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Diffamazione, informazione e critica: io assolto, ma altri?

Portovenere (SP), Daniele Brunetti assolto in primo grado dal reato di diffamazione su querela del sindaco, Matteo Cozzani.

Photo credit: <a href="https://www.flickr.com/photos/leviphotos/2332987961/">noyava</a> via <a href="http://foter.com/">Foter.com</a> / <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/">CC BY-NC-SA</a>Assolto in primo grado perché il fatto non costituisce reato. Il presunto reato era diffamazione aggravata tramite internet, su querela presentata dall’attuale sindaco di Portovenere (SP), Matteo Cozzani.

Per questo risultato devo, innanzitutto, ringraziare i miei avvocati dell’associazione Ossigeno per l’Informazione, Valerio Vartolo e Andrea Di Pietro, che si occupano dello sportello legale a tutela di giornalisti, bloggers e cronisti indipendenti. Tramite Ossigeno e MLDI (Media Legal Defence Initiative) è possibile ottenere assistenza legale gratuita nell’ambito dell’attività nel campo dell’informazione. L’associazione è, perciò, un importante presidio a difesa della libera informazione e della democrazia.

Ancora oggi, mi chiedo quale fosse il presunto reato e, soprattutto, quale fosse il reato individuato dal Pubblico Ministero nel testo: “NOTIZIA FRESCA BREVI MANU: poco fa l’ex-comandante Pruzzo mi ha riferito a voce che per quanto riguarda il parcheggio pubblico INVISIBILE a Le Terrazze, la pratica è stata sospesa dal sindaco Matteo Cozzani.“. Subito seguito dalla richiesta: “E’ d’uopo rivolgere la seguente domanda: perché?“. Un sindaco non ha facoltà di operare scelte politiche? Una pratica, che cos’è? E’ un procedimento amministrativo? O un iter non formalizzato? Senza, però, entrare nelle questioni accademiche di cosa si intenda per “pratica“, punto, non seguita da alcun aggettivo e quindi capire il senso del termine “sospesa“, mi pare non secondario rilevare un dettaglio. Il dettaglio era questo, dieci giorni dopo aver rilevato e riportato quell’informazione datami da un pubblico ufficiale e non in via riservata, ho avuto un lungo colloquio telefonico con un altro agente della Polizia Municipale. Durata 8 minuti e 24 secondi, eh si, registrato. Col senno di poi, mi dico che avrei dovuto registrare già la prima conversazione, ad ogni modo, registrai altra conversazione con altro agente, dieci giorni più tardi, il 30 settembre 2014. Questo ben prima di venire querelato in data 20 ottobre, ben prima della notizia della querela e della delibera che ne formalizzò la proposizione, in data 17.10.14. La telefonata, che verteva in tutt’altra questione per circa 8 minuti, fu tra l’altro sostanzialmente verbalizzata da me in una PEC inviata al Comune il 09.10.14. Che culo! Mi dico, che faccio bene a verbalizzare e formalizzare ciò che non mi viene ufficialmente messo per iscritto e che giudico di una certa rilevanza.

Il tema della telefonata, però, era altro, solo gli ultimi 22 secondi riportano alla questione che ha fatto scatenare la reazione del sindaco, cioè la annosa questione degli oneri di urbanizzazione legata al P.U.O. “Le Terrazze”, complesso turistico ricettivo di Portovenere che include: una residenza turistico alberghiera, uno stabilimento balneare, bar, ristorante, parcheggi pubblici e privati e opere ancora incompiute. In buona parte oneri di urbanizzazione ancora mancanti, come il prolungamento di una passeggiata lungo mare (a scomputo), un campo di calcetto, ma anche un’opera di consolidamento della costa, per la spiaggia sottostante (più o meno esistente) ed inclusa nel prolungamento della passeggiata. Oltre a ciò, è ancora da terminare una consistente parte di parcheggi privati interrati, dato che quelli previsti in superficie nell’area sterrata al termine della struttura (ma già operativi da anni), sarebbero in buona parte pubblici. Solo quelli pubblici nell’area incompiuta sarebbero 28, cosa che, all’epoca della querela, non conoscevo. Allora sapevo solamente dei parcheggi pubblici (17) edificati da anni, posti davanti al residence, ad oggi ancora privi di segnaletica stradale regolamentare, orizzontale e verticale. Invisibili per questo, perché non distinguibili da parcheggi privati posti, oltretutto, dopo uno stretto varco, a senso unico alternato, che difficilmente una persona può intendere come varco di accesso pubblico libero, con o senza striscioni pubblicitari o addetti privati a controllare. Ma lo vedremo in altro articolo, assieme alle carte.

Torno alla telefonata, avuta il 30.09.14, con un agente della Polizia Locale. Ebbene, volgeva il termine della chiamata, riporto la mia trascrizione (BD sono io, PL è l’agente di Polizia Locale):

BD – Vabbè. La sanatoria riguarda la materia edilizia non la materia commerciale. Stiamo facendo un po’ di confusione. Vabbè, comunque finiamola qua, perché vedo che non ci capiamo. Ehhh, niente. (min 08:02) Invece, per quanto riguarda la questione che avevo già fatto protocollare, mandato per PEC, “Le Terrazze”, li la questione…
PL – “Le Terrazze” io questo non l’ho seguito
BD – Non la sta seguendo lei
PL- Non la sto seguendo io “Le Terrazze”, comunque le sto dicendo che sta… ehhh le posso dire che è stato bloccato su dall’amministrazione. Quindi se la veda con l’amministrazione
BD – Si… si allora mi conferma quello che mi era stato detto… in sostanza
PL – Va bene?
BD – Va bene. La ringrazio, buon…

bloccato su dall’amministrazione. Quindi se la veda con l’amministrazione“, questo è il senso della questione. Non c’è riservatezza, non c’è segretezza, non c’è alcun tono che faccia intendere qualcosa di sospetto, ad esempio un ipotizzato abuso d’ufficio, per come l’ha inteso il sindaco. Nulla di tutto ciò, è stato del tutto normale e naturale, tanto è vero che, sia dall’ex-comandante Pruzzo, che dall’agente nella telefonata, sono stato indirizzato a sindaco o amministrazione, non all’ufficio tecnico. Perché non avrei dovuto ritenere come fonte valida un pubblico ufficiale? Poi diventati due pubblici ufficiali? Cosa vogliamo fare, querelare anche gli agenti della municipale? Insomma tutto rientrava, pure per me, nel normale quadro delle facoltà decisionali del sindaco, punto. Nulla di più, nulla di meno. Certamente la questione Le Terrazze rimane da anni incompiuta, nella parte più importante riguardante gli interessi pubblici, cosa che prima di me rilevò già l’associazione locale “Posidonia” in un articolo sul loro blog del 14.02.13, dal titolo “Strade negate 2“, ancora online. Non mi sembra, poi, che loro siano stati delicati con l’amministrazione di allora (Nardini-Pistone): “… Neppure i parcheggi in realtà sono pubblici perché, oltre all’impossibilità di accedervi fuori stagione per la presenza del cancello, se fossero tali dovrebbe avere valore anche per quell’area il pass residenti oppure il biglietto rilasciato dal parcometro che gestisce i parcheggi nell’area della II traversa Olivo e non dovrebbe essere necessario pagare altro biglietto. Domanda non secondaria: il ricavato da questi parcheggi ad uso pubblico va nelle casse del Comune?“. Anche del cancello, poi abbattuto a seguito di ordinanza del 24.07.13, ne scriverò nuovamente.

Dunque, anche la telefonata registrata fu depositata presso il P.M. in Procura, prima del mio rinvio a giudizio, cosa che però avvenne pochi giorni dopo. Non mi spiegai il perché, ed in seguito non mi spiegai perché la Procura non sentì l’agente della telefonata, persino senza chiamarlo a testimoniare nel processo. In udienza ebbi la risposta, quando il mio avvocato, Valerio Vartolo, chiese di depositare la registrazione telefonica, a seguito dell’esame in udienza dell’agente, chiamato dalla mia difesa. Ebbene, le ragioni della illegittimità della prova, per la Procura (seguita a ruota dalla difesa del sindaco), erano sostanzialmente tre:

  1. l’interlocutore non era a conoscenza della registrazione in corso;
  2. vi è strumentalità della prova precostituita;
  3. la modalità della trascrizione non è certificata.

Vi immaginate quanti processi debbano andare all’aria perché basati anche su prove registrate da persone implicate? La giurisprudenza, poi, appare chiara nel merito. Non vi è mai capitato di leggere di giornalisti che registrano le conversazioni, visto che le ritrattazioni sono all’ordine del giorno? Un esempio recentissimo, Berdini, l’assessore all’urbanistica della giunta Raggi a Roma, smentito dalle registrazioni. Anche se lì potrebbe esserci una questione di deontologia professionale giornalistica, visto che Berdini aveva chiesto la riservatezza. Un giornalista sarebbe tenuto a rispettare il segreto delle fonti. Ma questo è altro tema e non fa parte di questo mio caso specifico. Nessuno mi ha chiesto riservatezza, a prescindere dal non sapere di essere registrato. Cosa che potrebbe aver avuto senso se ritenuta, ad esempio, confidenza in merito ad un atto avvenuto in violazione della legge. Di esempi, ad ogni modo, ne possiamo fare tantissimi.

“Strumentalità della prova precostituita”, francamente faccio fatica a capirne il senso, dato che non se ne contesta la veridicità e nemmeno la data in cui è avvenuta (viste le prove di contesto depositate), ovvero ben prima di conoscere l’intenzione del sindaco di sporgere querela, avvenuta 17 giorni dopo.

La trascrizione non è certificata, ok. La trascrizione è stata depositata con il cd della registrazione, non mi pare insormontabile il problema, tanto da invalidare la prova.

Ovviamente, la prova fu acquisita dal giudice ed è questo che mi rende incomprensibile il mio rinvio a giudizio. Ma certo, le questioni non erano tutte qui. Il processo non è stato banale, nonostante le premesse al capo d’accusa, anzi proprio per quello direi. La presunta diffamazione non era certo intellegibile di primo acchito, perciò, chi poteva intenderla come tale tra il pubblico? Credo, però, risulti per voi noioso, e poco interessante riproporne pedissequamente la storia, dato che non è certo un caso di importanza nazionale. L’importanza, però, sta nel senso generale delle cose, che indubbiamente si riflette sui tanti casi simili nella nostra penisola e nel mondo. Dov’è il limite tra informazione e diffamazione? Dov’è il limite tra informazione e autocensura? Dov’è il limite tra critica politica e calunnia? In mancanza del buon senso, possiamo riferirci all’orientamento giuridico che ne dà la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), ripresa dalla mia difesa nel processo. Corte per la quale, a voler sintetizzare il più possibile, un pubblico amministratore, per il ruolo che svolge, è tenuto a subire critiche, anche un po’ ingiuste, dato che il suo ruolo è quello di dimostrare con i propri atti politici e amministrativi il proprio valore e le proprie capacità di operare per il buon governo della cosa pubblica. Ciò, senza dover comprimere le libere opinioni e l’informazione, se orientate a valutare il suo operato e non la sua persona. L’opinione pubblica, come l’informazione e la critica, rimangono, perciò, parti essenziali nella vita sociale di ogni paese democratico. Spero che, anche il mio caso, possa servire da esempio, come del resto è stato a proprio modo utile a farmi capire molte più cose, soprattutto a non rinunciare ad informare, ad esporre critiche, ma nel più razionale dei modi, conoscendo i temi esposti sulla base di una rigorosa ricerca documentale e di fonti attendibili.

Tornando alla frase del capo d’accusa e alla connessa domanda, il sindaco mi rispose? No, mi querelò. In seguito feci alcuni accessi agli atti, dovetti anche arrivare sino al Consiglio di Stato, ad ogni modo, nei prossimi articoli, intendo riprendere il tema nel merito, ovvero nella questione dell’incompiuto P.U.O. de “Le Terrazze”. Farò anche una breve parentesi sugli insulti come metodo intimidatorio, atti a zittire le opinioni altrui. L’insulto non va mai tollerato, perché è un’arma impropria al servizio delle prepotenze, è la base dei regimi non democratici.

Articolo correlato: A sindaco (politicamente) debole, querela facile – Ubi minor, maior cessat (libera interpretazione)

Per approfondire: Dossier “Le Terrazze”

Grazie Ossigeno per l’informazione, questo l’articolo sul loro sito: Il blogger Daniele Brunetti. Grazie Ossigeno. Questo il mio calvario

Le motivazioni giuridiche dei legali di Ossigeno: Sindaco querela. Giudice assolve applicando le regole europee

Photo credit: noyava via Foter.com / CC BY-NC-SA

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Portovenere (SP): censura ad personam

Chi segue il mio blog sa che mi occupo, in particolare, di tematiche inerenti l’area in cui abito, ovvero Portovenere in provincia della Spezia, motivo per il quale frequento alcuni gruppi Facebook che si occupano della zona, tra cui il gruppo denominato “Il Comune Siamo Noi”, aperto ed ideato da una persona del luogo, Giovanni Dotti, molto attivo in loco e conosciuto anche con il soprannome “sindaco della calata“, ovvero del porticciolo di Portovenere.

Certamente in passato anche recente, gli attriti sui miei interventi critici, o comunque relativi a notizie da me reperite o riportate, non sono mancati, altrimenti il diritto di critica dove sarebbe? Ma, sebbene le mie notizie o posizioni vengano sempre scritte nel rispetto della dignità di ognuno, nei limiti del buongusto e soprattutto della legge, sono stato oggetto di pesanti insulti e minacce per le quali non ho ricevuto giustizia, in compenso ho ricevuto una querela, a mio vedere del tutto pretestuosa, da parte del Sindaco di Portovenere, relativamente ad una notizia di interesse pubblico riferitami da pubblico ufficiale, su cui è in corso un processo di cui vi aggiornerò prossimamente.

Ultimamente, sul gruppo alcuni fremevano per chiuderlo, stante eccessive le critiche (ovviamente non solo del sottoscritto), ma a quanto pare sta prevalendo la linea dell’avviso (per alcuni) e della censura definitiva senza preavviso (per altri). Ebbene, il gruppo “Il Comune Siamo Noi”, è stato aperto per discutere dei problemi o temi riguardanti il Comune, o per elogiare e fare solo propaganda? E’ un gruppo ufficiale del Comune, oppure di fan del sindaco Matteo Cozzani?

Per quale motivo questa mattina non ho più accesso al gruppo, nemmeno lo posso leggere, ma chi può leggere, a fianco al mio nome, vede una spunta con una barra che indica: “I post nel gruppo IL COMUNE SIAMO “NOI” non possono essere visualizzati da Daniele Brunetti”?

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Quindi, non ho diritto di partecipare alla vita e discussione politica in questo paese? Ho scritto qualcosa di veramente censurabile ultimamente? Chi ha operato la censura, dato che fra gli amministratori appare Giovanni Dotti (recentemente rientrato nel ruolo) e Zagor Tenay, nickname di altra persona nota in paese, ma che non interviene da lungo tempo? E a chi corrisponde il “NOI” del gruppo? Noi cittadini o noi supporter del sindaco? Ditelo chiaramente una volta per tutte, senza nascondervi dietro ad un “noi” che è molto più ristretto di quello che si vuol far intendere. Ma soprattutto, questo Comune sta in Italia o in un altro Stato?

No, certamente sbaglio io, si è trattato di un semplice malinteso, il mio account sul gruppo verrà ripristinato al più presto. Ma guarda come sono stato prevenuto! Almeno me lo auguro.

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AGGIORNAMENTO del 17.07.16

Questa mattina mi è stato ridato accesso al gruppo di cui sopra. Grazie.

Libertà di stampa: ieri era, ma oggi è importante lottare per domani

HumphreyBogartDeadlineIeri era la giornata mondiale della libertà di stampa, francamente l’evento mi è sfuggito, come può essere sfuggito a molti. Le giornate in memoria, o per qualcosa, raggiungono, però, il loro scopo quando non rimangono lettera morta il giorno dopo, soprattutto nel domani.
La libertà (in generale), come la libertà di stampa e di informazione (la trasparenza), non possono durare lo spazio di un giorno o di un anno, ma devono permanere indefinitamente, in particolar modo nei cosiddetti paesi democratici, perché ne è la loro linfa.
Ma in Italia, come in altri paesi della sfera democratica, qualcosa (o più) non funziona, anche in questo senso. Nel nostro paese, la libertà di stampa e il diritto ad essere informati (trasparenza) hanno un’ampiezza ed un’efficacia estremamente variabile in ragione di una serie di fattori, non sarò certo esaustivo, ma fra questi pesano: l’influenza politica, l’autocensura, l’arroganza di alcune istituzioni pubbliche, i legami clientelari e di amicizia (tra cui varie forme di associazionismo più o meno palesi), il corporativismo, per arrivare a vere e proprie forme di associazioni a delinquere con forte radicamento sul territorio nazionale e locale, ovvero consorterie che spaziano all’interno di ambienti disomogenei e che spesso penetrano, o lambiscono, anche ambienti istituzionali di ogni specie: quelle forme di legami che possiamo anche definire con un termine che ormai va un po’ stretto (ed è datato) come “massonerie” o, forse più adeguatamente, “mafie” anche se non in modo tradizionale.
Volutamente, nella libertà di stampa, includo il diritto all’informazione, ovvero, alla trasparenza delle nostre istituzioni pubbliche, perché la mancata trasparenza nella pubblica amministrazione non solo è un sintomo di malessere antidemocratico, ma un presidio al malaffare, a ciò che di un’istituzione pubblica ne fa un gruppo di persone che lavorano per gli interessi di pochi, consapevolmente o meno.
Per questo la libertà di stampa e la trasparenza sono legate a filo doppio, l’una muore quando manca l’altra, mentre l’una e l’altra in salute contribuiscono a mantenere sano un paese, ne disvelano i problemi, le carenze, le marcescenze. Ciò che un’inchiesta giornalistica, o la trasparenza, rivela non rimane fine a sé stesso quando la libera stampa (e potremmo anche dire la libera diffusione su tutti i mezzi di informazione sociale) ne dà conto alla comunità. Ed è proprio la conoscenza sociale dei problemi e delle storture, in essere al proprio interno, che ne stimola le soluzioni, o ciò che alcuni hanno chiamato “anticorpi”, ovvero una reazione, o meglio una serie di reazioni che si riflettono a tutti i livelli, socio-politico-economici. E la parola “anticorpi” non esce a caso perché, come un medico sa, la malattia si debella definitivamente solo quando se ne acquisisce piena conoscenza e consapevolezza. Non è certo nascondendo la malattia, o i suoi stessi sintomi, che i problemi si risolvono ma, purtroppo, non è raro tra noi, trovare limiti all’esposizione o all’individuazione di una notizia, di una informazione, soprattutto in ambiti comunitari ristretti, e perciò più facilmente sottoposti all’influenza di piccoli gruppi di potere (ma ben ramificati), o per timore personale, o banalmente per ignoranza e quieto vivere comune, o per tutti questi fattori messi assieme.
L’Italia, come l’Europa o l’ambito democratico mondiale, vive, ormai da lungo tempo, un periodo di evidente decadenza di quei valori fondanti che fanno di una società umana una società vivibile ed equa, in cui “la Libertà e la ricerca delle Felicità” possono avere un senso solo nel solco del rispetto reciproco e della crescita culturale di ognuno di noi. Ed è proprio in questo senso che la libertà di stampa (e trasparenza) opera, senza la quale un popolo ignorante è alla totale sudditanza dei propri aguzzini, che siano all’interno delle istituzioni, di gruppi sociali od economici, o che semplicemente siano ras del quartierino.

FACEBOOK, mi hai rotto i cabasisi! Empathy è molto meglio!

pollice giù Era da tempo che lo volevo scrivere: FACEBOOK, mi hai rotto i cabasisi!

E da tempo volevo scrivere un articolo sulle relazioni tra il più potente dei social network e una rappresentazione malata di democrazia sociale, vincolata al più rigoroso ed ottuso accentramento, a danno di una reale libertà delle opinioni e della privacy (per chi usa il mezzo in maniera inconsapevole), che favorisce lo scontro sociale di bassa lega, a danno di coloro che usano argomenti scomodi, benché nel rispetto, non solo delle leggi ma, dell’educazione e con senso civico.

Di essere sbattuto fuori dal proprio account Facebook, per qualche tempo, non è capitato solo a me, ma ad altri come me, ovvero persone in grado di elaborare informazioni, pensieri e concetti in maniera autonoma dalla maggioranza non pensante e inerte. Opinioni e notazioni magari scomode ai più, soprattutto all’interno di piccole comunità locali culturalmente depresse, o magari ritenute aggressive anche se prive di contenuto offensivo o diffamatorio.

Il motivo addotto da Facebook, ormai consueto, è “riteniamo che ci siano delle attività sospette sul tuo account“… ah ahaaa! E quindi, divertiti con questi giochini di riconoscimento delle foto dei tuoi amici, per farci capire se sei un uomo o una gallina, oppure fai girare questo programmino per vedere se ci sono virus sul tuo computer. Tutte cose che poi compiute diligentemente non portano assolutamente a nulla, se non alla conferma del blocco sull’account fino a data da destinarsi. Nell’ultima occasione (in corso e con sparizione degli ultimi post), senza nemmeno poter comunicare messaggi (più che altro imprecazioni) all’assistenza (parola grossa), se non tramite un escamotage tecnico che non so se darà i propri frutti nel breve periodo. Le attività sospette per loro sono taggare troppe persone, cosa che faccio raramente, se non in casi eccezionali, perché la ritengo una forma di prepotenza, ma non di meno vedo chi tagga decine di account alla volta a ripetizione senza problemi. Oppure condividere in breve tempo un post su diversi account o gruppi, facendo pensare che, se scrivessi e cliccassi meno velocemente, eviterei di essere scambiato per un’attività sospetta, ovvero un virus o un programmino che in maniera automatica svolge tale funzione.

Però questi sono dettagli, il nocciolo è che non vedo mai sparire persone che scrivono offese e minacce, magari abitualmente, mentre gli unici di cui so avere avuto disavventure con mr. Facebook, sono persone che come me scrivono cose che ad alcuni fanno venire l’orticaria papulosa, ed allora, francamente, mi viene il dubbio che alla base dell'”attività sospetta” a mio carico ci sia ben altro che un virus o un robottino, e che questa non sia altro che una forma ipocrita e molto orwelliana, modello 1984.

Ma, a prescindere da tutto ciò, il fatto di vedermi sbattere fuori e tarparmi le ali mi fa venire una rabbia pazzesca, eh già, perché Facebook ingenera una maledetta forma di dipendenza, più o meno grave in tutti noi che lo utilizziamo, che si fa sentire quanto sei forzato a non poter utilizzare il tuo account, quasi come qualcuno ti avesse imbavagliato. Ciò mi fa riflettere sul senso di questo social network, totalmente accentrato nel controllo, totalmente sordo alle richieste o rimostranze, che in più sfrutta i propri iscritti, o meglio “coscritti” anche se volontari, adulandoli o rimproverandoli: se spendono o non spendono soldi per veicolare pubblicità, oppure se attirano o non attirano folle festanti. Tutto ciò gonfiando o sgonfiando i dati statistici di accesso alle proprie pagine o ai propri post. Si, perché chi crede completamente ai dati sugli accessi veicolati da FB, farebbe bene a mettere su un blog e a farne uno studio comparativo e ponderato.

L’invaso idraulico di FB è, poi, una grande pozza dove sguazzano gli apparati di governi democratici e non, aziende multinazionali e non, o altri enti che lavorano sui big data, a volte con intenti poco puliti. Lo sappiamo da tempo, il loro scopo è profilarci, commercialmente quando va bene, o sfruttare con algoritmi complessi quel non detto, ma chiaro dall’incrocio di dati e fonti diverse, che porta all’invadenza nella sfera più privata, che se sfruttata per scopi pesantemente commerciali o per fini ancora più invasivi, porta all’azzeramento dei diritti e della libertà, soprattutto in realtà politiche e sociali prive di adeguati anticorpi, se non in regimi dove la democrazia non è nemmeno sulla carta.

Per esperienza sul campo, posso affermare che FB non fa una piega se ti offendono, minacciano o se ti diffamano (per la verità può succedere anche di peggio con la nostra giustizia), mentre è estremamente reattivo se infastidisci con le tue sole opinioni un certo numero di persone. Mr. FB segue, cerca e sfrutta i gruppi di persone con pensiero normalizzato, non ha altri punti di riferimento, nella carta costituzionale del social network made in USA, sostanzialmente, è scritto che: la maggioranza nei gruppi sociali ha sempre ragione, a prescindere che il gruppo si chiami “Ku Klux Klan” o “Amici dei violentatori”.

E allora, siamo sicuri che ne valga la pena continuare a foraggiare questo mostro senza testa e senza orecchie, ma con un neurone che controlla tutto e si vende al migliore offerente?

No, francamente, vorrei che ci si liberasse di questo pseudo-social network e si fondasse un vero social network, open source e decentrato, perché è importante sapere come funziona, perché la trasparenza non ha senso solo nelle democrazie autentiche, ma anche nelle stesse emulazioni, come la rete internet stessa. E allora, come mai ancora nessuno ha pensato a fondare un social network privo di controllo centrale, open source e che sappia ascoltare i propri iscritti? Io lo chiamerei: Empathy, il network che mostra empatia nei confronti delle persone e non arroganza ed ottusità come FB, al servizio delle potenze. Sarei il primo ad iscrivermi se non a fondarlo… chi ci sta?

Disinformazia paraculazia

L'articolo ora
L’articolo ora

Oggi pareva essere una domenica sonnacchiosa e tranquilla, quando a fatica, per la luce del sole, faccio una rapida lettura della homepage di Repubblica sullo smartphone e trovo nuovamente il trafiletto di un articolo pubblicato ieri (5.9.15). L’articolo titola: “Giustizia, Orlando: aggiungere sanzioni patrimoniali al carcere”. Mi stropiccio gli occhi e mi dico, ma guarda che cretino, ieri l’ho messo sulla mia pagina Facebook e ne è nato un tormentone con una tizia, che di petto affronta il mio commento nel quale giudicavo il “ministro” reo di “profonda superficialità” perché avevo inteso il suo discorso improntato sul fatto che le sanzioni patrimoniali dovessero essere sostitutive al carcere. Come cavolo ho fatto a prendere un simile abbaglio? Arteriosclerosi modello Crozza-Montezemolo? Cerco di riprendere un po’ di fiducia in me stesso e mi viene da pensare che il redattore della pagina di Repubblica abbia nel frattempo modificato il titolo. Ma guarda, discuto aspramente per quell’articolo e ora viene fuori che cambia il senso dell’articolo a partire dal titolo? Ma dai, sto esagerando con i complotti, non sono mica un fan di Voyager. Però quando torno a casa voglio vedere la mia pagina Facebook. Nel frattempo il trafiletto dell’articolo sulla homepage del quotidiano online sparisce, vado sulla mia pagina FB e guarda guarda, ecco il titolo e la stessa foto del “ministro” con lo sguardo che gli riesce meglio, davanti allo sfondo rosé (PD di Renzi) della Festa Nazionale dell’Unità di Modena. Mi stropiccio di nuovo gli occhi (rischio la congiuntivite) e leggo il titolo: “Giustizia, Orlando: meglio sanzioni patrimoniali che carcere”. Naaaa, ma dai?! Clicco sul post e magicamente si apre la pagina di Repubblica con l’articolo dal titolo: “Giustizia, Orlando: aggiungere sanzioni patrimoniali al carcere”. Naaa!!! L’effetto è strepitoso, mi dico che questo è un piccolo grande scoop per la trasmissione TV Gazebo, una delle pochissime intelligenti e spassose nel panorama asfittico della televisione italiana. Ma guarda un po’, ieri quella discussione, con malcelati dubbi che vi fosse qualche rappresentante della guardia reale in giro, Orlando è di Spezia (senza “La”, usiamo così) e io purtroppo (per moltissimi motivi) lo sono pure, e ora l’inversione a “U” del titolo. Ma davvero? Qualche agente infiltrato-provocatore ha letto tutto e ha trasmesso al capo? Mi sto montando la testa, non può essere, certamente no, in un paese democratico ed avanzato come il nostro non può succedere. Fatto sta che il titolo è cambiato, magari anche l’articolo ha avuto qualche limatura e/o aggiustata (non lo so) e allora mi chiedo da cosa sia dipeso. E’ venuto un dubbio al giornalista? E’ venuto un dubbio al titolista? E’ partito un urlo dal direttore? Mah, chissà. O forse è arrivata una telefonata o un messaggino tramite Twitter? Sarà ma a me tutto ciò fa pensare, soprattutto mi fa pensare che troppo spesso in Italia vige la regola della “disinformazia paraculazia” e il posto nelle classifiche della libertà di stampa ce lo meritiamo tutto, proprio tutto.

L'articolo prima
L’articolo prima

LA STAMPA ITALIANA: autocensura e disinformazione

disinformazioneE’ in campagna elettorale che si fa più evidente la disinformazione o semplicemente l’auto-censura da parte della stampa italiana (locale e nazionale), ma ricordiamoci che è nel corso di tutto l’anno che siamo bombardati da informazione farlocca o privati di informazioni a loro modo dirimenti. Il primo metodo per cercare di tutelarsi da tali carenze o falsificazioni è essere attivi nella ricerca informativa. Prima potevamo solo comprare giornali di diverse testate, ora abbiamo anche internet, strumento potente ed allo stesso tempo mistificatore. Perché mistificatore: perché un vaso di Pandora dove si può scaricare liberamente qualsiasi cosa, vera, falsa, vera e falsa. La potenza del mezzo è parte anche della propria debolezza: assoluta mancanza di garanzia sulla verifica dei fatti o fact checking. Ma questo punto debole è anche parte, troppo spesso, delle testate giornalistiche “prestigiose”, sia radiotelevisive che della carta stampata, di seguito ne vedremo un esempio lampante. Il secondo metodo è cercare, tutte le volte che possiamo, la fonte primaria dell’informazione. Spesso i giornalisti non citano la fonte informativa, anche se si tratta, ad esempio, di una fonte ufficiale statale o governativa, come potrebbe essere un rapporto statistico o tecnico, o una fonte giuridica, ad esempio una […]