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Libertà di stampa: ieri era, ma oggi è importante lottare per domani

HumphreyBogartDeadlineIeri era la giornata mondiale della libertà di stampa, francamente l’evento mi è sfuggito, come può essere sfuggito a molti. Le giornate in memoria, o per qualcosa, raggiungono, però, il loro scopo quando non rimangono lettera morta il giorno dopo, soprattutto nel domani.
La libertà (in generale), come la libertà di stampa e di informazione (la trasparenza), non possono durare lo spazio di un giorno o di un anno, ma devono permanere indefinitamente, in particolar modo nei cosiddetti paesi democratici, perché ne è la loro linfa.
Ma in Italia, come in altri paesi della sfera democratica, qualcosa (o più) non funziona, anche in questo senso. Nel nostro paese, la libertà di stampa e il diritto ad essere informati (trasparenza) hanno un’ampiezza ed un’efficacia estremamente variabile in ragione di una serie di fattori, non sarò certo esaustivo, ma fra questi pesano: l’influenza politica, l’autocensura, l’arroganza di alcune istituzioni pubbliche, i legami clientelari e di amicizia (tra cui varie forme di associazionismo più o meno palesi), il corporativismo, per arrivare a vere e proprie forme di associazioni a delinquere con forte radicamento sul territorio nazionale e locale, ovvero consorterie che spaziano all’interno di ambienti disomogenei e che spesso penetrano, o lambiscono, anche ambienti istituzionali di ogni specie: quelle forme di legami che possiamo anche definire con un termine che ormai va un po’ stretto (ed è datato) come “massonerie” o, forse più adeguatamente, “mafie” anche se non in modo tradizionale.
Volutamente, nella libertà di stampa, includo il diritto all’informazione, ovvero, alla trasparenza delle nostre istituzioni pubbliche, perché la mancata trasparenza nella pubblica amministrazione non solo è un sintomo di malessere antidemocratico, ma un presidio al malaffare, a ciò che di un’istituzione pubblica ne fa un gruppo di persone che lavorano per gli interessi di pochi, consapevolmente o meno.
Per questo la libertà di stampa e la trasparenza sono legate a filo doppio, l’una muore quando manca l’altra, mentre l’una e l’altra in salute contribuiscono a mantenere sano un paese, ne disvelano i problemi, le carenze, le marcescenze. Ciò che un’inchiesta giornalistica, o la trasparenza, rivela non rimane fine a sé stesso quando la libera stampa (e potremmo anche dire la libera diffusione su tutti i mezzi di informazione sociale) ne dà conto alla comunità. Ed è proprio la conoscenza sociale dei problemi e delle storture, in essere al proprio interno, che ne stimola le soluzioni, o ciò che alcuni hanno chiamato “anticorpi”, ovvero una reazione, o meglio una serie di reazioni che si riflettono a tutti i livelli, socio-politico-economici. E la parola “anticorpi” non esce a caso perché, come un medico sa, la malattia si debella definitivamente solo quando se ne acquisisce piena conoscenza e consapevolezza. Non è certo nascondendo la malattia, o i suoi stessi sintomi, che i problemi si risolvono ma, purtroppo, non è raro tra noi, trovare limiti all’esposizione o all’individuazione di una notizia, di una informazione, soprattutto in ambiti comunitari ristretti, e perciò più facilmente sottoposti all’influenza di piccoli gruppi di potere (ma ben ramificati), o per timore personale, o banalmente per ignoranza e quieto vivere comune, o per tutti questi fattori messi assieme.
L’Italia, come l’Europa o l’ambito democratico mondiale, vive, ormai da lungo tempo, un periodo di evidente decadenza di quei valori fondanti che fanno di una società umana una società vivibile ed equa, in cui “la Libertà e la ricerca delle Felicità” possono avere un senso solo nel solco del rispetto reciproco e della crescita culturale di ognuno di noi. Ed è proprio in questo senso che la libertà di stampa (e trasparenza) opera, senza la quale un popolo ignorante è alla totale sudditanza dei propri aguzzini, che siano all’interno delle istituzioni, di gruppi sociali od economici, o che semplicemente siano ras del quartierino.

Kim Il-sung: un fratello del profondo nord-ovest

160115-Kim-Sung-e-massoneria Non è una semplice e folkloristica storia all’italiana, quella che 35 anni fa portò il dittatore Nord Coreano di allora, Kim Il-sung, a ricevere la cittadinanza onoraria di Sarzana e Pontremoli. Leggete con attenzione il bellissimo articolo di Pino Meneghini, pubblicato ieri sul Secolo XIX, ai più attenti verranno in mente tante altre storie.

Ebbene, storia e storie passate? No, affatto, Kim Il-sung è la cartina al tornasole di ieri, come di oggi, di una società, quella della provincia spezzina e del suo capoluogo (e aree limitrofe), sempre ben intrisa di un’alchimia venefica fatta di massoneria, partiti politici, consorterie, corporazioni, amici e amici degli amici. Un cupolone che decide le sorti di chi può e di chi non può, che sentenzia, che espelle, che accoglie, che decide le fortune e le sfortune di chi nasce, o si ritrova, in questa provincia del profondo nord-ovest mentale.

Ieri, come oggi, non è cambiato nulla, proprio nulla (nemmeno i dettagli) e l’articolo impietosamente riflette, con la scusa del passato, il presente: inamovibile e freddo come una lastra di marmo. Intanto, la maggioranza silenziosa, quella moderata, quella che riflette da sempre sul nulla, che da sempre non fa nulla, che da sempre non capisce nulla o fa finta di non capire, pascola come vacche da latte in attesa della prossima mungitura, per poi dire:”Muuu!”.

Il sistema “Mafia Capoluogo” (il pesce puzza dalla testa)

Photo credit: Ferran. / Foter / CC BY-NC-ND Leggiamo anche in questi giorni dei nuovi sviluppi del sistema “Mafia Capitale”, le collusioni tra malavita locale, mafia e politica che pare non lambire (almeno per ora) gli ambienti giudiziari romani, vista anche la potenza di fuoco che un magistrato onesto, competente e coraggioso, come il dott. Pignatone, ha potuto mettere in campo.

Beati loro mi viene da scrivere, perché nonostante il sistema romano dimostri di essere marcio fino al midollo, dimostra anche di possedere gli anticorpi e che questi stanno facendo il proprio dovere.

Beati loro, perché Roma è una grande città, che pur con gli enormi difetti e carenze, ha un bacino di persone oneste e coraggiose che compiono il loro dovere e anche di più.

Beati loro, perché il nostro capoluogo, La Spezia, dimostra di avere un sistema “Mafia Capoluogo” che tocca tutti gli ambienti, pure quello giudiziario e forense. Il sistema spezzino copre veramente ogni cosa e non dà modo, se non raramente (v. parcopoli), agli anticorpi di agire. Forse ciò è dovuto, principalmente, all’entità della città, che permette il consolidare di una rete di conoscenze estremamente capillare, con il fiorire di conflitti di interessi in ogni campo professionale, soprattutto nell’ambito politico e giudiziario. Capite bene […]