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Libertà di stampa: ieri era, ma oggi è importante lottare per domani

HumphreyBogartDeadlineIeri era la giornata mondiale della libertà di stampa, francamente l’evento mi è sfuggito, come può essere sfuggito a molti. Le giornate in memoria, o per qualcosa, raggiungono, però, il loro scopo quando non rimangono lettera morta il giorno dopo, soprattutto nel domani.
La libertà (in generale), come la libertà di stampa e di informazione (la trasparenza), non possono durare lo spazio di un giorno o di un anno, ma devono permanere indefinitamente, in particolar modo nei cosiddetti paesi democratici, perché ne è la loro linfa.
Ma in Italia, come in altri paesi della sfera democratica, qualcosa (o più) non funziona, anche in questo senso. Nel nostro paese, la libertà di stampa e il diritto ad essere informati (trasparenza) hanno un’ampiezza ed un’efficacia estremamente variabile in ragione di una serie di fattori, non sarò certo esaustivo, ma fra questi pesano: l’influenza politica, l’autocensura, l’arroganza di alcune istituzioni pubbliche, i legami clientelari e di amicizia (tra cui varie forme di associazionismo più o meno palesi), il corporativismo, per arrivare a vere e proprie forme di associazioni a delinquere con forte radicamento sul territorio nazionale e locale, ovvero consorterie che spaziano all’interno di ambienti disomogenei e che spesso penetrano, o lambiscono, anche ambienti istituzionali di ogni specie: quelle forme di legami che possiamo anche definire con un termine che ormai va un po’ stretto (ed è datato) come “massonerie” o, forse più adeguatamente, “mafie” anche se non in modo tradizionale.
Volutamente, nella libertà di stampa, includo il diritto all’informazione, ovvero, alla trasparenza delle nostre istituzioni pubbliche, perché la mancata trasparenza nella pubblica amministrazione non solo è un sintomo di malessere antidemocratico, ma un presidio al malaffare, a ciò che di un’istituzione pubblica ne fa un gruppo di persone che lavorano per gli interessi di pochi, consapevolmente o meno.
Per questo la libertà di stampa e la trasparenza sono legate a filo doppio, l’una muore quando manca l’altra, mentre l’una e l’altra in salute contribuiscono a mantenere sano un paese, ne disvelano i problemi, le carenze, le marcescenze. Ciò che un’inchiesta giornalistica, o la trasparenza, rivela non rimane fine a sé stesso quando la libera stampa (e potremmo anche dire la libera diffusione su tutti i mezzi di informazione sociale) ne dà conto alla comunità. Ed è proprio la conoscenza sociale dei problemi e delle storture, in essere al proprio interno, che ne stimola le soluzioni, o ciò che alcuni hanno chiamato “anticorpi”, ovvero una reazione, o meglio una serie di reazioni che si riflettono a tutti i livelli, socio-politico-economici. E la parola “anticorpi” non esce a caso perché, come un medico sa, la malattia si debella definitivamente solo quando se ne acquisisce piena conoscenza e consapevolezza. Non è certo nascondendo la malattia, o i suoi stessi sintomi, che i problemi si risolvono ma, purtroppo, non è raro tra noi, trovare limiti all’esposizione o all’individuazione di una notizia, di una informazione, soprattutto in ambiti comunitari ristretti, e perciò più facilmente sottoposti all’influenza di piccoli gruppi di potere (ma ben ramificati), o per timore personale, o banalmente per ignoranza e quieto vivere comune, o per tutti questi fattori messi assieme.
L’Italia, come l’Europa o l’ambito democratico mondiale, vive, ormai da lungo tempo, un periodo di evidente decadenza di quei valori fondanti che fanno di una società umana una società vivibile ed equa, in cui “la Libertà e la ricerca delle Felicità” possono avere un senso solo nel solco del rispetto reciproco e della crescita culturale di ognuno di noi. Ed è proprio in questo senso che la libertà di stampa (e trasparenza) opera, senza la quale un popolo ignorante è alla totale sudditanza dei propri aguzzini, che siano all’interno delle istituzioni, di gruppi sociali od economici, o che semplicemente siano ras del quartierino.

FACEBOOK, mi hai rotto i cabasisi! Empathy è molto meglio!

pollice giù Era da tempo che lo volevo scrivere: FACEBOOK, mi hai rotto i cabasisi!

E da tempo volevo scrivere un articolo sulle relazioni tra il più potente dei social network e una rappresentazione malata di democrazia sociale, vincolata al più rigoroso ed ottuso accentramento, a danno di una reale libertà delle opinioni e della privacy (per chi usa il mezzo in maniera inconsapevole), che favorisce lo scontro sociale di bassa lega, a danno di coloro che usano argomenti scomodi, benché nel rispetto, non solo delle leggi ma, dell’educazione e con senso civico.

Di essere sbattuto fuori dal proprio account Facebook, per qualche tempo, non è capitato solo a me, ma ad altri come me, ovvero persone in grado di elaborare informazioni, pensieri e concetti in maniera autonoma dalla maggioranza non pensante e inerte. Opinioni e notazioni magari scomode ai più, soprattutto all’interno di piccole comunità locali culturalmente depresse, o magari ritenute aggressive anche se prive di contenuto offensivo o diffamatorio.

Il motivo addotto da Facebook, ormai consueto, è “riteniamo che ci siano delle attività sospette sul tuo account“… ah ahaaa! E quindi, divertiti con questi giochini di riconoscimento delle foto dei tuoi amici, per farci capire se sei un uomo o una gallina, oppure fai girare questo programmino per vedere se ci sono virus sul tuo computer. Tutte cose che poi compiute diligentemente non portano assolutamente a nulla, se non alla conferma del blocco sull’account fino a data da destinarsi. Nell’ultima occasione (in corso e con sparizione degli ultimi post), senza nemmeno poter comunicare messaggi (più che altro imprecazioni) all’assistenza (parola grossa), se non tramite un escamotage tecnico che non so se darà i propri frutti nel breve periodo. Le attività sospette per loro sono taggare troppe persone, cosa che faccio raramente, se non in casi eccezionali, perché la ritengo una forma di prepotenza, ma non di meno vedo chi tagga decine di account alla volta a ripetizione senza problemi. Oppure condividere in breve tempo un post su diversi account o gruppi, facendo pensare che, se scrivessi e cliccassi meno velocemente, eviterei di essere scambiato per un’attività sospetta, ovvero un virus o un programmino che in maniera automatica svolge tale funzione.

Però questi sono dettagli, il nocciolo è che non vedo mai sparire persone che scrivono offese e minacce, magari abitualmente, mentre gli unici di cui so avere avuto disavventure con mr. Facebook, sono persone che come me scrivono cose che ad alcuni fanno venire l’orticaria papulosa, ed allora, francamente, mi viene il dubbio che alla base dell'”attività sospetta” a mio carico ci sia ben altro che un virus o un robottino, e che questa non sia altro che una forma ipocrita e molto orwelliana, modello 1984.

Ma, a prescindere da tutto ciò, il fatto di vedermi sbattere fuori e tarparmi le ali mi fa venire una rabbia pazzesca, eh già, perché Facebook ingenera una maledetta forma di dipendenza, più o meno grave in tutti noi che lo utilizziamo, che si fa sentire quanto sei forzato a non poter utilizzare il tuo account, quasi come qualcuno ti avesse imbavagliato. Ciò mi fa riflettere sul senso di questo social network, totalmente accentrato nel controllo, totalmente sordo alle richieste o rimostranze, che in più sfrutta i propri iscritti, o meglio “coscritti” anche se volontari, adulandoli o rimproverandoli: se spendono o non spendono soldi per veicolare pubblicità, oppure se attirano o non attirano folle festanti. Tutto ciò gonfiando o sgonfiando i dati statistici di accesso alle proprie pagine o ai propri post. Si, perché chi crede completamente ai dati sugli accessi veicolati da FB, farebbe bene a mettere su un blog e a farne uno studio comparativo e ponderato.

L’invaso idraulico di FB è, poi, una grande pozza dove sguazzano gli apparati di governi democratici e non, aziende multinazionali e non, o altri enti che lavorano sui big data, a volte con intenti poco puliti. Lo sappiamo da tempo, il loro scopo è profilarci, commercialmente quando va bene, o sfruttare con algoritmi complessi quel non detto, ma chiaro dall’incrocio di dati e fonti diverse, che porta all’invadenza nella sfera più privata, che se sfruttata per scopi pesantemente commerciali o per fini ancora più invasivi, porta all’azzeramento dei diritti e della libertà, soprattutto in realtà politiche e sociali prive di adeguati anticorpi, se non in regimi dove la democrazia non è nemmeno sulla carta.

Per esperienza sul campo, posso affermare che FB non fa una piega se ti offendono, minacciano o se ti diffamano (per la verità può succedere anche di peggio con la nostra giustizia), mentre è estremamente reattivo se infastidisci con le tue sole opinioni un certo numero di persone. Mr. FB segue, cerca e sfrutta i gruppi di persone con pensiero normalizzato, non ha altri punti di riferimento, nella carta costituzionale del social network made in USA, sostanzialmente, è scritto che: la maggioranza nei gruppi sociali ha sempre ragione, a prescindere che il gruppo si chiami “Ku Klux Klan” o “Amici dei violentatori”.

E allora, siamo sicuri che ne valga la pena continuare a foraggiare questo mostro senza testa e senza orecchie, ma con un neurone che controlla tutto e si vende al migliore offerente?

No, francamente, vorrei che ci si liberasse di questo pseudo-social network e si fondasse un vero social network, open source e decentrato, perché è importante sapere come funziona, perché la trasparenza non ha senso solo nelle democrazie autentiche, ma anche nelle stesse emulazioni, come la rete internet stessa. E allora, come mai ancora nessuno ha pensato a fondare un social network privo di controllo centrale, open source e che sappia ascoltare i propri iscritti? Io lo chiamerei: Empathy, il network che mostra empatia nei confronti delle persone e non arroganza ed ottusità come FB, al servizio delle potenze. Sarei il primo ad iscrivermi se non a fondarlo… chi ci sta?

Il TAR, il blogger e l’ambiente: precisazioni

Articolo Secolo XIXRingrazio Sondra Coggio del Secolo XIX per l’attenzione mediatica al caso ma, spero mi perdonerà, devo fare alcune rettifiche tecniche e precisazioni. Credo che, comunque, il messaggio essenziale sia arrivato, del resto la maggioranza delle persone si ferma al titolo, sia sul giornale che su un blog. Ci sono, però, anche molte persone (almeno spero) che approfondiscono, per queste scrivo le righe che seguono.

Dunque, non è stato il Comune a fare ricorso per l’ipotizzato abnorme numero di domande, ma il sottoscritto perché riteneva (e ritiene) che i documenti richiesti dovessero essere rilasciati, dato che riguardano interessi pubblici e chi li richiede è residente.

Nella sentenza si fa un po’ di tutta un’erba un fascio, si associa la questione ambientale a tutto ma, invece, per quanto riguarda la residenza del sottoscritto non si tiene conto per nulla. Perché dico questo, perché chi conosce la normativa per accedere agli atti degli enti pubblici sa che contano: le motivazioni, i propri interessi giuridici e la propria posizione giuridica. Grosso modo, questi tre elementi, a seconda dei casi, hanno rilevanza e giocano in maniera diversa. A volte, uno degli elementi prevale ed è sufficiente per concedere l’accesso.

In questo caso ho richiesto documenti relativi a due questioni (in realtà a tre questioni, ma lo vedremo in altro articolo più in dettaglio): parcheggio pubblico e demanio marittimo. Con quali basi? Ebbene, su due basi: per tutela ambientale (motivazione) e in quanto residente (posizione giuridica). L’interesse giuridico diretto (ad esempio stretta correlazione con una mia proprietà), in questi casi non serve, dato che stiamo parlando di interessi diffusi (parcheggio pubblico e demanio marittimo). Norme e giurisprudenza stabiliscono che le persone residenti abbiano diritto ad accedere a tutti gli atti delle loro amministrazioni locali, a maggior ragione se si parla di interessi diffusi. Ci sono dei limiti, ma questi limiti sono ristretti ad una serie di casi, ad esempio per questioni di privacy, come lo stato di salute di una persona, oppure per necessità di sicurezza dello Stato, e via dicendo. Sto semplificando molto, ma il senso è più o meno questo. Uno dei limiti è quando si accede a documentazione di un iter amministrativo in essere, ma questo ha un senso in una serie di casi, come un concorso pubblico, non certo in fase di rilascio di una concessione demaniale marittima, come è accaduto a me, dato che incide su interessi diffusi. In tal caso, norme e giurisprudenza prevedono che si debba poter accedere anche durante l’iter di rilascio, proprio per tutelare l’imparzialità amministrativa ed eventualmente prevenire atti lesivi nei confronti degli stessi interessi pubblici.
Insomma, capite bene, che essere residenti è, in molti casi, sufficiente ad autorizzare l’accesso agli atti del proprio Comune, soprattutto quando ci sono interessi pubblici di mezzo, ma frequentemente i Comuni fanno finta di non capire.

Orbene, vediamo adesso la motivazione ambientale. La tutela ambientale è un gradino in più, perché permette di far agire una normativa “speciale” (D.Lgs. 195/05), una disciplina che prevale e sostituisce la normativa base (legge n.241/90), che lascia, quindi, maggiori facoltà di accesso al richiedente.
Se da un lato al TAR è sfuggito il fatto che fossi un residente, invece ha ben visto la motivazione e si è concentrato su quella anche dove non era mia intenzione usarla, ovvero in relazione al parcheggio pubblico. Materia sulla quale ritenevo, e ritengo, sufficiente la mia “posizione differenziata” di residente. L’accesso ambientale è, invece, quella marcia in più che ho inteso usare in relazione ai documenti inerenti le concessioni demaniali marittime, in particolare di un pontile galleggiante (stagionale, estraneo al PUD) con immersione di corpi morti. Visto anche che trattiamo di un’area a doppio vincolo paesaggistico (bellezza d’insieme e 300 metri dalla battigia, ci sta pure il parcheggio). Qui il TAR ha visto la mia motivazione ambientale, ma è sfuggito il fatto dei corpi morti in mare e che un pontile ha impatto paesaggistico (area UNESCO, tra l’altro) e “forse” impatta anche sul mare, visto che non galleggia in aria… ma pure se galleggiasse in aria avrebbe impatto con l’ambiente aereo. Perciò, il Tribunale Amministrativo Regionale della Liguria ha scritto un postulato di valenza generale che ritengo sconcertante: le concessioni demaniali marittime non hanno correlazioni con la materia ambientale (sic!).

Mentre sulla storia del numero abnorme di domande è stato creato un numero di fantasia, si, di fantasia, perché 34 è diverso da 10. Poi vedremo bene in quale lasso di tempo e come distribuite tra gli uffici. Un colpo sotto la cintura che vedremo nelle prossime puntate. Io ancora attendo le prove sulle 34 istanze. Sapete dove trovarmi, sono qui e continuo a scrivere. Per chi volesse agganciarsi al pregresso basta vedere il dossier Le Terrazze – Portovenere (SP) ed in particolare l’articolo TAR Liguria: le concessioni demaniali marittime NON impattano l’ambiente (!!!).

TAR Liguria: le concessioni demaniali marittime NON impattano l’ambiente (!!!)

Lo stabilimento-residence "Le Terrazze", Portovenere (SP)
Lo stabilimento-residence “Le Terrazze”, Portovenere (SP)

E’ con un provvedimento stupefacente che il TAR Liguria, con sentenza n.935 del 2015, in riferimento alla “documentazione amministrativa relativa alle concessioni demaniali marittime assentite in favore del complesso ‘Le Terrazze’” (struttura turistica sita a Portovenere – SP) apoditticamente dichiara: “Il collegio deve rilevare in proposito la difficoltà di ricomprendere tale materia nell’ambito dell’ambiente, trattandosi invece dell’attività negoziale di una pubblica amministrazione che mette a frutto un bene demaniale per farlo fruire ai consociati, ricavando da ciò un utile.

Ma non è l’unico aspetto stupefacente (mi si permetta di riutilizzare lo stesso aggettivo che trovo quantomai calzante). Nelle pieghe della sentenza ci sono diversi aspetti interessanti e, a mio parere, estremamente criticabili, visto che conosco le carte nel dettaglio in quanto ricorrente. Metto subito le mani avanti, si dirà: ne sei uscito sconfitto e quindi ti scotta. Verissimo, mi scotta moltissimo, ma ciò non toglie che le sentenze si rispettano e si criticano, soprattutto se non sono ancora definitive. Si capirà, inoltre, che chi ne è uscito sconfitto non sono solo io ma, soprattutto, la trasparenza amministrativa e tutti coloro che della difesa dei diritti e dell’ambiente ne fanno una ragione di vita.

La sentenza riguarda, innanzitutto, materia di accesso agli atti amministrativi, in riferimento ad una richiesta di documenti e di risposta, relative allo stabilimento-residence che si chiama “Le Terrazze”, di cui ho già scritto in passato ed in merito al quale ho ricevuto una querela da parte del Sindaco di Portovenere. Per chi volesse rinfrescarsi la memoria o conoscerne le premesse può seguire i link:

Ebbene la querela sta ancora lì, pendente, le indagini si sono chiuse a gennaio 2015 e da allora non ne conosco l’esito, dato che ad oggi non mi risulta di essere stato rinviato a giudizio e nemmeno che il tutto sia stato archiviato. Il senso della querela è scritto nell’articolo al link qui sopra. Il Comune, o meglio, il Sindaco si è sentito danneggiato da una mia frase scritta su Facebook nella quale, riportando quanto riferitomi da un agente di P.M. (ex comandante), scrivevo: “… per quanto riguarda il parcheggio pubblico INVISIBILE a Le Terrazze, la pratica è stata sospesa dal sindaco Matteo Cozzani. E’ d’uopo rivolgere la seguente domanda: perché? …”.

Ma credo che la questione più interessante, e meno folcloristica, sia nel merito della vicenda Le Terrazze, ovvero gran parte degli oneri di urbanizzazione mai eseguiti e una serie di aspetti strani, poco chiari, in merito alla gestione dei posti auto pubblici all’interno della struttura. La vicenda è annosa ed ha coinvolto diverse amministrazioni comunali a partire dal 2004, anno in cui fu firmata la convenzione urbanistica n.3650. Da allora fu fatto ben poco per chiudere la vicenda, nonostante fiammate fatue a seguito delle ultime sedute di Consiglio Comunale della passata amministrazione Pistone-Nardini, come riportato da un mio articolo di allora, quando il sig. sindaco, Matteo Cozzani, era all’opposizione e si esprimeva in modi un po’ diversi. Se ritiene, può integrare la querela.

In questo articolo, però, non voglio scrivere nel merito della vicenda “Le Terrazze”, perché di cose da scriverne ne avrei troppe (molte sconosciute ai più e molto interessanti) e me le voglio conservare per una serie di articoli che scriverò nelle prossime settimane, se riuscirò ad averne il tempo. In realtà ce ne sarebbero così tante da pubblicare un libro. Se mi metto a scrivere il libro, non faccio il resto, ovvero gli accessi agli atti, per andare a trovare i miei amici in Comune. In realtà sono stato ritenuto, di fatto, uno “stalker” da parte dell’avvocato del Comune e anche dal TAR (non dal Comune, che non lo ha scritto nel rigetto parziale all’accesso in oggetto), visto che richiedere i documenti relativi alle concessioni demaniali per il solo anno 2015 (sono concessioni stagionali) e per un solo stabilimento è ritenuto “controllo generalizzato”. Cosa dovevo fare, richiedere un solo documento, a caso? Solo per farmi un’idea “generalizzata”? Ma soprattutto, quanti saranno coloro che da adesso verranno ritenuti “stalker” perché fanno una domanda di accesso, senza i termini precisi di un documento, in quanto non sono informazioni normalmente nella disponibilità di chi accede? In tal senso la giurisprudenza aiuta e mi dà ragione. Ma andiamo oltre.

Il punto più eclatante nella sentenza del TAR, anzi stupefacente, è quello che riportavo ad inizio articolo, il fatto che i Consiglieri ritengano difficile comprendere la relazione fra i documenti relativi a concessioni demaniali e l’ambiente, soprattutto dopo essere stati visionati dal sottoscritto (senza poterne avere copia), ma riportati puntualmente nel ricorso, con data e soprattutto descrizione del contenuto. E tali documenti non riguardano il posizionamento di sdraie ed ombrelloni in spiaggia, ma l’installazione di un pontile galleggiante (stagionale, estraneo al PUD) con relativa immersione di corpi morti, per il quale è stata anche necessaria la richiesta di un’autorizzazione paesaggistica e del Decreto Regionale 1340 del 26.05.15 da parte del dirigente del settore Ecosistema Costiero e Ciclo delle Acque, che evidentemente con l’ambiente non ha nulla a che fare.

Questa evidente difficoltà, nel rilevare le correlazioni fra ambiente e atti richiesti, ha determinato il campo di gioco giuridico che si è spostato dalla normativa relativa all’accesso ambientale (D.Lgs. 195/05) alla normativa base (L.241/90), più restrittiva. Ma nonostante ciò, l’esito non avrebbe dovuto cambiare, ovviamente a mio favore. Peccato che la citata giurisprudenza, richiamata in Camera di Consiglio, non abbia sortito alcun effetto. Perché gli aspetti interessanti sarebbero ulteriori, ma non è il caso di citarli ora per motivi di opportunità in un possibile appello in Consiglio di Stato.

Altro punto che ritengo clamoroso (stupefacente), data la corposa giurisprudenza in merito, è il fatto che il TAR non abbia visto che sono residente, l’ho scritto più volte, ed era ben scritto alla fine dell’istanza di accesso assieme alle motivazioni. Fatto che per legge e giurisprudenza è ciò che viene giuridicamente definita “posizione differenziata” per la quale i “forzieri” degli enti pubblici locali dovrebbero essere facilmente accessibili. Ma anche questo è stato difficile da scorgere.

Morale: date le affermazioni generali e definitive del Tribunale Regionale della Liguria in questa sentenza, si aprono potenziali problemi per tutti coloro che vogliono tutelare beni comuni, siano privati cittadini o associazioni, sia per salvaguardare parcheggi pubblici o aree demaniali marittime.

A tal proposito, pure il Comune stesso potrebbe (paradossalmente) rimetterci, dato che ho avuto molti documenti del demanio marittimo con precedenti accessi sulla base della tutela ambientale, ed a questo punto qualche titolare di stabilimento, giustamente, potrebbe richiedere i danni al Comune. In tal caso metto a disposizione dei titolari la mia testimonianza, anche documentale.

Per ora termino qui, altri aspetti interessanti della sentenza e nel merito della vicenda “Le Terrazze” nelle prossime puntate.

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La sentenza del TAR, citata nell’articolo (n.935/15), è stata completamente ribaltata dal Consiglio di Stato con sentenza n.3856/16, descritta a partire da questo articolo.

Trasparenza e informazioni: Comune di Portovenere (SP) bocciato duramente dal Consiglio di Stato

Diffamazione, informazione e critica: io assolto, ma altri?

Disinformazia paraculazia

L'articolo ora
L’articolo ora

Oggi pareva essere una domenica sonnacchiosa e tranquilla, quando a fatica, per la luce del sole, faccio una rapida lettura della homepage di Repubblica sullo smartphone e trovo nuovamente il trafiletto di un articolo pubblicato ieri (5.9.15). L’articolo titola: “Giustizia, Orlando: aggiungere sanzioni patrimoniali al carcere”. Mi stropiccio gli occhi e mi dico, ma guarda che cretino, ieri l’ho messo sulla mia pagina Facebook e ne è nato un tormentone con una tizia, che di petto affronta il mio commento nel quale giudicavo il “ministro” reo di “profonda superficialità” perché avevo inteso il suo discorso improntato sul fatto che le sanzioni patrimoniali dovessero essere sostitutive al carcere. Come cavolo ho fatto a prendere un simile abbaglio? Arteriosclerosi modello Crozza-Montezemolo? Cerco di riprendere un po’ di fiducia in me stesso e mi viene da pensare che il redattore della pagina di Repubblica abbia nel frattempo modificato il titolo. Ma guarda, discuto aspramente per quell’articolo e ora viene fuori che cambia il senso dell’articolo a partire dal titolo? Ma dai, sto esagerando con i complotti, non sono mica un fan di Voyager. Però quando torno a casa voglio vedere la mia pagina Facebook. Nel frattempo il trafiletto dell’articolo sulla homepage del quotidiano online sparisce, vado sulla mia pagina FB e guarda guarda, ecco il titolo e la stessa foto del “ministro” con lo sguardo che gli riesce meglio, davanti allo sfondo rosé (PD di Renzi) della Festa Nazionale dell’Unità di Modena. Mi stropiccio di nuovo gli occhi (rischio la congiuntivite) e leggo il titolo: “Giustizia, Orlando: meglio sanzioni patrimoniali che carcere”. Naaaa, ma dai?! Clicco sul post e magicamente si apre la pagina di Repubblica con l’articolo dal titolo: “Giustizia, Orlando: aggiungere sanzioni patrimoniali al carcere”. Naaa!!! L’effetto è strepitoso, mi dico che questo è un piccolo grande scoop per la trasmissione TV Gazebo, una delle pochissime intelligenti e spassose nel panorama asfittico della televisione italiana. Ma guarda un po’, ieri quella discussione, con malcelati dubbi che vi fosse qualche rappresentante della guardia reale in giro, Orlando è di Spezia (senza “La”, usiamo così) e io purtroppo (per moltissimi motivi) lo sono pure, e ora l’inversione a “U” del titolo. Ma davvero? Qualche agente infiltrato-provocatore ha letto tutto e ha trasmesso al capo? Mi sto montando la testa, non può essere, certamente no, in un paese democratico ed avanzato come il nostro non può succedere. Fatto sta che il titolo è cambiato, magari anche l’articolo ha avuto qualche limatura e/o aggiustata (non lo so) e allora mi chiedo da cosa sia dipeso. E’ venuto un dubbio al giornalista? E’ venuto un dubbio al titolista? E’ partito un urlo dal direttore? Mah, chissà. O forse è arrivata una telefonata o un messaggino tramite Twitter? Sarà ma a me tutto ciò fa pensare, soprattutto mi fa pensare che troppo spesso in Italia vige la regola della “disinformazia paraculazia” e il posto nelle classifiche della libertà di stampa ce lo meritiamo tutto, proprio tutto.

L'articolo prima
L’articolo prima

LA STAMPA ITALIANA: autocensura e disinformazione

disinformazioneE’ in campagna elettorale che si fa più evidente la disinformazione o semplicemente l’auto-censura da parte della stampa italiana (locale e nazionale), ma ricordiamoci che è nel corso di tutto l’anno che siamo bombardati da informazione farlocca o privati di informazioni a loro modo dirimenti. Il primo metodo per cercare di tutelarsi da tali carenze o falsificazioni è essere attivi nella ricerca informativa. Prima potevamo solo comprare giornali di diverse testate, ora abbiamo anche internet, strumento potente ed allo stesso tempo mistificatore. Perché mistificatore: perché un vaso di Pandora dove si può scaricare liberamente qualsiasi cosa, vera, falsa, vera e falsa. La potenza del mezzo è parte anche della propria debolezza: assoluta mancanza di garanzia sulla verifica dei fatti o fact checking. Ma questo punto debole è anche parte, troppo spesso, delle testate giornalistiche “prestigiose”, sia radiotelevisive che della carta stampata, di seguito ne vedremo un esempio lampante. Il secondo metodo è cercare, tutte le volte che possiamo, la fonte primaria dell’informazione. Spesso i giornalisti non citano la fonte informativa, anche se si tratta, ad esempio, di una fonte ufficiale statale o governativa, come potrebbe essere un rapporto statistico o tecnico, o una fonte giuridica, ad esempio una […]

A sindaco (politicamente) debole, querela facile – Ubi minor, maior cessat (libera interpretazione)

photo credit: <a href="http://www.flickr.com/photos/78755281@N00/4713319026">ten boxes</a> via <a href="http://photopin.com">photopin</a> <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/">(license)</a>C’è veramente l’imbarazzo della scelta, non saprei da dove cominciare, gli argomenti potrebbero essere molti ma farò il possibile per essere sintetico.

Partiamo da ciò che ha eccitato alcuni giornali molto restii a parlare di argomenti veri e concreti, ma amanti della fuffa pseudo-politica, ovvero della delibera di Giunta del Comune di Portovenere del 17.10.14, con la quale il sindaco Matteo Cozzani dà mandato all’avv. Andrea Della Croce di presentare querela nei confronti del sottoscritto (Daniele Brunetti), gestore delle pagine Facebook denominate “Comitato Spiagge Libere Olivo”.

Ebbene, ieri ho saputo ciò e mi è costato molto, ho dovuto comprare il giornale che l’ha riportata, testata che non leggo praticamente mai, da quando ho capito che riporta, spesso, solo ciò che non può dar fastidio ai potenti (o ritenuti tali), anche se sono notizie documentate e di pubblico interesse. Avesse (il giornale), per una volta negli ultimi anni, riportato una delle informazioni evidenziate sulle pagine del Comitato. Purtroppo, non è l’unica testata che filtra informazioni vere, documentate e utili alla comunità. Ho scritto di scogliere abusive che sottraggono terreno demaniale al pubblico uso, di scempi edilizi e paesaggistici, di scarsa trasparenza amministrativa, o più in generale di malamministrazione e malaburocrazia, ed anche di giochi di “potere” (parola grossa) o di interessi opachi, degni di una soap opera. Il tutto basato su documenti ufficiali, spesso citati, se non riportati integralmente o per stralci.

E’ nella mia indole, non mi piace scrivere di fuffa, di gossip, ma ad ogni passo corrisponde una base concreta e documentata, non fosse altro per tutelarmi anche da azioni incaute, proprio come questa del giovane ed improvvido sindaco del Comune di Portovenere, non nuovo a mettere il piede in fallo.

Ma che sia chiaro, il mio scopo non è demolire ma svegliare, far conoscere ciò che chi lavora con scarsa trasparenza preferisce non far sapere e determinare una reazione civile, una presa di coscienza. Conoscere per scegliere davvero. Questo per puro spirito di servizio, in un certo senso, mi perdonerete spero l’ambizione (anche se in piccolo e parlo per Portovenere in particolare), per cercare di compensare le carenze politiche da un lato (inesistenza di una vera opposizione politica locale) e la frequente assenza di una difesa civica a tutela degli interessi comuni. E se proprio lo devo dire, è questo secondo aspetto che mi motiva principalmente.

Ma veniamo alla querela, nella delibera si scrive che il motivo è dettato dal “(…) contenuto diffamatorio di dette affermazioni nei confronti del Sindaco (…)” per la frase pubblicata per (ben) due volte: “l’ex comandante Pruzzo mi ha riferito che per quanto riguarda il parcheggio pubblico alle Terrazze, la pratica è stata sospesa dal Sindaco Matteo Cozzani“.

E qui si capisce al volo che la frase è una di quelle da far tremare i polsi, soprattutto la parola “sospesa” è chiaramente diffamatoria, fate perciò attenzione a non utilizzare la parola “sospesa” con facilità, magari sostituitela con il termine “fluttua” che parrebbe anche più adatta al gergo burocratese. “C’è una pratica che fluttua in ufficio”: dà anche l’impressione delle grandi capacità di telecinesi, in questo caso l’amministrazione è comunque salvaguardata.

Capite bene che se questo è il tema principale, ed unico, della querela come prospettata dalla delibera, già ne esco bene e con orgoglio per aver avuto dal sindaco implicita ammissione di verità per il restante 99,99% di ciò che ho scritto prima e dopo, almeno fino al 17.10.14, data della delibera.

il post incriminato
il post incriminato

Ma, c’è di più, la frase intera come pubblicata il 20.09.14: “NOTIZIA FRESCA BREVI MANU: poco fa l’ex-comandante Pruzzo mi ha riferito a voce che per quanto riguarda il parcheggio pubblico INVISIBILE a Le Terrazze, la pratica è stata sospesa dal sindaco Matteo Cozzani. E’ d’uopo rivolgere la seguente domanda: perché? I precedenti sono qui …” [vedasi l’articolo: Portovenere: parcheggio pubblico (ora gratuito), c’è ma non si vede].

Cari giornali (non tutti, ma quelli che ho in mente io), prima di scrivere sentite anche l’altra campana, anche se non è un politico od un amministratore: nella frase si rivolge anche una domanda e si chiede il perché. E non sarebbe stata buona pratica democratica del Sindaco o chi per lui di rispondere, non dico direttamente a me (non son degno), ma magari direttamente in Consiglio Comunale o sui giornali con un bel comunicato stampa che passa sempre? No, molto meglio la querela.

Che dire, se non di aver toccato, evidentemente, un nervo scoperto di un’amministrazione debole che non riesce a dare spiegazioni concrete. Difatti, la campana del sindaco appare solo sul giornale (non in delibera) riportando: “Non è stata sospesa alcuna pratica. Si tratta di un parcheggio che verrà consegnato al Comune quando verranno terminate tutte le opere di urbanizzazione, compresa la passeggiata che dal Royal conduce alle Terrazze. La critica può essere costruttiva, ma affermare il falso può danneggiare l’immagine dell’amministrazione comunale“.

Allora permettetemi di entrare più nel dettaglio, parliamo di un parcheggio costruito ed attivo, utilizzato, da diversi anni, che in dipendenza di una convenzione tra privato e amministrazione (n.3650 del 05.02.2004) doveva essere destinato ad uso pubblico, questo dice la convenzione. Voglio, perciò, fare una domanda al sindaco, trattandosi di un parcheggio destinato ad essere esclusivamente pubblico, e a quanto riportato dal giornale: non ancora nella disponibilità (giuridica?) della comunità, in quanto non ancora “consegnato”. Parcheggio che avrebbe dovuto, perciò, essere chiuso ed inibito all’uso di tutti fino a “consegna”. Perché, egregio sindaco, si è ritenuto di dover ancora attendere, per l’uso pubblico di un parcheggio già pronto (e già utilizzato), la definizione dell’infinita vicenda degli ulteriori oneri di urbanizzazione, relativi ad opere mai terminate (o iniziate), sulle quali dovranno essere riversati ulteriori soldi (non previsti) dei contribuenti? Se c’è un ostacolo tecnico-giuridico-burocratico se ne può parlare, invece di sparare querele, direi che non sarebbe male l’idea, o forse pretendo troppo?

Nel frattempo, però, per la querela a me indirizzata, altri soldi dei contribuenti sono stati destinati all’avv. Andrea della Croce, “fatta salva l’eventuale successiva di parte civile costituzione in un successivo giudizio“, per un ammontare di euro 800,00 più 4% di Cassa Forense, più 22% di IVA ed è triste che i primi a perderci siano i cittadini, pure io stesso, ironia della vicenda.

E’ triste, anche, che un sindaco debole ed impacciato nel gestire la cosa pubblica, come scritto in altre occasioni, non trovi altra soluzione per tutelare una onorabilità già intaccata da un patteggiamento per una condanna ad un mese e dieci giorni di carcere con 400 euro di multa per contraffazione, alterazione e uso di segni distintivi di opere dell’ingegno, oltre a introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsificati. Possiamo anche chiedere se i soldi, eventualmente guadagnati da tale commercio illegale, sono stati restituiti?

L’unica nota positiva è che finalmente un pezzo di verità è arrivato alla pubblica opinione e che, anche se distrattamente, qualche giornale, a malavoglia, ne ha dovuto scrivere. Approfondiamo, allora, i temi veri, ad esempio quello del parcheggio pubblico, ma da anni invisibile, a Le Terrazze, in zona Olivo.

Daniele Brunetti
Comitato Spiagge Libere Olivo
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Photo credit: ten boxes via photopin (license)

Per approfondire vedasi l’articolo: Portovenere: parcheggio pubblico (ora gratuito), c’è ma non si vede

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Diffamazione, informazione e critica: io assolto, ma altri?

Il sindaco di Portovenere sospese la pratica “Le Terrazze” – La prova regina