Archivi tag: informazioni

Anticorruzione e Trasparenza: il Comune di Portovenere (SP) dice NIET!

La triste storia su rotazione dei dirigenti e funzionari nelle Pubbliche Amministrazioni, ma anche sulla trasparenza proattiva degli atti pubblici presso la Pubblica Amministrazione

Il Comune dice NIET! Effettivamente è così. Si fa la consultazione pubblica per il nuovo Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione e per la Trasparenza amministrativa, presso il Comune di Portovenere (SP), e le mie poche proposte vengono buttate nel cestino, un po’ perché la legge lo permette, un po’ perché non ci sono le volontà politiche.

La mia esperienza è sintetizzata in questo allegato alla delibera di Giunta Comunale n.20 del 31.01.18, di approvazione del P.T.P.C. del Comune di Portovenere dove, in pratica, nulla delle mie osservazioni viene preso concretamente in considerazione.

Principio n.1: tutti sono utili, nessuno è indispensabile, ma non nella Pubblica Amministrazione.

Vi ricordate quella norma, che poi non è propriamente una norma, ma più un classico buon proposito, tipo quelli di inizio anno quando ci diciamo: “farò la dieta” o “farò più attività fisica”? Mi riferisco ai principi dettati in varie sedi, come A.N.AC. (Autorità Nazionale Anti Corruzione) o Corte dei Conti, in relazione alla rotazione dei dirigenti. Ma anche di una serie di funzioni, o incarichi, in mano a funzionari in ambiti suscettibili a corruzione. Ebbene, sappiate che sono e rimangono solo bei propositi per gli anni a venire. Nell’ambito delle pubbliche amministrazioni, l’esperienza (ma sarà sempre solo quella?) conta più di ogni altra cosa, tanto da rendere i dirigenti e i funzionari inamovibili, anche se la piaga del clientelismo sarà, praticamente, inevitabile. Non c’è storia. Ma mi chiedo, vogliamo prenderci meno in giro e trovare una soluzione che cerchi di tenere assieme esperienza maturata e necessità di prevenire (o almeno limitare) la piaga del clientelismo, se non peggio? Vogliamo allungare il periodo di rotazione da 5, a 7 anni, o anche a 10 (per me comunque troppi)? Almeno per non raccontarci favole? Se poi un Comune è piccolo, si pensi agli enti nelle aree limitrofi (Comuni o altri enti), come spazio per la rotazione.

Ebbene, guardiamo concretamente la mia influenza sul piano di prevenzione della corruzione del Comune ligure al punto 20:

P.T.C.P. vecchio
P.T.C.P. nuovo

In pratica si è solo fatta un po’ di pulizia dal copia e incolla del vecchio testo.

Principio n.2: trasparenza invisibile.

Lo sappiamo, con la recente riforma dell’accesso agli atti (FOIA – Freedom of Information Act) sono arrivate anche nuove forme di accesso, che nel bene e nel male funzionano (o meno), o possono funzionare, soprattutto dopo il periodo di rodaggio. Io ne ho avuto una prima esperienza (mi riferisco, in questo articolo, al solo accesso civico generalizzato), tutto sommato positiva, anche se ho dovuto limitare notevolmente le mie richieste rispetto alle intenzioni (ad esempio: qui e qui). Certo dipende anche con chi hai a che fare, e se sai cavartela con norme e giurisprudenza. Se trovi davanti a te personaggi arcigni, ti tocca affilare le unghie, ma come in ogni cosa. Soltanto che, al privato cittadino, se non trova almeno un difensore civico serio (e non è sempre così), gli tocca tirare fuori soldi (che non rivedrà mai) in costosi ricorsi a T.A.R. e al Consiglio di Stato. Ma veniamo al punto. La riforma Madia sull’accesso agli atti amministrativi ha rivisto gli obblighi di pubblicazione, quelli che dovrebbero andare sul sito internet dei Comuni e delle altre PP.AA., ha tolto molti degli obblighi precedenti e ha strutturato la cosa in maniera più complicata, non mi ci addentro perché pure io mi ci perdo. Quindi, ora, i Comuni, vengo al caso specifico, ci sguazzano e pubblicano meno di prima, soprattutto per quanto riguarda le questioni urbanistiche ed edilizie, a cui io pongo particolare attenzione nella mia zona, tra l’altro con vincoli UNESCO e non solo.

Ebbene, io chiedevo al Comune di fare uno sforzo di buona volontà, di dimostrare di non temere la trasparenza, anzi di usarla come metro di buona politica e di spirito di servizio, pur rispettando la privacy, ove serve. Ma NIET! Al punto 2, dell’allegato alla delibera di Giunta Comunale n.20 del 31.01.18, il segretario comunale mi scrive che mettere planimetrie non se ne parla, nemmeno limitando la cosa agli impatti paesaggistici come intendevo io. Il Comune già pubblica  semestralmente, lui scrive, ben oltre i propri obblighi, gli elenchi semestrali relativi ad autorizzazioni e concessioni. Però! E allora andiamo a vedere l’ultimo elenco relativo al secondo semestre del 2017.

Ad esclusione delle autorizzazioni paesaggistiche, da cui si può cercare di capire a cosa ci si riferisce, partendo da indirizzi civici, per il resto sono parole prive di senso, perché non vi è alcun riferimento né al luogo, né al soggetto. Sai com’è, la privacy prevale sempre, per coloro che usufruiscono di autorizzazioni pubbliche, o che hanno violato le norme. In particolare mi riferisco ai permessi di costruire, e a tutta un’altra serie di provvedimenti come: ordinanze e diffide alla demolizione di opere abusive,  messe in pristino, sanzioni relative e molto altro, come elencavo nelle mie osservazioni. Tutti provvedimenti che, se sono stati pubblicati, puoi forse trovare nello storico dell’albo pretorio, se va bene.

Morale.

La morale? Ve la devo pure scrivere?

Diffamazione, informazione e critica: io assolto, ma altri?

Portovenere (SP), Daniele Brunetti assolto in primo grado dal reato di diffamazione su querela del sindaco, Matteo Cozzani.

Photo credit: <a href="https://www.flickr.com/photos/leviphotos/2332987961/">noyava</a> via <a href="http://foter.com/">Foter.com</a> / <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/">CC BY-NC-SA</a>Assolto in primo grado perché il fatto non costituisce reato. Il presunto reato era diffamazione aggravata tramite internet, su querela presentata dall’attuale sindaco di Portovenere (SP), Matteo Cozzani.

Per questo risultato devo, innanzitutto, ringraziare i miei avvocati dell’associazione Ossigeno per l’Informazione, Valerio Vartolo e Andrea Di Pietro, che si occupano dello sportello legale a tutela di giornalisti, bloggers e cronisti indipendenti. Tramite Ossigeno e MLDI (Media Legal Defence Initiative) è possibile ottenere assistenza legale gratuita nell’ambito dell’attività nel campo dell’informazione. L’associazione è, perciò, un importante presidio a difesa della libera informazione e della democrazia.

Ancora oggi, mi chiedo quale fosse il presunto reato e, soprattutto, quale fosse il reato individuato dal Pubblico Ministero nel testo: “NOTIZIA FRESCA BREVI MANU: poco fa l’ex-comandante Pruzzo mi ha riferito a voce che per quanto riguarda il parcheggio pubblico INVISIBILE a Le Terrazze, la pratica è stata sospesa dal sindaco Matteo Cozzani.“. Subito seguito dalla richiesta: “E’ d’uopo rivolgere la seguente domanda: perché?“. Un sindaco non ha facoltà di operare scelte politiche? Una pratica, che cos’è? E’ un procedimento amministrativo? O un iter non formalizzato? Senza, però, entrare nelle questioni accademiche di cosa si intenda per “pratica“, punto, non seguita da alcun aggettivo e quindi capire il senso del termine “sospesa“, mi pare non secondario rilevare un dettaglio. Il dettaglio era questo, dieci giorni dopo aver rilevato e riportato quell’informazione datami da un pubblico ufficiale e non in via riservata, ho avuto un lungo colloquio telefonico con un altro agente della Polizia Municipale. Durata 8 minuti e 24 secondi, eh si, registrato. Col senno di poi, mi dico che avrei dovuto registrare già la prima conversazione, ad ogni modo, registrai altra conversazione con altro agente, dieci giorni più tardi, il 30 settembre 2014. Questo ben prima di venire querelato in data 20 ottobre, ben prima della notizia della querela e della delibera che ne formalizzò la proposizione, in data 17.10.14. La telefonata, che verteva in tutt’altra questione per circa 8 minuti, fu tra l’altro sostanzialmente verbalizzata da me in una PEC inviata al Comune il 09.10.14. Che culo! Mi dico, che faccio bene a verbalizzare e formalizzare ciò che non mi viene ufficialmente messo per iscritto e che giudico di una certa rilevanza.

Il tema della telefonata, però, era altro, solo gli ultimi 22 secondi riportano alla questione che ha fatto scatenare la reazione del sindaco, cioè la annosa questione degli oneri di urbanizzazione legata al P.U.O. “Le Terrazze”, complesso turistico ricettivo di Portovenere che include: una residenza turistico alberghiera, uno stabilimento balneare, bar, ristorante, parcheggi pubblici e privati e opere ancora incompiute. In buona parte oneri di urbanizzazione ancora mancanti, come il prolungamento di una passeggiata lungo mare (a scomputo), un campo di calcetto, ma anche un’opera di consolidamento della costa, per la spiaggia sottostante (più o meno esistente) ed inclusa nel prolungamento della passeggiata. Oltre a ciò, è ancora da terminare una consistente parte di parcheggi privati interrati, dato che quelli previsti in superficie nell’area sterrata al termine della struttura (ma già operativi da anni), sarebbero in buona parte pubblici. Solo quelli pubblici nell’area incompiuta sarebbero 28, cosa che, all’epoca della querela, non conoscevo. Allora sapevo solamente dei parcheggi pubblici (17) edificati da anni, posti davanti al residence, ad oggi ancora privi di segnaletica stradale regolamentare, orizzontale e verticale. Invisibili per questo, perché non distinguibili da parcheggi privati posti, oltretutto, dopo uno stretto varco, a senso unico alternato, che difficilmente una persona può intendere come varco di accesso pubblico libero, con o senza striscioni pubblicitari o addetti privati a controllare. Ma lo vedremo in altro articolo, assieme alle carte.

Torno alla telefonata, avuta il 30.09.14, con un agente della Polizia Locale. Ebbene, volgeva il termine della chiamata, riporto la mia trascrizione (BD sono io, PL è l’agente di Polizia Locale):

BD – Vabbè. La sanatoria riguarda la materia edilizia non la materia commerciale. Stiamo facendo un po’ di confusione. Vabbè, comunque finiamola qua, perché vedo che non ci capiamo. Ehhh, niente. (min 08:02) Invece, per quanto riguarda la questione che avevo già fatto protocollare, mandato per PEC, “Le Terrazze”, li la questione…
PL – “Le Terrazze” io questo non l’ho seguito
BD – Non la sta seguendo lei
PL- Non la sto seguendo io “Le Terrazze”, comunque le sto dicendo che sta… ehhh le posso dire che è stato bloccato su dall’amministrazione. Quindi se la veda con l’amministrazione
BD – Si… si allora mi conferma quello che mi era stato detto… in sostanza
PL – Va bene?
BD – Va bene. La ringrazio, buon…

bloccato su dall’amministrazione. Quindi se la veda con l’amministrazione“, questo è il senso della questione. Non c’è riservatezza, non c’è segretezza, non c’è alcun tono che faccia intendere qualcosa di sospetto, ad esempio un ipotizzato abuso d’ufficio, per come l’ha inteso il sindaco. Nulla di tutto ciò, è stato del tutto normale e naturale, tanto è vero che, sia dall’ex-comandante Pruzzo, che dall’agente nella telefonata, sono stato indirizzato a sindaco o amministrazione, non all’ufficio tecnico. Perché non avrei dovuto ritenere come fonte valida un pubblico ufficiale? Poi diventati due pubblici ufficiali? Cosa vogliamo fare, querelare anche gli agenti della municipale? Insomma tutto rientrava, pure per me, nel normale quadro delle facoltà decisionali del sindaco, punto. Nulla di più, nulla di meno. Certamente la questione Le Terrazze rimane da anni incompiuta, nella parte più importante riguardante gli interessi pubblici, cosa che prima di me rilevò già l’associazione locale “Posidonia” in un articolo sul loro blog del 14.02.13, dal titolo “Strade negate 2“, ancora online. Non mi sembra, poi, che loro siano stati delicati con l’amministrazione di allora (Nardini-Pistone): “… Neppure i parcheggi in realtà sono pubblici perché, oltre all’impossibilità di accedervi fuori stagione per la presenza del cancello, se fossero tali dovrebbe avere valore anche per quell’area il pass residenti oppure il biglietto rilasciato dal parcometro che gestisce i parcheggi nell’area della II traversa Olivo e non dovrebbe essere necessario pagare altro biglietto. Domanda non secondaria: il ricavato da questi parcheggi ad uso pubblico va nelle casse del Comune?“. Anche del cancello, poi abbattuto a seguito di ordinanza del 24.07.13, ne scriverò nuovamente.

Dunque, anche la telefonata registrata fu depositata presso il P.M. in Procura, prima del mio rinvio a giudizio, cosa che però avvenne pochi giorni dopo. Non mi spiegai il perché, ed in seguito non mi spiegai perché la Procura non sentì l’agente della telefonata, persino senza chiamarlo a testimoniare nel processo. In udienza ebbi la risposta, quando il mio avvocato, Valerio Vartolo, chiese di depositare la registrazione telefonica, a seguito dell’esame in udienza dell’agente, chiamato dalla mia difesa. Ebbene, le ragioni della illegittimità della prova, per la Procura (seguita a ruota dalla difesa del sindaco), erano sostanzialmente tre:

  1. l’interlocutore non era a conoscenza della registrazione in corso;
  2. vi è strumentalità della prova precostituita;
  3. la modalità della trascrizione non è certificata.

Vi immaginate quanti processi debbano andare all’aria perché basati anche su prove registrate da persone implicate? La giurisprudenza, poi, appare chiara nel merito. Non vi è mai capitato di leggere di giornalisti che registrano le conversazioni, visto che le ritrattazioni sono all’ordine del giorno? Un esempio recentissimo, Berdini, l’assessore all’urbanistica della giunta Raggi a Roma, smentito dalle registrazioni. Anche se lì potrebbe esserci una questione di deontologia professionale giornalistica, visto che Berdini aveva chiesto la riservatezza. Un giornalista sarebbe tenuto a rispettare il segreto delle fonti. Ma questo è altro tema e non fa parte di questo mio caso specifico. Nessuno mi ha chiesto riservatezza, a prescindere dal non sapere di essere registrato. Cosa che potrebbe aver avuto senso se ritenuta, ad esempio, confidenza in merito ad un atto avvenuto in violazione della legge. Di esempi, ad ogni modo, ne possiamo fare tantissimi.

“Strumentalità della prova precostituita”, francamente faccio fatica a capirne il senso, dato che non se ne contesta la veridicità e nemmeno la data in cui è avvenuta (viste le prove di contesto depositate), ovvero ben prima di conoscere l’intenzione del sindaco di sporgere querela, avvenuta 17 giorni dopo.

La trascrizione non è certificata, ok. La trascrizione è stata depositata con il cd della registrazione, non mi pare insormontabile il problema, tanto da invalidare la prova.

Ovviamente, la prova fu acquisita dal giudice ed è questo che mi rende incomprensibile il mio rinvio a giudizio. Ma certo, le questioni non erano tutte qui. Il processo non è stato banale, nonostante le premesse al capo d’accusa, anzi proprio per quello direi. La presunta diffamazione non era certo intellegibile di primo acchito, perciò, chi poteva intenderla come tale tra il pubblico? Credo, però, risulti per voi noioso, e poco interessante riproporne pedissequamente la storia, dato che non è certo un caso di importanza nazionale. L’importanza, però, sta nel senso generale delle cose, che indubbiamente si riflette sui tanti casi simili nella nostra penisola e nel mondo. Dov’è il limite tra informazione e diffamazione? Dov’è il limite tra informazione e autocensura? Dov’è il limite tra critica politica e calunnia? In mancanza del buon senso, possiamo riferirci all’orientamento giuridico che ne dà la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), ripresa dalla mia difesa nel processo. Corte per la quale, a voler sintetizzare il più possibile, un pubblico amministratore, per il ruolo che svolge, è tenuto a subire critiche, anche un po’ ingiuste, dato che il suo ruolo è quello di dimostrare con i propri atti politici e amministrativi il proprio valore e le proprie capacità di operare per il buon governo della cosa pubblica. Ciò, senza dover comprimere le libere opinioni e l’informazione, se orientate a valutare il suo operato e non la sua persona. L’opinione pubblica, come l’informazione e la critica, rimangono, perciò, parti essenziali nella vita sociale di ogni paese democratico. Spero che, anche il mio caso, possa servire da esempio, come del resto è stato a proprio modo utile a farmi capire molte più cose, soprattutto a non rinunciare ad informare, ad esporre critiche, ma nel più razionale dei modi, conoscendo i temi esposti sulla base di una rigorosa ricerca documentale e di fonti attendibili.

Tornando alla frase del capo d’accusa e alla connessa domanda, il sindaco mi rispose? No, mi querelò. In seguito feci alcuni accessi agli atti, dovetti anche arrivare sino al Consiglio di Stato, ad ogni modo, nei prossimi articoli, intendo riprendere il tema nel merito, ovvero nella questione dell’incompiuto P.U.O. de “Le Terrazze”. Farò anche una breve parentesi sugli insulti come metodo intimidatorio, atti a zittire le opinioni altrui. L’insulto non va mai tollerato, perché è un’arma impropria al servizio delle prepotenze, è la base dei regimi non democratici.

Articolo correlato: A sindaco (politicamente) debole, querela facile – Ubi minor, maior cessat (libera interpretazione)

Per approfondire: Dossier “Le Terrazze”

Grazie Ossigeno per l’informazione, questo l’articolo sul loro sito: Il blogger Daniele Brunetti. Grazie Ossigeno. Questo il mio calvario

Le motivazioni giuridiche dei legali di Ossigeno: Sindaco querela. Giudice assolve applicando le regole europee

Photo credit: noyava via Foter.com / CC BY-NC-SA

Gas ed Elettricità: la truffa ti chiama al telefono

stockvault-fireball136952Parliamo di gas ed elettricità. Una direttiva europea e di conseguenza il nostro governo, assieme all’Autorità per l’energia, ci stanno obbligando a passare dal contratto a maggior tutela al mercato libero. Dal 2018, probabilmente, tutti i contratti a maggior tutela verranno aboliti per legge. Chi avesse già provato l’ebrezza del mercato libero (circa il 25% degli utenti e delle PMI) avrà potuto verificare che il tanto declamato blocco della tariffa (o sconti) è in gran parte un’enorme bufala, in quanto il blocco tariffario si riferisce solo ad una delle tante voci che concorrono a formare il prezzo finale per l’utente. Le altre voci, guarda un po’, si incrementano liberamente, di solito.

Ebbene, la nostra Autorità per l’energia ha messo in piedi un piano (per ora limitato all’energia elettrica) che prevede un contratto tariffario intermedio, per aiutare (pare) l’utente a prendere il largo tra i marosi del mercato libero. Questo contratto ponte, che rimane opzionale, entra in vigore dal 1 gennaio 2017 e si chiama “Tutela Simile”. Tramite tale tipologia contrattuale sarebbe garantita la vigilanza dell’autorità, con “sconti” che varierebbero tra le diverse società fornitrici. La “Tutela Simile” viene stipulata esclusivamente via web, si potrà aderire fino al 30 giugno 2018, per la durata massima di 12 mesi, dopo di che verrete catapultati sul mercato libero, o potrete tornare alla maggiore tutela, se ancora esisterà.

Al momento, gran parte delle associazioni dei consumatori non paiono reagire più di tanto a questi cambiamenti, anche perché sono state coinvolte nel processo da parte dell’Acquirente Unico (garante della fornitura di energia elettrica alle famiglie e alle piccole imprese). Ente che  si occupa anche di gestire il processo di liberalizzazione del mercato elettrico e del gas. Infatti, il passaggio dalla maggior tutela alla tutela simile, può essere effettuato anche tramite una delle associazioni dei consumatori accreditate presso l’Acquirente Unico.

Inoltre, sempre da Gennaio 2017, a seguito della delibera 296/2015/R/COM dell’Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico, tutte le società che operano in ambito energetico dovranno avere denominazione sociale e marchio distinti a seconda se operano nel mercato libero o a maggior tutela. Questo comporta, ad esempio, che il marchio “ENEL” rimane per la società operante nel mercato libero, mentre la parte di ENEL che opererà formalmente con diversa società nel servizio a maggior tutela si chiamerà “Servizio Elettrico Nazionale”. Questa separazione formale più chiara, tra società dello stesso gruppo che operano su mercati diversi, dovrebbe aiutare l’utente a capire meglio la fonte che gli sottopone delle proposte commerciali. Magari queste società avranno stessa sede e stessi uffici, ma sarà più difficile nascondersi dietro nomi troppo simili (quasi uguali) per fare proposte commerciali che, a vostra insaputa, vi faranno passare dal mercato a maggior tutela a quello libero. Ovviamente, le società con marchi storicamente più conosciuti, tenderanno a mantenere il vecchio nome sul mercato libero, proprio per invogliarvi a seguirle su tale mercato, possibilmente sempre a vostra insaputa. Quindi, attenzione.

Attenzione perché, tutto ciò, a quanto pare, sta mandando in fibrillazione le compagnie energetiche fornitrici di luce o gas agli utenti finali. Tanto che nelle ultime settimane, probabilmente, vi sarà capitato di essere stati oggetto di chiamate telefoniche, di solito durante il pranzo o la cena, con le quali vengono fatte proposte commerciali mascherate in tutto e per tutto. Ecco alcuni esempi su cui riporre la massima attenzione:

  • un addetto/a di una società del gas (attuale vs. fornitore) vi propone un “aggiornamento della tariffa del gas“, perché il mercato è favorevole e la vostra tariffa risulta più alta. Durante la telefonata, l’operatore non vi parla di variazione contrattuale, o di cambio società, ma solamente di “aggiornamento“, di “blocco tariffa“, di “sconto” e di “lettura informativa poi spedita via email(in realtà nuovo contratto). L’obiettivo è, in realtà, di farvi passare dal servizio a maggior tutela ad una nuova tipologia contrattuale (mercato libero?), ovvero un diverso contratto per sganciarvi anticipatamente dalla maggiore tutela. Se poi dite che volete capire meglio, chiedendo se loro intendono farvi cambiare tipologia contrattuale, da maggior tutela a mercato libero, vi potrebbero rispondere che tanto dal 1 gennaio il servizio a maggior tutela non esisterà più, affermazione del tutto falsa (!!!);
  • altro addetto/a, della stessa società del gas di prima, vi chiama dopo alcuni giorni dalla chiamata precedente. Anche questo/a signore/a vi parla solamente di “aggiornamento tariffario“, ma nega con decisione la necessità di un cambio contrattuale o di tipologia contrattuale, ribadisce che si tratta esclusivamente di un cambio tariffario (chissà, magari perché siete simpatici?);
  • vi telefona un addetto/a, stavolta, di una società elettrica. Riesce a malapena a farsi comprendere, la lingua italiana non è il suo forte. Sembra di origine extra-europea, inizia a raccontarvi (almeno tenta) una serie di cose e di sconti, ma tutto è alquanto incomprensibile. Mi spiace ma non comprendo, fine della chiamata;
  • la stessa società elettrica (vs. fornitore attuale) di prima vi richiama dopo alcuni giorni. E’ un operatore italiano, ora si capisce, o meglio si capiscono le parole, ma non quello che vuole da voi. Esordisce dicendo qualcosa come, la nostra società passa da distribuzione ad energia (???) in fascia mono-oraria (immagino sappiate delle fasce bi-orarie attuali). Però aggiunge: “dal mercato tutelato a quello libero“. Ah, ok, bravo! Continua dicendo: “Se lei vuole restare con noi basta fare una registrazione telefonica” (?!?!?!). Se invece non si provvede a fare questa registrazione, dal 1 gennaio, cambia società. Oddio, cioè? L’operatore, dice che in questo caso si finisce in una società con mercato gestito dallo Stato. Ah ok, allora si rimane nel mercato a maggior tutela? NO (!!!), risponde l’addetto. Beh, o lui ha le idee poco chiare, oppure vuole confondere le vostre. Se chiedete di farvi avere le cose per mail, o posta, vi dice che già ha mandato tutto con l’ultima fattura. Ma se poi gli leggete il contenuto della lettera allegata alla fattura, dove si scrive che dal 1 gennaio la società in ambito a maggior tutela cambia solo il nome, beh… vi chiude la chiamata. Eccolo lì.

Capite bene che queste sono modalità ingannevoli, sono pratiche commerciali scorrette che meritano anche di essere sanzionate. Ecco perché sarebbe bene informare l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, l’Antitrust. Inutile, a quanto pare, segnalare questi episodi alla stessa Autorità per l’energia elettrica il gas ed il sistema idrico, che tratta solo le segnalazioni dopo reclamo presentato alla società energetica. Se, però, inviate la segnalazione di pratiche scorrette all’Acquirente Unico (che dovrebbe tutelarvi come mission istituzionale), magari vi rispondono in pochi giorni, o meno di una settimana (evidentemente interessati ad essere rapidi). Ma vi arriva, almeno a me è capitato così, una letterona piena di parole, che non risponde nel merito della vostra segnalazione (che loro chiamano “richiesta di informazioni“!!!). La riporto per cronaca e per far capire come gira il mondo, anzi l’Italia. Segno evidente che è meglio girare al largo e cercare altre sponde di tutela. Peccato perché, una volta, l’Acquirente Unico funzionava e bene quando si trattava di tutelare gli utenti. Come dire, il “progresso”.

Ad ogni modo un consiglio, se da queste chiamate importune e malevoli ne volete uscire con dignità, dite che quando avverrà l’abolizione del servizio a maggior tutela deciderete sul momento, oppure di inviarvi tutto per iscritto per poter valutare bene. Detto ciò, mai accettare proposte commerciali porta a porta, per telefono, per strada o al centro commerciale mentre andate a fare shopping, sempre pretendere tutto per iscritto da valutare con calma, in poltrona o al computer, senza promotori che vi ansimano sul collo o che vi fanno il gioco delle tre carte.

Le Terrazze

Trasparenza e informazioni: Comune di Portovenere (SP) bocciato duramente dal Consiglio di Stato

Le TerrazzeFinalmente siamo arrivati all’epilogo di una delle vicende (altre sono in corso) relative alla struttura turistica denominata “Le Terrazze” di Portovenere: il Comune di Portovenere ha illegittimamente eluso l’accesso ad informazioni (o atti) e negato copia di una serie di documenti, peraltro individuati ed elencati da sé medesimo. In precedenti articoli ho raccontato il percorso che mi ha visto ricorrere sia al difensore civico regionale della Liguria (dott. Lalla), che al TAR della medesima regione, senza alcuna fortuna, se di fortuna si può trattare.

I punti dirimenti erano due:

1) in un verbale della Polizia Municipale risulta che il titolare de “Le Terrazze” abbia dichiarato l’esistenza di accordi con il Comune di Portovenere, per i quali sarebbe stato concesso, a tali privati, di controllare l’accesso carrabile all’intera struttura prevista dal P.U.O., nonostante la stessa contenga alcune decine di posti auto pubblici, motivo per il quale nel 2013, nel medesimo punto, era stato demolito per ordinanza sindacale un cancello a scorrimento. Ovvero, un addetto della struttura sarebbe stato legittimato a controllare il traffico veicolare su un accesso pubblico. Una nota firmata congiuntamente dall’attuale sindaco e dal segretario comunale, che accompagnava tale verbale, non ha rilevato alcuna anomalia in tale dichiarazione del titolare de “Le Terrazze”, ragione per la quale il sottoscritto ha chiesto di accedere a tali accordi. Ma, ad oggi, il Comune non ha compiutamente risposto, come ha confermato in sentenza il Consiglio di Stato;

2) chi scrive ha chiesto, poi, al Comune di poter accedere alle concessioni demaniali richieste e rigettate per l’anno balneare in corso (2015), inerenti la struttura “Le Terrazze”, ma il Comune dopo aver presentato un elenco di undici documenti ed averli fatti visionare al sottoscritto, ha ritenuto di non poter concederne copia in quanto atti endoprocedimentali, ovvero inerenti procedimenti in corso non conclusi. Oltre a ciò, il TAR ha ritenuto che la mia richiesta, per le sole concessioni del 2015 e per un unico stabilimento, fosse da definirsi come “controllo generalizzato dell’attività amministrativa” (!!!). Cattivelli eh? Tanto che mi condannarono a rifondere al Comune euro 500. Ma, anche in questo caso, i Giudici di Palazzo Spada radono al suolo le acrobazie giuridiche (o simili) di T.A.R., Comune e Difensore Civico.

Entrerò in dettaglio in una seconda puntata, più tecnica, perché vale la pena di analizzare con attenzione e calma la sentenza del Consiglio di Stato n.3856/16, emessa il 13 settembre a due mesi dall’udienza in Camera di Consiglio, diversamente dal T.A.R. che impiegò solo alcune ore dal termine dell’udienza prima di pubblicarla. Valutate voi, dato che per il Consiglio di Stato, il T.A.R. Liguria avrebbe dato l’avallo a: “difetto motivazionale, irragionevolezza, travisamento dei fatti, erroneità dei presupposti” per entrambi i punti in questione. Delle due l’una, o i giudici di Genova hanno preso lucciole per lanterne, oppure hanno qualche problema con l’applicazione delle norme inerenti l’accesso agli atti amministrativi.

Ah, poi c’è anche il dott. Lalla, il nostro difensore civico regionale, più volte citato nei miei articoli passati, che anche questa volta inanella l’ennesimo successo al contrario, visto il provvedimento da lui firmato, privo di qualsiasi connotazione giuridica. Lo vedremo in una delle prossime puntate. Ne avevo già chiesto le dimissioni, ma purtroppo pare che il nostro magistrato pre-pensionato e poltronato non abbia ancora intenzione di andare a fare il nonno. Cosa che mi fa riflettere sull’utilità di Difensori Civici che non hanno la capacità o il coraggio di difendere il cittadino dagli abusi della cattiva amministrazione. Ebbene, per un provvedimento giuridicamente del tutto inconsistente del Difensore Civico, ho dovuto impegnare soldi e tempo in ricorsi al T.A.R. ed al Consiglio di Stato. Il T.A.R. Liguria, affrontato da cittadino qualunque, senza avvocato, ha voluto bocciare totalmente il mio ricorso, producendo una sentenza che non solo stravolge la realtà dei fatti, ma che si inalbera verso vette ardite, nel tentativo di opporsi alle stesse norme e giurisprudenza acquisita, oltre che al buon senso e logica. Veramente tali giudici non avevano compreso i miei testi, i documenti ed i fatti? Oppure un semplice cittadino vale meno di uno studio legale prestigioso, a prescindere?

Ma ci sono due punti, più degli altri che mi hanno colpito nella sentenza del T.A.R. ora definitivamente bocciata. Si voleva far passare anche il concetto che le concessioni demaniali fossero aprioristicamente e apoditticamente estranee ad ogni impatto ambientale, quando nel caso specifico si trattava anche di concedere lo stazionamento di un pontile galleggiante, con corpi morti immersi inclusi. Ma, ancora di più, si voleva anche far credere nell’esistenza di una procedura amministrativa definita “richiesta di informazioni” diversa ed alternativa ai normati procedimenti di accesso agli atti. Un procedimento fantasma inventato ad hoc dal T.A.R. Liguria, che ora rimarrà negli annali di giurisprudenza come l’Olandese Volante dei testi amministrativi.

Ad ogni modo, è sicuramente da ringraziare chi ha studiato attentamente le carte e le mie ragioni, in primis l’avv. Ernesto Belisario del Foro di Potenza ma con studio in Roma, che non ha certo creduto in me in maniera aprioristica ma, da attento professionista, studioso delle complessità giuridiche che mettono in relazione (e spesso in contrapposizione) il cittadino con la pubblica amministrazione, mi ha offerto la concreta possibilità di ricorrere al Consiglio di Stato, dopo le brutte batoste ricevute. Non ultima, devo dare merito a Rosy Battaglia, giornalista e paladina dei diritti civili, animatrice dell’associazione Cittadini Reattivi, di avermi consigliato ed indirizzato nel migliore dei modi, senza di lei a questo risultato non sarei certo arrivato, vista la difficoltà a trovare legali attenti, e soprattutto competenti, in queste tematiche.

Ho cercato di farmi valere, da semplice cittadino, inizialmente senza assistenza legale, sfruttando sino in fondo quella facoltà che consente la legge in materia di accesso agli atti amministrativi, ovvero di poter ricorrere al TAR senza difensore, ma persino in tale occasione sono stato sconfitto. Non ho, però, agito impulsivamente o troppo da principiante, ma nel mio piccolo ho studiato abbastanza approfonditamente la materia, ed alla fine ho avuto ragione. Però, tutto ciò denota quanto sia bassa (troppo spesso) la considerazione che P.A. e T.A.R. (e pure un buon numero di difensori civici) hanno nei confronti di un cittadino che esprime motivazioni giuridicamente fondate con i dovuti riferimenti alle norme e alla giurisprudenza, ma che di fronte a poteri forti (o comunque più forti), rappresentati da istituzioni, politica e studi legali prestigiosi, è destinato a non essere ascoltato (o letto), oppure palesemente ostracizzato in quanto fastidioso al buon andamento dell’angheria istituzionalizzata. Fino dove arriva la tracotanza, l’arroganza, la prepotenza, la tutela del prestigio delle cariche e dei ruoli, o la superficialità e la sufficienza delle proprie azioni non professionali? In questo caso, tutti questi aspetti, si sono fermati al Consiglio di Stato che, non solo ha studiato con attenzione e approfonditamente le carte, ma ha messo in campo le norme e la giurisprudenza applicandola come dovrebbe fare ogni tribunale che si rispetti, a mio parere, nella maniera più oggettiva possibile ed avulsa, il più possibile, da considerazioni umane improprie. Compensando pure le spese, graziando quindi il Comune da una condanna doppiamente amara, e come purtroppo accade troppo spesso, lasciando il cittadino con vittoria giuridica ma sconfitta economica. Ed è questo un aspetto che non pesa solo nel mio circoscritto caso, ma opera da ammonimento per quei cittadini non benestanti (o con non molto buone disponibilità economiche) che volessero cercare tutela, pur avendo pienamente motivo e ragioni di farlo, nel sistema giuridico del nostro paese che esegue, non proprio alla lettera, il mandato costituzionale definito a partire dall’art.3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge …“. Ma la mia intenzione non era certo pesare l’aspetto economico (per quanto mi fosse oggettivamente possibile), altrimenti sarei rimasto a masticare amaro e a fare giardinaggio. In questo modo, penso e spero, che un piccolo mattone sia stato messo a costruzione di un edificio comune più equo per tutti, in particolare per chi si trova a lottare per i diritti, per la difesa dell’ambiente, della legalità e non in ultimo della giustizia, che non sempre è affine alla legalità.

Mi è difficile nascondere la grande soddisfazione che ho ricevuto, la sentenza n.3856 del Consiglio di Stato, pubblicata il 13.09.16, ristabilisce verità e logica, e non solo giustizia e legalità. Si trattava di accogliere la mia richiesta ad accedere ad una serie di informazioni e documenti, presso il Comune di Portovenere (SP), inerenti i parcheggi pubblici e le concessioni demaniali presso lo stabilimento “Le Terrazze”. Richiesta parzialmente rigettata ed elusa dallo stesso Comune con ferma ostinazione, ma che ha trovato un altrettanto ostinato cittadino senza particolari titoli o benemerenze, quale io sono.

Nelle prossime puntate sarò più tecnico, nel mio piccolo, credo che valga la pena analizzare anche gli aspetti più reconditi, che potrebbero avere anche una certa influenza nel processo a mio carico voluto dal sindaco di Portovenere (prossima udienza il 10 ottobre 2016), inerente sempre la struttura “Le Terrazze”, e coadiuvato dalla Procura della Spezia, tramite il PM dott.ssa Federica Mariucci, che evidentemente ha trovato buoni motivi per rinviarmi a giudizio.

———–

Grazie a Sondra Coggio per l’attenzione mostrata al caso. Questo il suo articolo sul Secolo XIX del 20.09.16.

Articolo di Sondra Coggio

Tavola unica

Portovenere (SP) Le Terrazze: ripristino da abusi e/o danni? Un caso di successo per le informazioni ai cittadini

Vittoria? In pratica si, ma che fatica per far valere i propri diritti! Questa, secondo me, è la morale della vicenda su cui ho scritto in precedenza alcuni articoli e riguarda un accesso agli atti ambientale rigettato, poi ripresentato tramite la normativa dell’accesso civico, rigettato pure quello (riportato per l’analisi dei più esperti), ma infine accolto dopo lunga attesa, dopo una serie di note, anche al responsabile anticorruzione della Regione Liguria, al titolare del potere sostitutivo, ovvero il Segretario Generale sempre della Regione, e pure all’assessore Giampedrone, con delega in materia. Il responsabile anticorruzione scrisse una nota favorevole all’accesso, ma nonostante ciò ci volle un mio ulteriore sollecito ultimativo per far ripartire l’iter, figuriamoci come sarebbe andata a finire se avessi messo di mezzo il Difensore Civico Regionale, ben noto alle cronache di questo blog, autorità dipendente dalla Giunta Regionale.

Un caso all’apparenza banale, il titolare dello stabilimento “Le Terrazze” di Portovenere invia, alla Regione Liguria, comunicazione

Comunicazione immersione in mare
Comunicazione immersione in mare

per il “… ripristino con riposizionamento di massi per la porzione crollata a seguito della mareggiata dei primi giorni di marzo. L’intervento comporta il recupero, per quanto possibile, dei massi scivolati, con l’integrazione di massi più piccoli“.

Ebbene, quest’ultimo episodio inizia, di fatto, da una comunicazione obbligatoria, ai sensi dell’art. 109, del D.Lgs. 152/06, ovvero relativa all’immersione in mare di materiale, secondo il comma 3, il quale prevede che: “… Per le opere di ripristino, che non comportino aumento della cubatura delle opere preesistenti, e’ dovuta la sola comunicazione all’autorità competente…“, ovvero la Regione.

Roba che ha a che fare con l’ambiente? No, no. Per la Regione Liguria, per la precisione la dott.ssa Fasce responsabile del Settore Ecosistema Costiero e Acque: no, no. No due volte, all’accesso ambientale e all’accesso civico. Accesso civico che all’art. 40 (sia pre che post riforma D.Lgs. 97/16) si rifà alla stessa normativa ambientale per l’accesso agli atti (D.Lgs. 195/05), rendendo di fatto, in più, obbligatoria la pubblicazione di tutti gli atti inerenti l’ambiente sul sito della P.A..

Ma dato che il no, no della Regione Liguria era alquanto impresentabile DUE VOLTE, finalmente è giunta la documentazione richiesta che include la comunicazione, la nota all’invio degli atti da parte della dott.ssa Fasce, la tavola unica di progetto e la risposta/parere/assenso/nulla osta all’immersione materiale della stessa dott.ssa Fasce, che però già avevo avuto tramite il Comune di Portovenere.

Nota di invio
Nota di invio
Tavola unica
Tavola unica
Nulla osta immersione
Nulla osta immersione

Come mai tutta questa resistenza al rilascio di tale documentazione non si sa (visto che i documenti andavano rilasciati anche pre-riforma, certo la riforma ha indubbiamente e meritoriamente appesantito l’obbligo), ma in compenso si sa che contestualmente all’immersione in mare di materiale c’erano altre attività di cui formalmente l’ufficio Settore Costiero e Acque non era a conoscenza (n.b.: ci sono atti ufficiali che lo attestano, giusto per prevenire querele a vuoto), ovvero, le attività di demolizione per il ripristino dagli abusi accertati dalla Guardia Costiera, poi confluite in una SCIA, in seguito sospesa, rimpiazzata da due procedimenti di sanatoria, una paesaggistica ed una urbanistica. Capite bene che è curioso che si richieda un ripristino per scogliera danneggiata senza far sapere, allo stesso ufficio Settore Ecosistema Costiero, che nel medesimo luogo, contemporaneamente, si lavora anche per ripristinare da abusi. Ma questa curiosità la lasciamo ai posteri.

Qui devo ringraziare alcune persone che hanno contribuito a darmi spunti utili, affinché riuscissi a penetrare nel bunker: Rosy Battaglia dell’associazione Cittadini Reattivi, Gabriella Reboa dell’associazione Posidonia di Portovenere, Claudio Cesarano di Diritto di Sapere e l’avv. Ernesto Belisario che è stato uno dei principali propulsori della recentissima riforma dell’accesso civico, riforma che a quanto pare (incredibile ma vero) ha fatto gioco sull’apertura all’accesso da parte del responsabile anticorruzione della Regione Liguria, in pratica uno dei primi casi di successo, se non il primo in Italia, a seguito del D.Lgs. 97/16. Insomma: l’unione fa la forza!

Un’ultima nota, ma la Regione non dovrebbe pubblicare questi atti? Al momento pare li abbia inviati solo a me, per questo li pubblico io.

censurato

Portovenere (SP): censura ad personam

Chi segue il mio blog sa che mi occupo, in particolare, di tematiche inerenti l’area in cui abito, ovvero Portovenere in provincia della Spezia, motivo per il quale frequento alcuni gruppi Facebook che si occupano della zona, tra cui il gruppo denominato “Il Comune Siamo Noi”, aperto ed ideato da una persona del luogo, Giovanni Dotti, molto attivo in loco e conosciuto anche con il soprannome “sindaco della calata“, ovvero del porticciolo di Portovenere.

Certamente in passato anche recente, gli attriti sui miei interventi critici, o comunque relativi a notizie da me reperite o riportate, non sono mancati, altrimenti il diritto di critica dove sarebbe? Ma, sebbene le mie notizie o posizioni vengano sempre scritte nel rispetto della dignità di ognuno, nei limiti del buongusto e soprattutto della legge, sono stato oggetto di pesanti insulti e minacce per le quali non ho ricevuto giustizia, in compenso ho ricevuto una querela, a mio vedere del tutto pretestuosa, da parte del Sindaco di Portovenere, relativamente ad una notizia di interesse pubblico riferitami da pubblico ufficiale, su cui è in corso un processo di cui vi aggiornerò prossimamente.

Ultimamente, sul gruppo alcuni fremevano per chiuderlo, stante eccessive le critiche (ovviamente non solo del sottoscritto), ma a quanto pare sta prevalendo la linea dell’avviso (per alcuni) e della censura definitiva senza preavviso (per altri). Ebbene, il gruppo “Il Comune Siamo Noi”, è stato aperto per discutere dei problemi o temi riguardanti il Comune, o per elogiare e fare solo propaganda? E’ un gruppo ufficiale del Comune, oppure di fan del sindaco Matteo Cozzani?

Per quale motivo questa mattina non ho più accesso al gruppo, nemmeno lo posso leggere, ma chi può leggere, a fianco al mio nome, vede una spunta con una barra che indica: “I post nel gruppo IL COMUNE SIAMO “NOI” non possono essere visualizzati da Daniele Brunetti”?

censurato

Quindi, non ho diritto di partecipare alla vita e discussione politica in questo paese? Ho scritto qualcosa di veramente censurabile ultimamente? Chi ha operato la censura, dato che fra gli amministratori appare Giovanni Dotti (recentemente rientrato nel ruolo) e Zagor Tenay, nickname di altra persona nota in paese, ma che non interviene da lungo tempo? E a chi corrisponde il “NOI” del gruppo? Noi cittadini o noi supporter del sindaco? Ditelo chiaramente una volta per tutte, senza nascondervi dietro ad un “noi” che è molto più ristretto di quello che si vuol far intendere. Ma soprattutto, questo Comune sta in Italia o in un altro Stato?

No, certamente sbaglio io, si è trattato di un semplice malinteso, il mio account sul gruppo verrà ripristinato al più presto. Ma guarda come sono stato prevenuto! Almeno me lo auguro.

———–
AGGIORNAMENTO del 17.07.16

Questa mattina mi è stato ridato accesso al gruppo di cui sopra. Grazie.

FACEBOOK, mi hai rotto i cabasisi! Empathy è molto meglio!

pollice giù Era da tempo che lo volevo scrivere: FACEBOOK, mi hai rotto i cabasisi!

E da tempo volevo scrivere un articolo sulle relazioni tra il più potente dei social network e una rappresentazione malata di democrazia sociale, vincolata al più rigoroso ed ottuso accentramento, a danno di una reale libertà delle opinioni e della privacy (per chi usa il mezzo in maniera inconsapevole), che favorisce lo scontro sociale di bassa lega, a danno di coloro che usano argomenti scomodi, benché nel rispetto, non solo delle leggi ma, dell’educazione e con senso civico.

Di essere sbattuto fuori dal proprio account Facebook, per qualche tempo, non è capitato solo a me, ma ad altri come me, ovvero persone in grado di elaborare informazioni, pensieri e concetti in maniera autonoma dalla maggioranza non pensante e inerte. Opinioni e notazioni magari scomode ai più, soprattutto all’interno di piccole comunità locali culturalmente depresse, o magari ritenute aggressive anche se prive di contenuto offensivo o diffamatorio.

Il motivo addotto da Facebook, ormai consueto, è “riteniamo che ci siano delle attività sospette sul tuo account“… ah ahaaa! E quindi, divertiti con questi giochini di riconoscimento delle foto dei tuoi amici, per farci capire se sei un uomo o una gallina, oppure fai girare questo programmino per vedere se ci sono virus sul tuo computer. Tutte cose che poi compiute diligentemente non portano assolutamente a nulla, se non alla conferma del blocco sull’account fino a data da destinarsi. Nell’ultima occasione (in corso e con sparizione degli ultimi post), senza nemmeno poter comunicare messaggi (più che altro imprecazioni) all’assistenza (parola grossa), se non tramite un escamotage tecnico che non so se darà i propri frutti nel breve periodo. Le attività sospette per loro sono taggare troppe persone, cosa che faccio raramente, se non in casi eccezionali, perché la ritengo una forma di prepotenza, ma non di meno vedo chi tagga decine di account alla volta a ripetizione senza problemi. Oppure condividere in breve tempo un post su diversi account o gruppi, facendo pensare che, se scrivessi e cliccassi meno velocemente, eviterei di essere scambiato per un’attività sospetta, ovvero un virus o un programmino che in maniera automatica svolge tale funzione.

Però questi sono dettagli, il nocciolo è che non vedo mai sparire persone che scrivono offese e minacce, magari abitualmente, mentre gli unici di cui so avere avuto disavventure con mr. Facebook, sono persone che come me scrivono cose che ad alcuni fanno venire l’orticaria papulosa, ed allora, francamente, mi viene il dubbio che alla base dell'”attività sospetta” a mio carico ci sia ben altro che un virus o un robottino, e che questa non sia altro che una forma ipocrita e molto orwelliana, modello 1984.

Ma, a prescindere da tutto ciò, il fatto di vedermi sbattere fuori e tarparmi le ali mi fa venire una rabbia pazzesca, eh già, perché Facebook ingenera una maledetta forma di dipendenza, più o meno grave in tutti noi che lo utilizziamo, che si fa sentire quanto sei forzato a non poter utilizzare il tuo account, quasi come qualcuno ti avesse imbavagliato. Ciò mi fa riflettere sul senso di questo social network, totalmente accentrato nel controllo, totalmente sordo alle richieste o rimostranze, che in più sfrutta i propri iscritti, o meglio “coscritti” anche se volontari, adulandoli o rimproverandoli: se spendono o non spendono soldi per veicolare pubblicità, oppure se attirano o non attirano folle festanti. Tutto ciò gonfiando o sgonfiando i dati statistici di accesso alle proprie pagine o ai propri post. Si, perché chi crede completamente ai dati sugli accessi veicolati da FB, farebbe bene a mettere su un blog e a farne uno studio comparativo e ponderato.

L’invaso idraulico di FB è, poi, una grande pozza dove sguazzano gli apparati di governi democratici e non, aziende multinazionali e non, o altri enti che lavorano sui big data, a volte con intenti poco puliti. Lo sappiamo da tempo, il loro scopo è profilarci, commercialmente quando va bene, o sfruttare con algoritmi complessi quel non detto, ma chiaro dall’incrocio di dati e fonti diverse, che porta all’invadenza nella sfera più privata, che se sfruttata per scopi pesantemente commerciali o per fini ancora più invasivi, porta all’azzeramento dei diritti e della libertà, soprattutto in realtà politiche e sociali prive di adeguati anticorpi, se non in regimi dove la democrazia non è nemmeno sulla carta.

Per esperienza sul campo, posso affermare che FB non fa una piega se ti offendono, minacciano o se ti diffamano (per la verità può succedere anche di peggio con la nostra giustizia), mentre è estremamente reattivo se infastidisci con le tue sole opinioni un certo numero di persone. Mr. FB segue, cerca e sfrutta i gruppi di persone con pensiero normalizzato, non ha altri punti di riferimento, nella carta costituzionale del social network made in USA, sostanzialmente, è scritto che: la maggioranza nei gruppi sociali ha sempre ragione, a prescindere che il gruppo si chiami “Ku Klux Klan” o “Amici dei violentatori”.

E allora, siamo sicuri che ne valga la pena continuare a foraggiare questo mostro senza testa e senza orecchie, ma con un neurone che controlla tutto e si vende al migliore offerente?

No, francamente, vorrei che ci si liberasse di questo pseudo-social network e si fondasse un vero social network, open source e decentrato, perché è importante sapere come funziona, perché la trasparenza non ha senso solo nelle democrazie autentiche, ma anche nelle stesse emulazioni, come la rete internet stessa. E allora, come mai ancora nessuno ha pensato a fondare un social network privo di controllo centrale, open source e che sappia ascoltare i propri iscritti? Io lo chiamerei: Empathy, il network che mostra empatia nei confronti delle persone e non arroganza ed ottusità come FB, al servizio delle potenze. Sarei il primo ad iscrivermi se non a fondarlo… chi ci sta?

La terra dei fuochi liberi, incontrollati e tossici (seconda parte)

Nella prima parte ho scritto in merito alle ricerche scientifiche che, da anni, fanno ritenere estremamente dannose, per la salute pubblica e l’ambiente, le combustioni di biomasse, in particolare se effettuate all’aperto. Non che bruciare legna, o pellet, nel caminetto sia operazione innocua, anzi, lo vedremo più avanti. Sostanze nocive e cancerogene, tra cui polveri sottili e diossine, vengono emesse dalla combustione di materiale anche solamente vegetale, come sfalci agricoli o potature. Peggio ancora se il materiale vegetale è umido, o entrato in contatto con l’acqua marina, ad esempio, quando proviene da spiaggiamenti che non di rado avvengono in inverno in Liguria.

Abbiamo anche visto le norme che regolano, o che dovrebbero regolare a livello nazionale, tali combustioni quando rientrano nella deroga prevista, ovvero quando si tratta di materiale vegetale proveniente da sfalci agricoli o forestali. Mentre rimane tuttora vietato e sanzionato qualsiasi altro tipo di combustione, anche solamente di biomasse, di altra provenienza, tra cui le potature di terreni privati non agricoli e di parchi urbani, in quanto equivalenti al reato di incendio di rifiuti abbandonati, punito con la reclusione da due a cinque anni [art.256-bis del T.U. ambientale, D.Lgs. n.152 del 3 aprile 2006 e ss.mm. e ii.].

Non ultimo, poi, si è vista la scarsa attenzione (e anche conoscenza) da parte delle autorità che dovrebbero regolare e controllare, a livello locale, le combustioni in ambito agricolo o forestale e reprimere le altre tipologie, o sanzionarne le modalità errate. Attività che, quando consentite, devono rispettare precisi limiti giornalieri (3 metri steri per ettaro) e alcuni criteri operativi (spesso disattesi). Avviene, però, che ci si trova troppo spesso a notare che si tratta di combustioni in totale violazione delle norme, in quanto attinenti a giardini privati, o che sono effettuate in aree urbane. In quest’ultimo caso, ancora più facilmente, sono fuochi in grado di arrecare fastidio (e gravi danni alla salute) dato che si svolgono in prossimità di aree abitate, cosa che però avviene (con buona frequenza) anche per le combustioni considerate agricole o forestali, ma effettuate in prossimità di aree abitate. Oltre a ciò, in Italia è anche evidente il fenomeno dei roghi, ben più tossici di quelli qui descritti, che non viene represso.

Le Grazie (2015)
Le Grazie (2015)

In questo articolo vorrei, invece, soffermarmi su una serie di osservazioni che ho potuto effettuare localmente nell’ultimo trimestre del 2015 (qualcosa è già stato anticipato e le immagini a corredo sono solo un esempio), periodo “tradizionalmente” più fecondo di “abbruciamenti” (purtroppo dura per buona parte dell’anno) in ogni dove (area urbana, demanio marittimo, piena zona boschiva, area parco), in qualsiasi condizione meteo (pioggia, vento, clima secco come il passato autunno), senza alcun rispetto delle quantità giornaliere (si taglia e si brucia a ritmo continuo, anche con più fuochi contemporanei). Insomma, la legge c’è ma è come se non esistesse, tranne in rare eccezioni.
Ebbene, dai miei rilievi, certamente non scientifici ma ben documentati, ho potuto appurare che nell’area di pochi chilometri quadrati, all’interno della provincia della Spezia, che include il paese di Portovenere, Le Grazie e il fronte rivolto a Portovenere dell’isola Palmaria, tra settembre e dicembre 2015: si è bruciato all’aperto praticamente ogni giorno, dal lunedì alla domenica.

Portovenere (2015)
Portovenere (2015)

Nei giorni peggiori ho potuto riscontrare anche 7 fuochi distinti (su terreni e aree diverse) nell’arco di 30 minuti. Va anche tenuto conto che le mie personali osservazioni sono sicuramente parziali e limitate, il fenomeno è quindi ben più ampio e frequente rispetto a quanto ho potuto annotare.
Non di rado, ho potuto notare i fumi raggiungere Portovenere e la zona Olivo dalle alture delle Grazie o anche dall’area limitrofa al Varignano. Quasi sempre, era impossibile non sentire l’odore acre del fumo di queste combustioni attraversando in auto Le Grazie. Paese, in alcuni giorni, circondato e lambito da più fuochi contemporanei, sia in ambito urbano che non, quasi un inferno dantesco. Tanto che, mi risulta estremamente difficile capire, come gli abitanti di questi luoghi non possano percepire questa condizione come estremamente fastidiosa e nociva, evidentemente assuefatti a tali pratiche ritenute “normali”.

Portovenere (2015)
Portovenere (2015)

In tale ambito sarebbe interessante avere i dati riguardanti le cause di morte della zona, peraltro anche in correlazione con i fumi ENEL, come evidenziato in alcuni articoli di Daniela Patrucco del 27.02.14 e del 18.06.13. E’, quindi, necessario che ognuno di noi ponga attenzione a tutto questo, perché ciò che molti giudicano normale, in realtà, è causa principale di morte nell’Unione Europea. Cosa non secondaria, inoltre, è che buona parte delle sostanze nocive prodotte da queste combustioni non attraversa il nostro corpo per poi defluire altrove, ma permane e si accumula fino alla morte, naturale o meno. Mi chiedo, quindi, quale sia la quantità totale di vegetazione combusta in questi pochi chilometri quadrati nell’arco di questi tre mesi, quale sia l’equivalente in sostanze nocive (o gas serra), disperse nell’aria o nel terreno e nelle acque, sotto forma di gas, polveri sottili e ceneri.

La Grazie (2015)
La Grazie (2015)

Mi chiedo poi, portando su scala nazionale quanto rilevato localmente, se ISPRA e gli altri enti che dovrebbero misurare tali emissioni (anche a livello europeo), considerano questo pezzo di mondo che va in fumo. Una parte di mondo poco controllato dalle nostre norme e da chi dovrebbe applicare quelle fallaci che ci sono. Qualcuno, però, ben più addentro a queste tematiche di me (basta poco) ci ha fatto i conti in tasca, prendendo spunto dall’impennata misteriosa del tasso di mortalità rilevato dall’ISTAT nel 2015, con i decessi aumentati dell’11,3%, equivalenti a +67mila decessi rispetto al 2014.

Portovenere (2015)
Portovenere (2015)

Ebbene, Dario Faccini fa un’analisi molto precisa, scientifica, alla ricerca di un colpevole nascosto e mette in correlazione l’inquinamento atmosferico (che non subisce miglioramenti, nonostante la diminuzione delle emissioni prodotte dalle auto) con l’aumento delle emissioni del settore residenziale, in particolare della legna e del pellet al posto del metano e dell’olio combustibile. Dato che legna e pellet emettono 100 volte più PM2,5 rispetto a Gasolio e GPL, e 2000 volte di più rispetto al metano. Ed ancora, Faccini approfondisce in un secondo articolo affermando che: Le biomasse nel residenziale sono responsabili non solo della maggior parte del particolato PM2,5 emesso, ma anche del monossido di carbonio e di quasi la metà delle diossine e furani. Vedremo nel prossimo articolo che c’è un’altra classe di inquinanti in cui l’uso biomasse sta dando un contributo fondamentale. Anche per altri inquinanti in cui l’apporto delle biomasse non è quello principale (COVNM, PCB, HCB) si osserva una tendenza all’aumento delle emissioni causate da legna e pellet nel periodo 1990-2013, da 2 a 4 volte..

Isola Palmaria (2015)
Isola Palmaria (2015)

Non sono buone notizie, tutto quanto fa riflettere sugli effetti del tradizionale “fuoco campagnolo” per pulire il terreno, quando ciò non è anche dettato dalla pigrizia e stupidità dell’utente urbano (molto diffuse qui, come in buona parte della provincia e delle periferie italiane) quando brucia il proprio mucchietto di sterpaglia e potature, o di aghi di pino. Materiale che, ben ridotto, poteva benissimo finire nella pattumiera dell’umido, senza grande sforzo e sofferenza, anche da parte dell’azienda di smaltimento, se non ancora più intelligentemente, spazio permettendo, riversato in un angolo per il compostaggio. Ma del compostaggio ne può usufruire anche il contadino, senza grandi fatiche in più, rispetto al taglia e brucia che non fa bene alle vie respiratorie pure a lui. Lo dimostra, con piglio molto pragmatico, l’articolo del gruppo “Coltivare Condividendo”, nel quale si mette in pratica il metodo del “cumulo di coltivazione” o “lasagna”, spiegato nel dettaglio e con fotografie. Cari contadini di mestiere o per hobby, perché non prendere in considerazione questo metodo la prossima volta, invece di inquinare noi e voi stessi?

Ma certamente le soluzioni potrebbero non finire qui, se qualcuno conosce altre modalità alternative ed ecocompatibili alla combustione per smaltire gli sfalci me lo faccia sapere, ne farò un vademecum. Ad ogni modo, altra risorsa non secondaria è il riciclo, ad esempio ai fini della produzione dei materiali per la bio-edilizia. Ma il problema principale, se non si passa alla vasta diffusione del compostaggio in loco, rimane la cessione del materiale di scarto. In tal caso bisognerebbe pensare ad una normativa ad hoc per dare un impulso alla formazione di consorzi (ad esempio sul modello olii usati o dei RAEE), che dovrebbero avere una diffusione capillare, prevedendo sconti fiscali e facilitazioni. Anche in questo caso, però, il punto negativo rimane il fatto che vi debbano essere mezzi meccanici, probabilmente inquinanti, adibiti alla raccolta ed al trasporto degli sfalci, motivo in più per favorire il compostaggio ad ogni livello e su ampia scala, aziendale e domestica.

Le soluzioni e le buone politiche, comunque, non mancano, si tratta in primo luogo di diffondere la buona volontà politica sia a livello locale, che nazionale, e di smuovere la pigrizia mentale nelle istituzioni e tra i cittadini, perché mantenere invariate le proprie abitudini o “tradizioni” non sempre è una buona scelta per il futuro.

La terra dei fuochi liberi, incontrollati e tossici (prima parte)

Recenti abbruciamenti sulle alture di Portovenere (SP)
Recenti abbruciamenti sulle alture di Portovenere (SP)

Quelli che in brutto gergo burocratese vengono definiti “abbruciamenti”, non sono altro che falò accesi da privati (ma a volte dagli stessi enti pubblici) di cui le autorità, troppo spesso, non si interessano per vari motivi: scarsità di risorse per vigilare e procedere ad accertamenti, ignoranza delle norme, ignoranza degli effetti sulla salute umana e non, scarica barile fra autorità, ma anche (in qualche caso, a basso e alto livello) volontà di non procedere per affinità, o meglio, comune interesse (od anche empatia) con colui che brucia. Devo però anche dire che, in queste ultime settimane, ho trovato tra le pubbliche autorità, casi di attenzione al problema, competenza e/o disponibilità, ma risultati, al momento, scarsi. Il che non deve disporre alla resa, anzi. Credo possa essere l’inizio per poter diffondere sensibilità e stimolare l’approfondimento sul tema, dato che qualche importante riscontro, in ogni caso, c’è stato.

Comincerei dal messaggio più importante, perché ciò che nel senso comune delle persone che hanno una conoscenza superficiale e “tradizionale” della tematica è un innocente falò di materiale vegetale (si spera senza altro genere di sostanze), di legna, rami e foglie, in realtà non è per nulla innocente. Benché media, ed alcune delle associazioni “ambientaliste”, ne scrivano o parlino con una certa ritrosia, la ricerca scientifica ha da tempo appurato che la combustione di sole sostanze vegetali (o in maniera più ampia: biomasse) genera un florilegio di sostanze tossiche, tra cui diossine e polveri sottili (il cosiddetto particolato, ad esempio PM10). Avete letto bene, le diossine (e altro) non si generano solamente dalla combustione di sostanze plastiche, ma anche dal semplice fatto di bruciare materiale prettamente vegetale e ciò è strettamente correlato ad una serie di fattori interni ed esterni, tra cui: umidità, temperatura di combustione, temperatura esterna, contatto con altre sostanze (ad esempio: il sale o l’aerosol marino) e via dicendo. Per chi volesse approfondire può farsene un’idea leggendo la tabella 1 (ma anche le altre), tratta dallo studio redatto nel 2010 (poi aggiornato nel 2011) dal prof. S. K. Akagi (Università del Montana, U.S.A.) e altri, denominato: “Emission factors for open and domestic biomass burning for use in atmospheric models“. In questo studio si pongono le basi per lo sviluppo di modelli matematici in ambito chimico-fisico, che possano essere utilizzati per rappresentare ciò che viene sprigionato in atmosfera a seguito della combustione di biomasse. Gli studi sono effettuati su vari tipi di habitat naturali (come la foresta tropicale, o la foresta in aree temperate, ecc…), ma anche sul “crop residue”, ovvero la combustione, o se preferite l’abbruciamento, di sfalci, potature, tagli, residui di origine vegetale (e non solo). Vi risparmio l’approfondimento ulteriore, anche perché io stesso non ne ho i titoli per scriverne, ma da ciò che mi è stato riferito da persone competenti (invito, ad esempio, a seguire il blog del dott. Federico Valerio), le sostanze sprigionate dai tradizionali sfalci agricoli non sono affatto simpatiche, soprattutto in relazione alla nostra salute, dato che diverse di queste non passano, ma rimangono nel nostro organismo vita natural durante e vengono accumulate fino al conteggio finale (che si spera venga fatto il più tardi possibile). Senza contare che tali sostanze assorbite dal terreno, nelle acque o vaganti in atmosfera, entrano nel ciclo alimentare, motivo per il quale se fai danni da una parte le conseguenze possono anche riflettersi da un’altra parte. Queste considerazioni valgono anche per coloro, appassionati di falò, come il nostro assessore regionale Giampedrone (o alcune guardie forestali, o alcuni funzionari regionali, o alcune autorità locali, politici e lobby agricole varie) in quanto bruciare gli sfalci e le potature (o peggio, il materiale vegetale spiaggiato dalle mareggiate) è il metodo più rapido e semplice per nascondere la polvere sotto al tappeto. E non è solo una metafora e, purtroppo, non è nemmeno solo nascondere, perché il prodotto delle combustioni andrà a contaminare il nostro ambiente e noi stessi.

Dopo aver capito i motivi che ci portano a non sottovalutare la questione veniamo a cosa dicono le norme ed a come far applicare, da chi di dovere, quelle che ci sono, scontrandoci, comunque, con diversi muri di gomma (in buona o mala fede) a vario livello e per motivi diversi, ma con alcuni punti di forza e qualche rara competenza in merito fra le pubbliche autorità. Dopo aver ascoltato molti uffici (nazionali, regionali e locali), persone competenti o meno, ma soprattutto chi le norme le applica per competenza specifica (Corpo Forestale dello Stato) sono giunto ad alcune conclusioni non secondarie, che cercherò di sintetizzare di seguito per punti per essere più chiaro.

Allo stato attuale, gli abbruciamenti sono consentiti esclusivamente in base ai seguenti criteri di legge (conversione in legge del decreto n. 91/2014 , con legge 11 agosto 2014 n. 116):

  1. il materiale deve essere esclusivamente di origine vegetale e derivare da sfalci o potature di attività agricole o forestali, ovvero prodotto da aziende agricole, o da autorizzate lavorazioni forestali, o da privati che gestiscono colture agricole in zona agricola;
  2. il materiale combusto in piccoli cumuli, non deve superare la quantità giornaliera di tre metri steri (stero: metro cubo di legname in catasta) per ettaro, effettuato nel luogo di produzione;
  3. nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati dalle regioni, la combustione di residui vegetali agricoli e forestali è sempre vietata;
  4. i Comuni e le altre amministrazioni competenti in materia ambientale hanno facoltà di sospendere, differire o vietare la combustione del materiale all’aperto in tutti i casi in cui sussistono condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli e in tutti i casi in cui da tale attività’ possano derivare rischi per la pubblica e privata incolumità e per la salute umana, con particolare riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili (PM10).

Da ciò ne deriva che non sono consentite le combustioni di materiale vegetale (o peggio ancora di altri materiali o misti) effettuate da privati, ad esempio per pulire il proprio giardino o il terreno limitrofo all’abitazione, o proveniente da aree urbane (anche pubbliche), se non derivato da coltura agricola in area agricola. All’uopo può essere utile leggere quanto recepito a livello locale, in Toscana, e ben esposto dal Comune di San Casciano in Val di Pesa, grazie ad una direttiva regionale, che però in Liguria tarda ad arrivare e che (conoscendo i miei polli) non arriverà mai, e se arriverà sarà peggio di prima. Sono pronto a scommetterci. La legge, poi, lascia il dettaglio della regolamentazione locale ai Comuni, con un proprio regolamento di polizia urbana, che deve, ovviamente, rimanere nell’alveo della normativa nazionale. In mancanza o in presenza di tale regolamentazione agisce, comunque, anche la legge dello Stato (vedi sopra). Ed è proprio sulla base della stessa normativa in vigore che si possono dare ulteriori dettagli, spesso sconosciuti (davvero o per finta) o comunque inapplicati dalle stesse autorità locali, in quanto tutto ciò che viene prodotto al di fuori di attività agricole o forestali, rientra nella categoria di “rifiuto” e come tale normato, con previste sanzioni amministrative od anche penali. Allo scopo è utile andare direttamente a leggere il T.U. ambientale (D.Lgs. n.152 del 3 aprile 2006 con successive modifiche ed integrazioni):

  1. abbandonare sfalci e potature provenienti da verde privato o urbano (ovvero rifiuti) è punito con sanzione amministrativa pecuniaria da 300 a 3.000 euro (se i rifiuti sono pericolosi la sanzione è aumentata sino al doppio) [art. 255];
  2. chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati (ad esempio: sfalci e potature come sopra) ovvero depositati in maniera incontrollata è punito con la reclusione da due a cinque anni. Nel caso in cui sia appiccato il fuoco a rifiuti pericolosi, si applica la pena della reclusione da tre a sei anni [art.256-bis].

Quanto sopra è come la legge deve essere applicata e ciò è confermato dagli uffici che trattano la materia nello specifico, ad esempio il Comando Provinciale della Spezia del Corpo Forestale dello Stato (Ufficio Contenzioso). Se però chiamate altri uffici, anche dello stesso C.F.S. è facile che sentiate darvi altre risposte, in buona parte superficiali. Come ho potuto valutare direttamente, gli operatori al 1515 o guardie forestali in diversi uffici, per non dire altre autorità locali e regionali, potrebbero rispondervi in questi modi:

  • non c’è un’ordinanza di massimo rischio incendi in vigore, quindi si può;
  • poveretto dovrà ripulirsi un campo, anche io lo devo fare;
  • se non si brucia il materiale aumenta il rischio di incendi;
  • sennò come fa a smaltire il materiale;
  • e via dicendo.

Non datevi per vinti, e soprattutto sappiate che la materia che stiamo trattando è più complessa, non state al gioco di chi ne sa di meno o fa finta di saperne di meno. Ebbene, gli aspetti importanti non terminano qui, sia per quanto riguarda l’intervento del C.F.S., che della Polizia Municipale, o dei Carabinieri, soprattutto nel caso vi fossero risvolti di natura penale. Le altre variabili in gioco sono anche (non sono esaustivo): se il fuoco è nelle vicinanze (o peggio all’interno) di un’area boschiva, se l’area è all’interno di un parco (con eventuali regolamenti specifici), se vi sono condizioni di vento, se le fiamme sono elevate, se il fuoco non è sorvegliato, se il fumo (o comunque le emissioni in aria) lambiscono zone abitate.

Soprattutto nel caso in cui dobbiate subire il fumo o l’odore delle combustioni, sappiate che il codice penale prevede l’equivalente reato di getto pericoloso di cose (art. 674 c.p.), e la giurisprudenza si è arricchita nel tempo di numerosi casi in merito. In questa tipologia di eventi è importante avere testimoni o far effettuare un accertamento da un pubblico ufficiale (non è necessario fare una misurazione tecnica), se poi avete la fortuna di far intervenire in tempo l’ASL (Struttura Complessa Igiene e sanità pubblica) tutto di guadagnato. Una volta effettuati gli accertamenti ufficiali, e soprattutto se avete idea che tutto si possa fermare lì lasciando impunito il reato, potrete valutare se presentare un esposto, o una denuncia, infatti il reato all’art. 674 c.p. è un reato di pericolo e quindi procedibile d’ufficio (non è quindi necessaria una querela). Anche per questo tipo di reato, spesso, ci sentiamo rispondere in maniera inappropriata e con sottovalutazione da diverse autorità, ma non perdiamoci d’animo perché è un nostro diritto non dover subire il fumo, l’odore, la puzza, ma soprattutto le sostanze nocive che andranno inevitabilmente nei nostri polmoni. Le leggi ci sono e vanno solo conosciute bene per poter richiedere la loro applicazione.

In ultimo, ma non secondario, è da tenere in conto che la legislazione europea ha previsto l’istituzione del “principio di precauzione“, e come tale è stato recepito nel diritto ambientale italiano e nella propria giurisprudenza. Entro determinati criteri e ambiti, nel caso in cui i dati scientifici non consentano una valutazione completa del rischio, il ricorso a questo principio consente di intervenire preventivamente in maniera da cautelarsi da eventuali ed effettivi danni alla salute o all’ambiente.

Il discorso ovviamente non si ferma qui, vi sono casi importanti di cui scriverò prossimamente che interessano la nostra regione (Liguria) e nello specifico il Comune di Portovenere, dove da settembre c’è una recrudescenza del fenomeno che pare incontrollato, ma che speriamo possa essere arginato quanto prima. A tutto ciò si aggiunge l’uscita a gamba tesa del “focoso” assessore regionale Giampedrone, con la sua piuttosto dubbia (giuridicamente) delibera che vorrebbe permettere, in maniera quasi automatica, ai sindaci di predisporre ordinanze di abbruciamento in situ, del materiale ligneo spiaggiato a seguito di eventi meteo-marini, alla nostra salute ed anche a quella dei nostri assessori regionali (non me ne vogliano). Infine, non mi fermerò, però, solo alla critica e sentirò quali proposte concrete, alternative e sostenibili si possono prevedere di mettere in campo, se non già praticate.

Disinformazia paraculazia

L'articolo ora
L’articolo ora

Oggi pareva essere una domenica sonnacchiosa e tranquilla, quando a fatica, per la luce del sole, faccio una rapida lettura della homepage di Repubblica sullo smartphone e trovo nuovamente il trafiletto di un articolo pubblicato ieri (5.9.15). L’articolo titola: “Giustizia, Orlando: aggiungere sanzioni patrimoniali al carcere”. Mi stropiccio gli occhi e mi dico, ma guarda che cretino, ieri l’ho messo sulla mia pagina Facebook e ne è nato un tormentone con una tizia, che di petto affronta il mio commento nel quale giudicavo il “ministro” reo di “profonda superficialità” perché avevo inteso il suo discorso improntato sul fatto che le sanzioni patrimoniali dovessero essere sostitutive al carcere. Come cavolo ho fatto a prendere un simile abbaglio? Arteriosclerosi modello Crozza-Montezemolo? Cerco di riprendere un po’ di fiducia in me stesso e mi viene da pensare che il redattore della pagina di Repubblica abbia nel frattempo modificato il titolo. Ma guarda, discuto aspramente per quell’articolo e ora viene fuori che cambia il senso dell’articolo a partire dal titolo? Ma dai, sto esagerando con i complotti, non sono mica un fan di Voyager. Però quando torno a casa voglio vedere la mia pagina Facebook. Nel frattempo il trafiletto dell’articolo sulla homepage del quotidiano online sparisce, vado sulla mia pagina FB e guarda guarda, ecco il titolo e la stessa foto del “ministro” con lo sguardo che gli riesce meglio, davanti allo sfondo rosé (PD di Renzi) della Festa Nazionale dell’Unità di Modena. Mi stropiccio di nuovo gli occhi (rischio la congiuntivite) e leggo il titolo: “Giustizia, Orlando: meglio sanzioni patrimoniali che carcere”. Naaaa, ma dai?! Clicco sul post e magicamente si apre la pagina di Repubblica con l’articolo dal titolo: “Giustizia, Orlando: aggiungere sanzioni patrimoniali al carcere”. Naaa!!! L’effetto è strepitoso, mi dico che questo è un piccolo grande scoop per la trasmissione TV Gazebo, una delle pochissime intelligenti e spassose nel panorama asfittico della televisione italiana. Ma guarda un po’, ieri quella discussione, con malcelati dubbi che vi fosse qualche rappresentante della guardia reale in giro, Orlando è di Spezia (senza “La”, usiamo così) e io purtroppo (per moltissimi motivi) lo sono pure, e ora l’inversione a “U” del titolo. Ma davvero? Qualche agente infiltrato-provocatore ha letto tutto e ha trasmesso al capo? Mi sto montando la testa, non può essere, certamente no, in un paese democratico ed avanzato come il nostro non può succedere. Fatto sta che il titolo è cambiato, magari anche l’articolo ha avuto qualche limatura e/o aggiustata (non lo so) e allora mi chiedo da cosa sia dipeso. E’ venuto un dubbio al giornalista? E’ venuto un dubbio al titolista? E’ partito un urlo dal direttore? Mah, chissà. O forse è arrivata una telefonata o un messaggino tramite Twitter? Sarà ma a me tutto ciò fa pensare, soprattutto mi fa pensare che troppo spesso in Italia vige la regola della “disinformazia paraculazia” e il posto nelle classifiche della libertà di stampa ce lo meritiamo tutto, proprio tutto.

L'articolo prima
L’articolo prima