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torbidità 2

E’ tempo di ripascimenti all’Olivo di Portovenere (SP)

L’anno scorso, per la prima volta, al posto della ghiaia stondata di fiume è arrivato lo spezzato di cava, non è stato piacevole vedere le spiagge cambiare colore e consistenza, ma tant’è andò così. Ora torna lo spezzato di cava, sostanzialmente in due formulazioni, per quanto si può oggi documentare. Lo spezzato non appare presente al 100%, ma in forte prevalenza su materiale misto, un po’ meno peggio. Le due formulazioni sono visibili in questa immagine.

le due formulazioni depositate oggi
le due formulazioni depositate oggi

Vedremo l’effetto finale. Il primo effetto è visibile in queste due immagini, consistente nella forte torbidità delle acque, come l’anno scorso, ma la gente tranquillamente fa il bagno.

torbidità 1
torbidità 1
torbidità 2
torbidità 2

Tutto ciò alla presenza di due vigili che cercano di arginare la contemporanea presenza dei lavori e dei bagnanti.

Vedremo, ad ogni modo, se ARPAL valuterà sul campo i lavori e come termineranno. La torbidità non pare da sottovalutare ed è un fattore che ARPAL sa essere importante.

Massicciata abusiva Sporting Beach – ARPAL rimette le mani avanti e dietro

ARPAL La Spezia non è stata chiamata per verificare il materiale utilizzato per incrementare la massicciata abusiva presso lo stabilimento Sporting Beach di Portovenere, ma si fida dei lavori fatti dal privato.
Raddoppio massicciata Sporting Beach - Portovenere (SP) al 22.03.17 inizio giornata
Incremento massicciata Sporting Beach – Portovenere (SP) al 22.03.17 inizio giornata

Credo sia interessante sapere come opera ARPAL nella provincia della Spezia. Molto sinteticamente, questa appare una vicenda all’interno dei, molto criticabili, lavori di messa in pristino dello stabilimento Sporting Beach di Portovenere. Lavori a seguito di sanatoria che accoglie una serie nutrita di abusi e che, però, evita di valutare in maniera appropriata e precisa i due abusi più importanti, ovvero: una massicciata abusiva che elimina la battigia ad uso pubblico ed un cordolo di cemento lungo la stessa battigia, che viene elevato a 60 cm. dagli autorizzati 20 cm..

In questo quadro, la Regione Liguria non solo accoglie l’istanza di sanatoria, ma chiede la “mitigazione” della massicciata abusiva, in parole povere la sistemazione di alcuni “buchi”, tra cui quelli derivati dalla rimozione di alcune colate di cemento e delle sei discese a mare in calcestruzzo. La “mitigazione”, in realtà, si è trasformata in qualcosa di ben più corposo, non solo va a ricoprire le parti mancanti ma interviene su tutta la massicciata, con un notevole aumento volumetrico. Tutto questo può vedersi dal materiale che è stato portato e dai confronti prima-dopo i lavori.

Ebbene, tra i paradossi di questa sanatoria con le conseguenti operazioni, chi vi scrive ha chiesto ad ARPAL se si erano adoperati ad una verifica del materiale e delle operazioni sullo stesso. La risposta da ARPAL è sostanzialmente no, non abbiamo fatto alcuna verifica e riteniamo di non avere competenza in merito. La dott.ssa Colonna, in data 10.04.17, così scrive:

“… ritiene di non aver particolare competenza in merito… si rimane comunque a disposizione per eventuali interventi citando, nel caso di tali richieste, i provvedimenti di legge e/o autorizzativi che a vario titolo indicano ARPAL come Ente di riferimento.
Cordiali saluti
Il Responsabile U.O. Territorio
Dr.ssa Fabrizia Colonna”.

Interessato da questa chiara e responsabile presa di posizione, replico ad ARPAL in data 11.04.17:

“Ne deduco che nessuna procedura di controllo del materiale, utilizzato per consolidare la massicciata posta frontalmente allo stabilimento in oggetto, sia stata posta in essere, anche in riferimento alla normativa regionale di cui alla D.G.R. n.456/2004, la quale adotta le linee guida per posa di materiali in mare (lungo le linee di costa e sugli arenili) ai sensi della L.R. n.13/99 ss. mm. e ii. e dell’art. 35 del D.Lgs. n.152/99.
Mi permetto, perciò, di chiedere più puntuali chiarimenti alla dott.ssa Colonna e alla dott.ssa Fasce, responsabile del Settore Ecosistema Costiero e Acque della Regione Liguria, dato che le operazioni di “rifiorimento” della massicciata hanno interessato tutto l’arenile sino a mare in quanto, come documentato fotograficamente, i massi ciclopici trasportati, oltre a materiale meno imponente, appaiono essere stati “lavorati” in situ, ovvero scomposti per adattarli meglio alla conformazione della massicciata stessa, con ulteriore ed evidente creazione di residui.
Mi domando anche come sia possibile che per un ordinario ripascimento si necessiti di verifiche e campionamenti di legge sul materiale utilizzato, mentre in questo caso non sia stato necessario alcun controllo od autorizzazione preventiva in tal senso.
Rimango in attesa di ulteriori delucidazioni.”.

Orbene, a questo punto ARPAL mi risponde in data 8.5.17, probabilmente prendendo atto (ex post) che, dopo tutto, non dovevano non avere del tutto alcuna competenza in merito, visto che adesso il tema diventa il materiale che sarebbe stato utilizzato per la corposa “mitigazione” della massicciata abusiva e non più la normativa:

“… il Dipartimento ARPAL della Spezia fa presente che quanto segue.:

  • Il materiale utilizzato per la realizzazione della massicciata e per il suo “consolidamento” è costituito da massi calcarei completamente inerti derivanti dalla coltivazione di cave ubicate nel territorio dello spezzino.
  • Tali materiali sono stati sempre utilizzati da tempo memorabile (ndr: hanno scritto proprio così non è un mio refuso) per la costruzione di moli frangiflutti, massicciate di difesa degli abitati, delle spiagge, nella costruzione di porti, dighe foranee, ecc. in tutto il golfo della Spezia.
  • I litorali costieri del Comune di Portovenere sono composti dalle stesse formazioni rocciose da cui provengono i massi utilizzati per la realizzazione e consolidamento della massicciata in argomento.
  • L’immissione a mare di massi da scogliera calcarei, sia nel caso in questione che in altri numerosissimi casi in tutto il golfo della Spezia, non ha provocato contaminazioni ambientali e non altera la qualità chimica e fisica (torbidità) delle acque. Per quanto sopra non si ritiene di dover eseguire interventi per le verifica sulla tipologia del materiale impiegato in quanto ben conosciuta e neppure determinazioni analitiche sia sui massi inerti che sulle acque di mare circostanti.

Distinti saluti

Per il settore rifiuti e suolo
Dr. Sandro Andreoli

Il Responsabile dell’ U.O. Territorio
Dr.ssa Fabrizia Colonna”.

Inutile replicare ulteriormente, il quadro mi pare chiaro:

  1. nessuno ha chiamato ARPAL per fare verifiche sul materiale e/o per supervisionare durante i lavori effettuati da un privato, cosa che si fa per l’immersione di corpi morti durante la sistemazione di un pontile galleggiante (quindi per molto meno materiale coinvolto), o per il ripascimento di una spiaggia effettuato per conto di un Comune;
  2. su richiesta di chiarimenti ARPAL, in merito alle verifiche del materiale, scrive di non essere competente anche per normativa;
  3. fatta presente la normativa per la quale si ritiene che la competenza ci sia, ARPAL replica che tanto il materiale è inerte, sulla fiducia, anche ex post e a distanza;
  4. se ne deduce che per ARPAL ripascere una spiaggia, sarebbe altra cosa da portare massi e magari lavorarli in situ.

Ora si, mi sento più tranquillo, dato che so che c’è ARPAL a vigilare (quando serve) sul materiale utilizzato per le nostre spiagge e, soprattutto, che se ARPAL non viene chiamata per verifiche di competenza, a lavori fatti, non importa più.

Sporting Beach Portovenere (SP): una sanatoria tanti paradossi

Tutti i paradossi di una sanatoria che cerca di tenere assieme una spiaggia artificialmente innalzata con una naturalmente scoscesa. ARPAL non ha verificato il materiale utilizzato per accrescere la massicciata abusiva sanata e si ritiene non competente.

Meno se ne scrive e più ne scriverò. Di fronte alla negazione della notizia, perdonatemi, ma insisto e rilancio, tanto più quando una sanatoria piuttosto zoppicante mostra segni sempre più tangibili di inadeguatezza alla messa in pratica. Si direbbe tutti i nodi vengono al pettine, e parrebbe proprio di si quando si vogliono affermare questioni che non solo vanno contro il buonsenso e la logica, ma anche la fisica.

Ebbene, chi ha seguito la questione, sa già che parliamo di una spiaggia dove nel corso del tempo, la battigia è stata ricoperta di massi senza alcuna giustificazione e autorizzazione (tecnico-scientifica, amministrativa), ovvero non ci troviamo di fronte ad una scogliera artificiale creata a protezione della costa, ma di una massicciata creata su misura per uno stabilimento balneare da privati a vantaggio di privati. I motivi li ho spiegati più volte nel dossier ben compendiato:

  1. togliere dalle scatole gli avventori lungo la battigia, fascia pubblica a libero accesso;
  2. in sinergia con il cordolo di cemento portato dagli autorizzati 20 cm. agli attuali 60 cm., fare un ripascimento definitivo, invece che stagionale, con grande risparmio economico;
  3. innalzare la quota di arenile lungo la battigia in maniera da rendere la spiaggia pianeggiante e pienamente sfruttabile dalle cabine sino a mare (massicciata).

Per gli altri dettagli mi rifaccio a quanto già scritto, ma teniamo presente che una spiaggia piacevole e scoscesa è diventata un bunker per VIP, a mio parere molto sgradevole, con conseguente danno alla collettività, del resto già quantificato in sanatoria (anche se con un calcolo assai criticabile), nonostante la giuridicamente palese insanabilità di una massicciata abusiva in area demaniale marittima. Del resto basta dare un’occhiata a com’era, com’è e come dovrebbe tornare ad essere.

Prima contraddizione o scoperta viene da ARPAL, in realtà non è una novità sapere che non hanno competenza o mettono le mani avanti, in questo caso indietro, perché si scopre a posteriori. In data 10.04.17, quando i lavori per l’aumento volumetrico della massicciata abusiva ed insanabile sono terminati, ARPAL scrive che:

“… ritiene di non aver particolare competenza in merito… si rimane comunque a disposizione per eventuali interventi citando, nel caso di tali richieste, i provvedimenti di legge e/o autorizzativi che a vario titolo indicano ARPAL come Ente di riferimento.
Cordiali saluti
Il Responsabile U.O. Territorio
Dr.ssa Fabrizia Colonna”.

Interessato da questa chiara e responsabile presa di posizione replico ad ARPAL in data 11.04.17:

“Ne deduco che nessuna procedura di controllo del materiale, utilizzato per consolidare la massicciata posta frontalmente allo stabilimento in oggetto, sia stata posta in essere, anche in riferimento alla normativa regionale di cui alla D.G.R. n.456/2004, la quale adotta le linee guida per posa di materiali in mare (lungo le linee di costa e sugli arenili) ai sensi della L.R. n.13/99 ss. mm. e ii. e dell’art. 35 del D.Lgs. n.152/99.
Mi permetto, perciò, di chiedere più puntuali chiarimenti alla dott.ssa Colonna e alla dott.ssa Fasce, responsabile del Settore Ecosistema Costiero e Acque della Regione Liguria, dato che le operazioni di “rifiorimento” della massicciata hanno interessato tutto l’arenile sino a mare in quanto, come documentato fotograficamente, i massi ciclopici trasportati, oltre a materiale meno imponente, appaiono essere stati “lavorati” in situ, ovvero scomposti per adattarli meglio alla conformazione della massicciata stessa, con ulteriore ed evidente creazione di residui.
Mi domando anche come sia possibile che per un ordinario ripascimento si necessiti di verifiche e campionamenti di legge sul materiale utilizzato, mentre in questo caso non sia stato necessario alcun controllo od autorizzazione preventiva in tal senso.
Rimango in attesa di ulteriori delucidazioni.”.

Ad oggi le delucidazioni non sono arrivate, ma le attendo con fiducia. Passiamo ora alle altre contraddizioni pratiche della sanatoria.

La contraddizione da cui scaturisce tutto, oserei dire, il peccato originale che disvela d’un soffio questa storia che da altre parti non avrebbe mai avuto inizio, nasce quando qualcuno ha avuto l’insana idea di farsi una massicciata per uno stabilimento balneare che condivide lo stesso arenile con una spiaggia libera. Qui sta l’arcano che del resto ha fatto scaturire la mia curiosità: che senso poteva avere una massicciata a protezione costiera che non proteggesse tutta la spiaggia, ma solo la parte adibita a stabilimento balneare? Già. Quale sarebbe stato il provveditore alle Opere Pubbliche così “tirchio” da dire, facciamo un’opera di protezione costiera, ma per risparmiare non proteggiamo tutta la spiaggia, solo una parte. Da qui iniziò il mio percorso per capire l’incoerenza e l’assurdità di una tale costruzione che, però, nel tempo è diventata normalità, un po’ come la Torre di Pisa. Con la differenza che la Torre di Pisa è un’attrazione turistica, mentre questa è una piccola-grande (eliminabile) mostruosità entrata nella vita ordinaria. Mi chiedevo, perché non proteggere anche la piccola spiaggia libera limitrofa? Ma ovvio, perché non c’era nulla da proteggere, ma tutto da ripascere annualmente, come del resto stabiliva la stessa concessione data allo stabilimento. Difatti la spiaggetta libera non è sparita, è ancora lì, un po’ accorciata certo, ma solo perché i ripascimenti nel tempo non sono stati sempre adeguati, visto che per non fare le gare si rimaneva sempre entro i fatidici 40 mila euro di tetto di spesa, per tutto il litorale dell’Olivo. E se la spesa è sempre uguale, è naturale che nel corso del tempo la quantità di materiale utilizzato diminuisce, sempre che non ci siano supporti economici straordinari da parte della Regione, come per quest’anno. Speriamo bene, che ritorni com’era anni addietro, ma non con lo spezzato di cava che dall’anno scorso ricopre questi litorali al posto del ghiaino di fiume, come del resto si ritrae dalle percentuali delle analisi ARPAL del ripascimento 2016. Ma guarda, ARPAL ci ha lavorato.

Comparazione lato ovest
Il dosso paradossale

Certo non è tutto qui. Il paradosso ancora più evidente, ora, è proprio un dosso. Finalmente anche a Portovenere abbiamo i dossi sulle spiagge. Per passare dalla spiaggia libera allo stabilimento, non c’è più il cordolo laterale abusivo, rimosso a seguito della sanatoria, ma una salitella, visto che la sanatoria ha sanato parzialmente e a macchia di leopardo. La spiaggia dello stabilimento in pari, non si concilia bene con la spiaggia libera scoscesa e allora bisogna cercare di tenere assieme capra e cavoli. I cavoli, in forma di scapolame di cava, sono stati messi sotto l’arenile per cercare di compensare il dislivello e non fare scendere la ghiaia dello stabilimento verso la spiaggia libera. In più, per essere sicuri che non ci siano “frane”, si sono posizionate una serie di pietre di “contenimento” in superficie, che di fatto definiscono un “confine” stabile alquanto illegittimo, dato che l’arenile dovrebbe essere unico. Il “confine” temporaneo dovrebbe essere solo quello stagionale, fatto di pali rigorosamente di legno (non metallo) uniti da corde, come infatti è stato anche sistemato, sopra a tutto questo artificio. Ma le pietre, no. Le pietre messe a “confine” o “contenimento” proprio non hanno senso di esistere (soprattutto legalmente). Qui scaturisce l’ulteriore contraddizione, anzi, para-dosso. In un prossimo futuro speriamo poi che non arrivino anche vasi decorativi con piante, tende, parasoli, cannicciati, ecc… . Mi pare chiaro.

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Passaggio ad est

Ora, però, passiamo all’altro lato dello stabilimento, lato est. Com’era e com’è ora, le foto descrivono meglio di ogni mia parola. Chiariamo che il confine demaniale qui inizia dal muro della passeggiata soprastante, ovvero dal muretto della scala laterale. La parte privata della spiaggia (mappale 732) da ovest ad est va restringendosi e il confine demaniale (in rosso) ingloba tutta la spiaggia all’estremità est dello stabilimento, come può vedersi in mappa.

mappa demanio marittimo

Ciò che prima aveva coperture con ombreggina, un consistente cordolo di cemento, in inverno il cartello “proprietà privata” (non in queste foto), ora non li dovrà più avere, ma c’è un ma. La sanatoria che sana un po’ si e un po’ no, fa venire allo scoperto una ulteriore contraddizione. La veranda abusiva, in buona parte in area demaniale, è stata sanata e sta ancora lì, ovvero entra in conflitto con il confine demaniale e il libero accesso al mare. Tanto più che appare ora evidente la pavimentazione ben elevata rispetto alla superficie dell’arenile, ovvero di ciò che dovrebbe rimanere arenile ma che di fatto è stato ricoperto, nonostante sia in area demaniale. Su questo si sono sudate sette camicie per sanare, operando anche con variazioni catastali, sia da parte del privato, che da parte dell’Agenzia del Territorio. Quindi, come si fa a salvare una “proprietà privata” (la veranda), con un bel pavimento, posta forzatamente, in buona parte, su un’area demaniale ove si dovrebbe, quantomeno, rispettare quelle norme valide anche per il lato ovest dello stabilimento? Bel problema. La soluzione?

Chiusura fine giornata

Beh, i pali di legno qui diventano di metallo (altra differenza incomprensibile fra lato est e lato ovest), ben fissati con viti anche allo zoccolo del pavimento, ora ben visibile. Si copre poi, con un po’ di piantine, almeno per ora. Non parliamo poi dei vasi che, sempre se vogliamo essere coerenti con le norme, non dovrebbero starci. Eppoi, la rete metallica lato mare, mi lascia alquanto dubbioso, per usare un eufemismo. Ma non tralasciamo la solita cima di chiusura a fine giornata e zerbino, modello “Benvenuti a casa mia”, proprio sul passaggio demaniale unico possibile, che dovrebbe essere di libero accesso al mare, 24 ore su 24. Oltretutto, un bel cartello di videosorveglianza non è proprio un bel invito a passare liberamente. Tutto, a quanto pare, piuttosto difficile da tenere assieme, anche rispetto a quella parte in regola sul lato ovest.

Come si possa poi, mantenere tavolini per la ristorazione (visibili nella prima foto) in area demaniale marittima, che non c’entrano nulla con una concessione demaniale esclusivamente per stabilimento adibito a balneazione. Beh, sono i misteri della fede, in particolare quando lo stabilimento è chiuso fino al 1° maggio, come da linee guida regionali. Molte attività hanno fatto richiesta per il posizionamento di tavoli, o altro, in area demaniale, ma per questo stabilimento, ad oggi, non risulta nulla, per quanto ho potuto osservare all’albo pretorio.

Insomma, un bel congegno pieno di pecche. Per quanto tempo starà ancora in piedi questa “sanatoria”, che non ha per nulla l’aria di essere definitiva?


Un breve post scriptum, visto che le ultime mareggiate hanno già intaccato il dosso paradossale portando alla luce il contenuto dell’arenile, il “ripieno”. Eccolo qui sotto in una foto di oggi, 28.04.17.

Il "ripieno" del dosso paradossale
Il “ripieno” del dosso paradossale
Le Grazie (SP)

Le Grazie (SP): Spiaggia nuova, buona nuova?

Le Grazie (SP)
Le Grazie (SP)

Certamente è una conquista far nascere (o rinascere) una spiaggia, certamente è apprezzabile la campagna stampa che Comune di Portovenere, Regione Liguria ed Autorità Portuale stanno portando avanti in queste settimane, sfociata con l’inaugurazione odierna, in pompa magna, della spiaggia balneabile (b-a-l-n-e-a-b-i-l-e mica poco!) all’interno della baia delle Grazie (SP), però ho un però, anche se a molti potrà infastidire.

Spero di venire smentito dal futuro, ma il passato mi rende scettico se non prevenuto, dato che molte tutele nei confronti delle spiagge sono mancate, soprattutto delle aree demaniali limitrofe a stabilimenti balneari, lo testimoniano anche i miei articoli su questo blog che riprendono abusi sfrontati e mai prima rilevati dalle autorità negli anni, o nei decenni, se non per esposti di cittadini, associazioni o del sottoscritto.

Il mio timore è proprio questo, che possa esserci un interesse a breve-medio-lungo termine puramente commerciale, con riflessi futuri negativi, nel far nascere (o rinascere) spiagge all’interno della diga spezzina, con la contestuale dichiarazione di balneabilità di tali acque. Balneabilità che, francamente, mi pone grossi dubbi visto anche il raffronto tra analisi di ARPAL e rilievi della Goletta Verde di Legambiente. Questa e queste future, o presenti spiagge, entro-diga saranno balneabili per ARPAL, ma vorrei vedere analisi anche di altri enti, magari della stessa Goletta Verde, che potrebbe fare, ad esempio, un salto a Le Grazie (SP).

Non vorrei che lo scopo ultimo fosse questo: aumentare la superficie adibita a balneazione all’interno del comune (ad esempio Portovenere) con spiagge libere entro-diga, per poi dire, bene ora c’è spazio utilizzabile per altri stabilimenti (v. norme regionali), ma questi, però, li facciamo fuori diga.

La diga foranea del Golfo della Spezia non è uno scherzo, ma pone un confine artificiale alla natura imponente, la base della piramide di massi è di 50 metri, per un’altezza di 13 metri ed una lunghezza lineare di 2300 metri. Il Golfo della Spezia non è un mare aperto dal 1844, è un unico blocco, un unico ecosistema arginato dall’uomo, in cui si è scaricato, e si scarica, dalle fogne di mezza città, ai lavori portuali, ai vari cantieri lungo le sponde, all’arsenale Militare e altre attività, da decenni. Nel Golfo della Spezia, lo sappiamo benissimo, di sostanze ne troviamo di tutti i tipi, e di più. Eppoi, nella stessa baia delle Grazie convivono: un porticciolo turistico, un cantiere navale, un allevamento ittico, un corso d’acqua (Ria) su cui si stanno approntando ristrutturazioni, e non è certamente tutto qui. Inoltre, nelle ultime settimane, ci sono stati almeno due vistosi fenomeni di rilascio in mare di sostanze oleose o idrocarburi che hanno richiesto un intervento di pulizia.

Ebbene, vedremo miracolosamente nascere spiagge vergini dalle Grazie, alla Passeggiata Morin, alla Pertusola?
Non è che forse, noi liguri, pretendiamo troppo, diavolo e acqua santa nello stesso posto a convivere serenamente? Porticcioli, cantieri, navi da crociera, allevamenti di cozze (muscoli) o ittici, spiagge balneabili (o no) e quant’altro, tutti assieme appassionatamente, vicini vicini?

Riflettiamo bene, le ultime analisi della Goletta Verde vedono molto inquinate alcune spiagge in pieno mare aperto, dalle Cinque Terre a Lerici. Mentre, nel Golfo della Spezia, che di fatto è un quasi-mare, vogliamo credere che si possano facilmente, e in pochi anni, fare spiagge balneabili , senza mettere in campo alcuna opera di bonifica e limitazione agli scarichi da attività umana (endogena ed esogena), ora e, soprattutto, senza averlo fatto nei decenni passati?
Le analisi della Goletta Verde di Legambiente, di giugno 2016, ci dicono che:

  • Monterosso (SP), foce canale piazza Garibaldi: fortemente inquinato;
  • Corniglia (SP), foce Rio Corniglia: nei limiti;
  • Manarola (SP), scarico Belvedere: fortemente inquinato;
  • Riomaggiore (SP), spiaggia di Fossola: entro i limiti;
  • Portovenere (SP), Calata Doria: entro i limiti;
  • Lerici (SP), foce canale alla Venere Azzurra: fortemente inquinato;
  • Lerici (SP), foce canale alla rotonda: fortemente inquinato.

Vogliamo veramente credere che all’interno della diga foranea possano esserci, da subito, spiagge balneabili, garantite tali almeno per il periodo estivo? Lo vorrei tanto, e mi auguro di sbagliare nell’ipotizzare che una spiaggia in più, all’interno della diga e certamente non di qualità come altre, possa diventare il cavallo di Troia per uno stabilimento in più in area balneabile ben più di qualità.

Più navi da crociera per tutti, che bella combinazione!

nave da crociera e chiazza in mare
19.07.15, ore 8:10, Isola Palmaria (Portovenere – SP), Torre Scola, nave da crociera e chiazza in mare

Si osannano le navi da crociera da parte di molte autorità, soprattutto Comuni rivieraschi in Liguria, perché porterebbero turisti e tanti-tanti soldi per il bene delle finanze dei Comuni, dei commercianti e a cascata di tutti noi. Ma in effetti, come in tutte le cose, il troppo stroppia e già si è arrivati a parlare di numero chiuso per gli ingressi turistici alle Cinque Terre, come di attracchi di traghetti ed arrivo di treni (che portano anche turisti dalle navi da crociera).

Il nostro è un territorio con pochi spazi (non è la riviera romagnola), stretto com’è tra monti e mare non possiamo permetterci vere e proprie invasioni di turisti, ma abbiamo la necessità di mantenere afflussi gestibili perché le risorse del territorio sono al tempo stesso limitate. Il nostro non può essere un turismo di massa, nel senso che non è in grado di sopportare alte affluenze per troppo tempo (eppure per breve tempo). L’ambiente marino e costiero è fragile ed in precario equilibrio da tempo, lo sappiamo bene. Le Cinque Terre e i territori limitrofi sono ancora più fragili di altri, non possiamo permetterci di sfruttare e bruciare le nostre risorse naturali fino a distruggerle, sono il motivo del nostro esistere, una volta distrutte fra noi e una banchina di un qualsiasi porto commerciale non ci sarebbe alcuna differenza. E’ questo che vogliamo? Vogliamo un mare solo da vedere, e magari neppure quello?

Da più di un anno scrivo che navi da crociera troppo grandi nel canale di Portovenere, tra Punta Castagna, Torre Scola e l’isola Palmaria non possono starci, se non altro perché sono un pugno in un occhio a chi osserva il nostro magnifico panorama. In quella zona, molto appetibile per i croceristi, che possono gustarsi un inchino alla fonda verso il paese di Portovenere, chi guarda dalla costa vede sparire pezzi importanti del nostro paesaggio. Dalla zona Olivo a Portovenere, sparisce Torre Scola e parte della Palmaria, sostituite da file di oblò e paratie ben verniciate di bianco. Chi osserva, invece, dall’altra parte del golfo, San Terenzo o Lerici, non distingue più il promontorio di Portovenere dalla sua isola principale, dato che rimane nascosto da queste macchine galleggianti il canale di Portovenere.

Ora pure le chiazze in mare, […]