motivi che ci portano a non sottovalutare la questione veniamo a cosa dicono le norme ed a come far applicare, da chi di dovere, quelle che ci sono, scontrandoci, comunque, con diversi muri di gomma (in buona o mala fede) a vario livello e per motivi diversi, ma con alcuni punti di forza e qualche rara competenza in merito fra le pubbliche autorità. Dopo aver ascoltato molti uffici (nazionali, regionali e locali), persone competenti o meno, ma soprattutto chi le norme le applica per competenza specifica (Corpo Forestale dello Stato) sono giunto ad alcune conclusioni non secondarie, che cercherò di sintetizzare di seguito per punti per essere più chiaro.

Allo stato attuale, gli abbruciamenti sono consentiti esclusivamente in base ai seguenti criteri di legge (conversione in legge del decreto n. 91/2014 , con legge 11 agosto 2014 n. 116):

  1. il materiale deve essere esclusivamente di origine vegetale e derivare da sfalci o potature di attività agricole o forestali, ovvero prodotto da aziende agricole, o da autorizzate lavorazioni forestali, o da privati che gestiscono colture agricole in zona agricola;
  2. il materiale combusto in piccoli cumuli, non deve superare la quantità giornaliera di tre metri steri (stero: metro cubo di legname in catasta) per ettaro, effettuato nel luogo di produzione;
  3. nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati dalle regioni, la combustione di residui vegetali agricoli e forestali è sempre vietata;
  4. i Comuni e le altre amministrazioni competenti in materia ambientale hanno facoltà di sospendere, differire o vietare la combustione del materiale all’aperto in tutti i casi in cui sussistono condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli e in tutti i casi in cui da tale attività’ possano derivare rischi per la pubblica e privata incolumità e per la salute umana, con particolare riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili (PM10).

Da ciò ne deriva che non sono consentite le combustioni di materiale vegetale (o peggio ancora di altri materiali o misti) effettuate da privati, ad esempio per pulire il proprio giardino o il terreno limitrofo all’abitazione, o proveniente da aree urbane (anche pubbliche), se non derivato da coltura agricola in area agricola. All’uopo può essere utile leggere quanto recepito a livello locale, in Toscana, e ben esposto dal Comune di San Casciano in Val di Pesa, grazie ad una direttiva regionale, che però in Liguria tarda ad arrivare e che (conoscendo i miei polli) non arriverà mai, e se arriverà sarà peggio di prima. Sono pronto a scommetterci. La legge, poi, lascia il dettaglio della regolamentazione locale ai Comuni, con un proprio regolamento di polizia urbana, che deve, ovviamente, rimanere nell’alveo della normativa nazionale. In mancanza o in presenza di tale regolamentazione agisce, comunque, anche la legge dello Stato (vedi sopra). Ed è proprio sulla base della stessa normativa in vigore che si possono dare ulteriori dettagli, spesso sconosciuti (davvero o per finta) o comunque inapplicati dalle stesse autorità locali, in quanto tutto ciò che viene prodotto al di fuori di attività agricole o forestali, rientra nella categoria di “rifiuto” e come tale normato, con previste sanzioni amministrative od anche penali. Allo scopo è utile andare direttamente a leggere il T.U. ambientale (D.Lgs. n.152 del 3 aprile 2006 con successive modifiche ed integrazioni):

  1. abbandonare sfalci e potature provenienti da verde privato o urbano (ovvero rifiuti) è punito con sanzione amministrativa pecuniaria da 300 a 3.000 euro (se i rifiuti sono pericolosi la sanzione è aumentata sino al doppio) [art. 255];
  2. chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati (ad esempio: sfalci e potature come sopra) ovvero depositati in maniera incontrollata è punito con la reclusione da due a cinque anni. Nel caso in cui sia appiccato il fuoco a rifiuti pericolosi, si applica la pena della reclusione da tre a sei anni [art.256-bis].

Quanto sopra è come la legge deve essere applicata e ciò è confermato dagli uffici che trattano la materia nello specifico, ad esempio il Comando Provinciale della Spezia del Corpo Forestale dello Stato (Ufficio Contenzioso). Se però chiamate altri uffici, anche dello stesso C.F.S. è facile che sentiate darvi altre risposte, in buona parte superficiali. Come ho potuto valutare direttamente, gli operatori al 1515 o guardie forestali in diversi uffici, per non dire altre autorità locali e regionali, potrebbero rispondervi in questi modi:

  • non c’è un’ordinanza di massimo rischio incendi in vigore, quindi si può;
  • poveretto dovrà ripulirsi un campo, anche io lo devo fare;
  • se non si brucia il materiale aumenta il rischio di incendi;
  • sennò come fa a smaltire il materiale;
  • e via dicendo.

Non datevi per vinti, e soprattutto sappiate che la materia che stiamo trattando è più complessa, non state al gioco di chi ne sa di meno o fa finta di saperne di meno. Ebbene, gli aspetti importanti non terminano qui, sia per quanto riguarda l’intervento del C.F.S., che della Polizia Municipale, o dei Carabinieri, soprattutto nel caso vi fossero risvolti di natura penale. Le altre variabili in gioco sono anche (non sono esaustivo): se il fuoco è nelle vicinanze (o peggio all’interno) di un’area boschiva, se l’area è all’interno di un parco (con eventuali regolamenti specifici), se vi sono condizioni di vento, se le fiamme sono elevate, se il fuoco non è sorvegliato, se il fumo (o comunque le emissioni in aria) lambiscono zone abitate.

Soprattutto nel caso in cui dobbiate subire il fumo o l’odore delle combustioni, sappiate che il codice penale prevede l’equivalente reato di getto pericoloso di cose (art. 674 c.p.), e la giurisprudenza si è arricchita nel tempo di numerosi casi in merito. In questa tipologia di eventi è importante avere testimoni o far effettuare un accertamento da un pubblico ufficiale (non è necessario fare una misurazione tecnica), se poi avete la fortuna di far intervenire in tempo l’ASL (Struttura Complessa Igiene e sanità pubblica) tutto di guadagnato. Una volta effettuati gli accertamenti ufficiali, e soprattutto se avete idea che tutto si possa fermare lì lasciando impunito il reato, potrete valutare se presentare un esposto, o una denuncia, infatti il reato all’art. 674 c.p. è un reato di pericolo e quindi procedibile d’ufficio (non è quindi necessaria una querela). Anche per questo tipo di reato, spesso, ci sentiamo rispondere in maniera inappropriata e con sottovalutazione da diverse autorità, ma non perdiamoci d’animo perché è un nostro diritto non dover subire il fumo, l’odore, la puzza, ma soprattutto le sostanze nocive che andranno inevitabilmente nei nostri polmoni. Le leggi ci sono e vanno solo conosciute bene per poter richiedere la loro applicazione.

In ultimo, ma non secondario, è da tenere in conto che la legislazione europea ha previsto l’istituzione del “principio di precauzione“, e come tale è stato recepito nel diritto ambientale italiano e nella propria giurisprudenza. Entro determinati criteri e ambiti, nel caso in cui i dati scientifici non consentano una valutazione completa del rischio, il ricorso a questo principio consente di intervenire preventivamente in maniera da cautelarsi da eventuali ed effettivi danni alla salute o all’ambiente.

Il discorso ovviamente non si ferma qui, vi sono casi importanti di cui scriverò prossimamente che interessano la nostra regione (Liguria) e nello specifico il Comune di Portovenere, dove da settembre c’è una recrudescenza del fenomeno che pare incontrollato, ma che speriamo possa essere arginato quanto prima. A tutto ciò si aggiunge l’uscita a gamba tesa del “focoso” assessore regionale Giampedrone, con la sua piuttosto dubbia (giuridicamente) delibera che vorrebbe permettere, in maniera quasi automatica, ai sindaci di predisporre ordinanze di abbruciamento in situ, del materiale ligneo spiaggiato a seguito di eventi meteo-marini, alla nostra salute ed anche a quella dei nostri assessori regionali (non me ne vogliano). Infine, non mi fermerò, però, solo alla critica e sentirò quali proposte concrete, alternative e sostenibili si possono prevedere di mettere in campo, se non già praticate.

Ambiente: tutti hanno il diritto di sapere e difendersi

tools-collectionAgile manuale d’uso (aggiornabile) per aprire i forzieri dell’informazione ambientale (e non) senza compiere furti con scasso e soprattutto senza scazzi. Inviateci anche le vostre esperienze.

Su queste pagine abbiamo scritto più volte (e non ci stancheremo mai) di trasparenza amministrativa e di accesso agli atti, ovvero dei nostri diritti ad ottenere le informazioni (e documenti) detenute dalle pubbliche amministrazioni. Frequentemente abbiamo scritto anche dei numerosi casi in cui sono stati frapposti ostacoli illegittimi al reperimento delle informazioni ed all’ottenimento della documentazione richiesta. In questo post ci faremo un regalo per l’anno nuovo, uno strumento in più (anzi tanti, tipo coltellino svizzero o toolbox) per poter tutelare noi stessi e gli altri dagli abusi in materia ambientale, aprendo i forzieri dell’informazione all’interno di quella parte della P.A. che si proclama trasparente, ma che nei fatti trasparente lo è molto poco, o lo è solo quando le informazioni le si tirano fuori con le pinze. Ecco, infatti, un paio di pinze (anzi molti e potenti strumenti) specifiche per l’accesso agli atti amministrativi in materia ambientale, ma anche ad uso generale per alcuni casi, forniteci dalla Commissione per l’Accesso ai Documenti Amministrativi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, che: “E’ l’organismo preposto alla vigilanza sull’attuazione del principio della piena conoscibilità e trasparenza dell’attività della pubblica amministrazione, al quale possono rivolgersi privati cittadini e pubbliche amministrazioni.“.

Perciò, […]