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2016_06_20-a-assessore-Giampedrone

Caro Giampedrone, immersione di materiale in mare è informazione ambientale o no?

2016_06_20-a-assessore-GiampedroneLa lettera seguente è correlata all’articolo: Regione Liguria: immersione di materiale in mare non ha natura ambientale (!!!)

Egr. Dott. Giampedrone,

mi pregio di scriverLe la presente, anche in quanto dottore in giurisprudenza, rendendoLa partecipe, date le Sue ampie facoltà e responsabilità in ambito regionale, degli eventi succedutisi alle mie due istanze, l’una di accesso ambientale (D.Lgs. 195/05) e la successiva di accesso civico (D.Lgs. 33/13), come riportato in epigrafe.

Tengo a rilevare che, pur avendo una visione politica diversa dalla Sua e dall’amministrazione che l’ha preceduta, ogni mia istanza di accesso in materia ambientale, in rispetto della legge, è sempre stata puntualmente accolta e compiutamente corrisposta da codesto ente, prima dell’avvento dell’attuale amministrazione.

Mi rattrista pensare che alla base del rigetto per entrambe le istanze vi siano, oltre a motivazioni risibili dal punto di vista giuridico, motivazioni non applicabili o non previste dalla normativa e dalla giurisprudenza in merito, ma soprattutto che tra esse sia posto ad elemento dirimente, l’ardito concetto che in relazione alla documentazione richiesta, riguardante operazioni di immersione di materiale in mare, non vi sia “informazione ambientale”. Un’affermazione apodittica di tale portata per cui, mi chiedo, se all’origine vi sia un’azzardata presa di posizione del solo responsabile del Settore Ecosistema Costiero e Acque, oppure se tale decisione sia stata presa, o almeno avallata da altri responsabili nell’ambito di codesto ente pubblico, tra cui Lei. Dato che ritengo le mie ragioni, estesamente prodotte nei confronti di coloro che leggono in copia, giuridicamente inoppugnabili, vorrei avere chiarimenti precisi riferiti alle responsabilità personali di cui trattasi, in merito ai rigetti delle istanze in oggetto.

Fiducioso di un Suo puntuale e soddisfacente riscontro Le porgo i miei

Cordiali saluti
Daniele Brunetti

Portovenere (SP): là dove crescono le scogliere (abusivamente)

Portovenere (SP) 2015: Stabilimento Le Terrazze
Portovenere (SP) 2015: Stabilimento Le Terrazze

Siamo sempre a Portovenere, patrimonio dell’umanità censita dall’UNESCO, in zona Olivo, a quanto pare una zona che negli anni passati è stata oggetto di diverse speculazioni ed abusi edilizi, proprio lungo la costa (e non solo), senza che nessuno vedesse nulla. Mi riferisco alla baia dell’Olivo, zona periferica rispetto al paese di Portovenere, scarsamente abitata in inverno, con numerose seconde abitazioni, ma tanti residenti “virtuali”, che essendo “virtuali” non vedono, non sentono e non parlano. In quest’area ai confini del mondo, anno dopo anno, si sono erose, un po’ alla volta, alcune aree del demanio marittimo, ma non per fenomeni meteo-marini, più semplicemente sono state assoggettate all’interesse privatistico di coloro che ne avevano più facilmente accesso, e più facilmente ne potevano ottenere lo sfruttamento.

La cosa curiosa è che, da queste parti, le scogliere nascono o crescono come esseri viventi, un po’ come i funghi, soltanto che poi rimangono, anzi ingrossano.

Ho scritto più volte della scogliera dello stabilimento balneare “Sporting Beach“, nata per iniziativa di qualcuno che dalla seconda metà degli anni ’70 cominciò a ricoprire una spiaggia di massi, un po’ alla volta, anno dopo anno, fino a creare una scogliera del tutto abusiva, senza alcuno studio delle correnti marine e dell’erosione costiera, per poter avere uno spazio molto più privato, impedendo il passeggio lungo la battigia, per risparmiare molti soldi con ripascimenti non più stagionali ma una tantum, e per sfruttare meglio una spiaggia che da scoscesa è diventata pianeggiante, un bordo piscina.
Su questo ne scriverò nuovamente, perché, ad oggi, dopo tutti gli abusi accertati (e non), i procedimenti di sanatoria sono ancora pendenti (una complessità notevole), non conclusi, permettendo l’uso inalterato dello stabilimento dal luglio del 2013, mese in cui il Comune emise ordinanza demolitoria per numerosi aspetti edilizi, tranne i due più importanti: la scogliera abusiva e il cordolo in cemento lungo la battigia, passato dagli autorizzati 20 cm. agli attuali 60 cm.. Abusi che si sono tradotti in una riduzione importante del terreno pubblico demaniale accessibile liberamente, con eliminazione di una spiaggia nel suo tratto di battigia. Un danno per la collettività, se non si fosse capito.

Ma ora voglio aggiornarvi sugli ultimi sviluppi, relativi agli accertamenti ed ai procedimenti in corso, che si riferiscono ad altra scogliera, quella frontale allo stabilimento “Le Terrazze”. Per il pregresso vi rimando al solito dossier “Le Terrazze” che raccoglie gli articoli pubblicati dal 2014.

Ebbene, dopo varie lotte (non concluse), anche per avere accesso a documenti banali, come le autorizzazioni demaniali marittime, si sono chiariti alcuni aspetti (alcuni, non tutti) inerenti gli abusi accertati dalla Guardia Costiera a partire dall’estate 2015, poi confluiti in un rapporto citato nell’elenco degli abusi mensili dell’ottobre 2015 (pubblicato dopo accesso civico del sottoscritto), che non ha avuto come conseguenza un’ordinanza demolitoria, ma più semplicemente una comunicazione di avvio di procedimento che, come tale quindi, non è stata resa nota ai più, ma di cui, chi vi scrive ne ha avuto accesso. Ed infatti, ad oggi, non risultano ordinanze demolitorie, ma una serie di atti in concreto equivalenti, che sarebbe stato bene rendere pubblici, perché vanno ad incidere su un’area demaniale marittima, ovvero pubblica.

Quindi, il 27.10.15 il Comune avvia un procedimento amministrativo per l'”accertamento dell’esistenza di opere prive dei necessari titoli autorizzativi presso gli immobili siti in Porto Venere, Via II Traversa Olivo – Stabilimento balneare Le Terrazze“, relativamente a:

  • un pontile galleggiante “fantasma” che non sarà presente al primo sopralluogo della Guardia Costiera del 07.08.15 (nessuno se lo ricorda o lo ha mai fotografato?), ma stranamente sarà notata la presenza di una passerella abbattibile (poi rimossa), contestualmente ad una richiesta (poi non andata a buon fine) per l’occupazione temporanea di uno specchio acqueo con il posizionamento di, appunto, un pontile galleggiante;
  • n.3 piattaforme-pontiletti in legno con tappeto sintetico verde e scaletta metallica, in assenza di titoli autorizzativi;
  • una scala metallica, in assenza di titoli autorizzativi.

Ma nel provvedimento del Comune del 27.10.15, che di fatto è un pacato preavviso di emanazione di ordinanze demolitorie, un po’ tra le righe, appare un aspetto importante che poi porterà ad altre conseguenze, ovvero la presenza di una gettata di calcestruzzo e ghiaia per livellare una massicciata che, in origine, avrebbe dovuto essere irregolare in quanto formata da massi e scapolame in pietra.

Su queste premesse, i titolari comunicano il 28 dicembre 2015, la rimozione delle piattaforme e scalette varie (bello sforzo, ben oltre la fine della stagione balneare), con l’intenzione di ripristinare la scogliera eliminando lo strato di cemento e ghiaino. Conseguenza è l’avvio di una semplice S.C.I.A. in data 04.02.16 per “rimessa in pristino della massicciata in concessione demaniale con rimozione della gettata di livellamento in cls a margine dello stabilimento balneare – Le Terrazze – N.C.T. Foglio 10, Mapp.le 226. Massicciata in concessione demaniale, in quanto, tale concessione non era di carattere balneare ma solamente ai fini di mantenimento della massicciata stessa. Va detto, quindi, che la massicciata è stata originata dalla concessione edilizia n.1263 del 03.08.1999, definita come “consolidamento statico di opera di contenimento di terreno“, che in realtà ha visto la trasformazione di quel tratto di costa, da muraglione a picco sul mare ad un terreno a degradare, grazie all’introduzione di due muri a scalare e due scale in pietra: questa la planimetria di progetto.

Da tutto ciò è apparso chiaro che una semplice S.C.I.A. non poteva bastare, in quanto la massicciata, ad oggi, è ben diversa, guarda caso è cresciuta: in volume, altezza e superficie emersa. Ragione per la quale sono stati subito avviati due procedimenti di sanatoria, urbanistico e paesaggistico, tuttora in corso, che sarebbe stato bene porre alla pubblica conoscenza, dato che scriviamo di area demaniale sul mare.

Sono stato prolisso a sufficienza, per cui, per ora, mi fermo qui, ma è chiaro che tutta questa riservatezza avrebbe un senso fino a che si procede nell’accertamento dei reati penali (a quanto pare in corso) o illeciti amministrativi ma, quando si mette mano ad autorizzazioni in sanatoria, la cittadinanza dovrebbe esserne già messa al corrente ancora prima del rilascio (benché sia impugnabile), proprio per anticipare danni ulteriori a terzi (e questo lo dicono anche sentenze del Consiglio di Stato), tanto più che si è già visto operare sulla scogliera con martelli pneumatici e altro. Operazioni complessivamente ancora non ben chiarite, con immersione di massi per il “ripristino” di una scogliera, su cui si sono chieste delucidazioni, di cui vi scriverò prossimamente. Tutti motivi per i quali, sarebbe bene che cittadini e associazioni in sonno si svegliassero dal torpore e che guardassero un po’ oltre il proprio giardino.

Isola Palmaria: abusi edilizi con abbattimento alberi

Isola Palmaria - Portovenere (SP)
Isola Palmaria – Portovenere (SP)

Cosa significa controllo del territorio, soprattutto quando si ha a che fare con risorse limitate e bellezze naturali da proteggere, questo è un esempio mirabile (purtroppo quando i danni sono già stati fatti) compiuto dal Corpo Forestale dello Stato (fino a che esisterà) della Spezia. Un “signore” (i responsabili sono però Romano Paglini proprietario e Renzo Paglini usufruttuario), in piena isola Palmaria a Colle Bruciato sopra Villa S. Giovanni, in area in teoria ultra-protetta, secondo l’accertamento compiuto con sequestro di un immobile con terreno, avrebbe compiuto una discreta serie di abusi edilizi e danni ambientali, anche falciando via varie alberature. Diciamo che a cominciare da alcune autorizzazioni gli sarebbe “partita la mano”, sapete com’è.

I lavori sono stati sospesi, ovviamente, come risulta dall’ordinanza n.2768 del 19.05.16, emessa dal Comune di Portovenere.

Dal sopralluogo successivo congiunto del 11.04.16, insieme all’ufficio tecnico del Comune, risulta però che il proprietario fosse sfornito di chiavi (càpita è normale, il proprietario non tiene doppioni MAI, soprattutto quando l’usufruttuario è un estraneo), per cui non è stato possibile accedere all’interno dell’abitazione per compiere ulteriori rilievi.

Quindi, la morale è sempre quella: vigilare, segnalare e non fermarsi alle prime difficoltà. La bellezza dei luoghi è un patrimonio comune, non possiamo farceli distruggere da chi non meriterebbe alcun titolo edilizio nemmeno per sbaglio.

Insomma, un’altra triste storia per i nostri luoghi, certo il “signore” sarebbe stato meglio fermarlo prima, sui banchi di scuola, insegnando il rispetto per il nostro ambiente e il senso civico.

Regione Liguria: immersione di materiale in mare non ha natura ambientale (!!!)

risp-accesso-atti-com109-Le-Terrazze Quando si entra in contatto con la pubblica amministrazione càpita (spesso o a volte, decidete voi) che l’aggettivo “banale”, nella lingua italiana, non abbia senso. Mentre, invece, acquisti un forte significato la parola “pranayama” che dovrebbe, a tutti gli effetti, entrare nella lingua corrente, parlata e scritta. Pranayama è la tecnica yoga di respirazione che permette il controllo del sistema nervoso e riduce gli stati di ansia o incazzatura, per dirla fuori dai denti.
Veniamo al punto, come libero cittadino di questo strano paese ho richiesto alla Regione Liguria gli atti riguardanti la comunicazione (con allegati) e il nulla osta (o parere, poco conta) relativi ad interventi di immersione di materiali in mare ai sensi del D.Lgs. n.152/06.
A me pare, forse sarò azzardato (ironico), che una operazione di immersione di massi in mare, anche se per il “ripristino” di una scogliera, debba essere ritenuta relativa all’ambiente, ragione per la quale ho richiesto di accedere a tali documenti sulla base del D.Lgs. n.195/05 (accesso ambientale). Ma sapete cosa mi ha risposto la dott.ssa Ilaria Fasce del Settore Ecosistema Costiero e Ciclo delle Acque della Regione Liguria? Reggetevi bene alle potrone… che da tale carteggio non emergono informazioni ambientali rilevanti ai sensi del D.Lgs. n.195/2005” (!!!). Evvai di pranayama… inspirare… espirare… inspirare… espirare… per almeno una mezzora.
Dopo aver ripreso contatto con la realtà molto irreale dei nostri amministratori regionali, riprendo le forze e la pacatezza necessaria per rispondere al dirigente del Settore Ecosistema Costiero, che forse si occupa dei riflessi sonori lungo le coste liguri, facendo presente che l’art.2 della normativa per l’accesso ambientale (D.Lgs. n.195/05) specifica cosa si debba intendere per “informazione ambientale”, senza bisogno di alcun sforzo ulteriore da parte dei dipendenti della Regione. Ebbene, in sintesi: si intende come informazione ambientale “(…) ogni altro atto, anche di natura amministrativa, nonché le attività che incidono o possono incidere sugli elementi e sui fattori dell’ambiente (…).
Serve altro?
Ebbene, la Regione Liguria, però, dato che non vuole essere scortese con i propri cittadini, mi invita a ripresentare la domanda, ma sulla base della L.241/90, obbligandomi, perciò, a corredarla di motivazioni all’accesso ed a presentare i titoli necessari (ovvero, se proprietario limitrofo, ad esempio), metodo per poi rigettarmi con convinzione (e giuridicamente) l’accesso, magari affermando che sto cercando di operare un “controllo generalizzato dell’operato delle pubbliche amministrazioni”. Tutte considerazioni che non sono opponibili quando si accede con la modalità “ambientale”. Capite bene che non ho l’anello al naso e nel trappolone non ci casco, ma esigo che una legge dello Stato venga applicata in quanto DEVE essere applicata, così com’è, nel caso specifico.
Che strade mi rimangono? La strada amministrativa, ad esempio. Potrei fare ricorso al Difensore Civico Regionale, ma ormai conosco il nostro Difensore Civico della Pubblica Amministrazione (v. dossier sull’accesso agli atti), tra l’altro dipendente della stessa Regione: quanto potrà essere autonomo nelle proprie decisioni? Al T.A.R.? No grazie, non ho altri 300 euro da spendere per il T.A.R. (v. dossier Le Terrazze), visto che mi è anche toccato ricorrere al Consiglio di Stato, per altro accesso negato inopportunamente (il procedimento è in corso), sempre sul medesimo specchio acqueo.

Ma quali segreti di Stato ci saranno?

Non mi rimane altro che rendere noto l’accaduto, nella speranza che qualche giornale e qualche esperto, o associazione, voglia interessarsi della vicenda, che nel merito, vi assicuro, è molto interessante.

Per coloro che diranno che il post non è in tema con il gruppo, vorrei far presente che parliamo di materiale immerso in mare presso lo stabilimento “Le Terrazze” a Portovenere, e che tutti i cittadini che hanno a cuore il proprio ambiente, nello specifico il mare, farebbero bene ad interessarsi della vicenda che sta proseguendo, con esiti ancora non scontati e importanti rivelazioni, di cui renderò noto in un prossimo articolo più specifico nel merito. Magari, se mi danno una mano alcune associazioni ambientaliste (o giornalisti) non sarebbe male, con la documentazione che già ho e la loro titolarità ex lege, si potrebbe tentare di spezzare la resistenza del Settore Ecosistema regionale… regionale… regionale…. Visto che di eco se ne intendono.

Libertà di stampa: ieri era, ma oggi è importante lottare per domani

HumphreyBogartDeadlineIeri era la giornata mondiale della libertà di stampa, francamente l’evento mi è sfuggito, come può essere sfuggito a molti. Le giornate in memoria, o per qualcosa, raggiungono, però, il loro scopo quando non rimangono lettera morta il giorno dopo, soprattutto nel domani.
La libertà (in generale), come la libertà di stampa e di informazione (la trasparenza), non possono durare lo spazio di un giorno o di un anno, ma devono permanere indefinitamente, in particolar modo nei cosiddetti paesi democratici, perché ne è la loro linfa.
Ma in Italia, come in altri paesi della sfera democratica, qualcosa (o più) non funziona, anche in questo senso. Nel nostro paese, la libertà di stampa e il diritto ad essere informati (trasparenza) hanno un’ampiezza ed un’efficacia estremamente variabile in ragione di una serie di fattori, non sarò certo esaustivo, ma fra questi pesano: l’influenza politica, l’autocensura, l’arroganza di alcune istituzioni pubbliche, i legami clientelari e di amicizia (tra cui varie forme di associazionismo più o meno palesi), il corporativismo, per arrivare a vere e proprie forme di associazioni a delinquere con forte radicamento sul territorio nazionale e locale, ovvero consorterie che spaziano all’interno di ambienti disomogenei e che spesso penetrano, o lambiscono, anche ambienti istituzionali di ogni specie: quelle forme di legami che possiamo anche definire con un termine che ormai va un po’ stretto (ed è datato) come “massonerie” o, forse più adeguatamente, “mafie” anche se non in modo tradizionale.
Volutamente, nella libertà di stampa, includo il diritto all’informazione, ovvero, alla trasparenza delle nostre istituzioni pubbliche, perché la mancata trasparenza nella pubblica amministrazione non solo è un sintomo di malessere antidemocratico, ma un presidio al malaffare, a ciò che di un’istituzione pubblica ne fa un gruppo di persone che lavorano per gli interessi di pochi, consapevolmente o meno.
Per questo la libertà di stampa e la trasparenza sono legate a filo doppio, l’una muore quando manca l’altra, mentre l’una e l’altra in salute contribuiscono a mantenere sano un paese, ne disvelano i problemi, le carenze, le marcescenze. Ciò che un’inchiesta giornalistica, o la trasparenza, rivela non rimane fine a sé stesso quando la libera stampa (e potremmo anche dire la libera diffusione su tutti i mezzi di informazione sociale) ne dà conto alla comunità. Ed è proprio la conoscenza sociale dei problemi e delle storture, in essere al proprio interno, che ne stimola le soluzioni, o ciò che alcuni hanno chiamato “anticorpi”, ovvero una reazione, o meglio una serie di reazioni che si riflettono a tutti i livelli, socio-politico-economici. E la parola “anticorpi” non esce a caso perché, come un medico sa, la malattia si debella definitivamente solo quando se ne acquisisce piena conoscenza e consapevolezza. Non è certo nascondendo la malattia, o i suoi stessi sintomi, che i problemi si risolvono ma, purtroppo, non è raro tra noi, trovare limiti all’esposizione o all’individuazione di una notizia, di una informazione, soprattutto in ambiti comunitari ristretti, e perciò più facilmente sottoposti all’influenza di piccoli gruppi di potere (ma ben ramificati), o per timore personale, o banalmente per ignoranza e quieto vivere comune, o per tutti questi fattori messi assieme.
L’Italia, come l’Europa o l’ambito democratico mondiale, vive, ormai da lungo tempo, un periodo di evidente decadenza di quei valori fondanti che fanno di una società umana una società vivibile ed equa, in cui “la Libertà e la ricerca delle Felicità” possono avere un senso solo nel solco del rispetto reciproco e della crescita culturale di ognuno di noi. Ed è proprio in questo senso che la libertà di stampa (e trasparenza) opera, senza la quale un popolo ignorante è alla totale sudditanza dei propri aguzzini, che siano all’interno delle istituzioni, di gruppi sociali od economici, o che semplicemente siano ras del quartierino.

L’Italia è una repubblica sfondata sul lavoro

photo credit: <a href="http://www.flickr.com/photos/53098051@N02/26181787621">Decay</a> via <a href="http://photopin.com">photopin</a> <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.0/">(license)</a>Non so quanto dipenda da direttive centrali e quanto dalla mentalità dei tempi, fatto sta, sempre più spesso, nei fatti comuni od eclatanti degli ultimi decenni, troviamo i binomi alternativi e contrastanti tra lavoro e salute, o lavoro e ambiente.
Pare che, ormai, per i governi italiani e buona parte delle istituzioni al seguito, non vi possa essere lavoro senza contestuali e inevitabili danni alla salute, o all’ambiente. Uno degli esempi recenti più eclatanti e feroci è stato, ed è, il caso Ilva di Taranto, ma molti altri se ne potrebbero fare, dal passato remoto in poi.
Ebbene, per il caso Ilva si è discusso ampiamente, ma quando si tratta di posti di lavoro (in quel caso molti) la salute e l’ambiente cominciano a scendere sempre più in basso nella scala dei valori. Il buon detto “l’importante è la salute” diventa “lavora e lascia morire”. In casi dove aziende fortemente inquinanti chiedono di proseguire l’attività, anche in barba alle leggi a tutela della salute e dell’ambiente, si è visto uno scontro altrettanto cruento e paradossale fra governo e magistratura, l’una a tutela delle aziende (più dei posti di lavoro) e l’altra a difesa della salute e dell’ambiente, semplicemente in applicazione delle leggi vigenti, o del dettato a valenza comunitaria denominato “principio di cautela”.
Qualche giorno fa, con il disastro a Genova sul torrente Polcevera, non si era quasi bloccato lo sversamento, che già qualcuno diceva “ma bisogna lavorare”, bene, allora non fermiamoci nemmeno e continuiamo a sversare. Sversa che ti passa, la voglia di vivere, non di lavorare.
Insomma, ormai siamo ad un paradosso acquisito, la nostra è una repubblica dove il lavoro prescinde dalla salute e dall’ambiente, punto.
Il nostro è, più che un paradosso, un ossimoro elevato a stile di vita, a buona amministrazione, a #italiaripartescarichiaparte.
Quindi il cielo è sempre più blu, ma suvvia sulla tinta non ci formalizziamo.
E questo diktat, arrivato con circolare o con influsso mentale, o affaristico, impregna media, strutture istituzionali e rapporti sociali.
Uno dei casi che trovo ripetersi, davanti ad abusi ambientali conclamati, è quando gli stessi rappresentanti delle autorità dicono: “… però devono lavorare…”, anche quando si tratta di due persone (non dell’Ilva di Taranto). Perciò, suvvia, le leggi, l’ambiente, la salute che sono di fronte a qualcuno che deve lavorare e che tiene famiglia? Se poi inquina, se poi fa del male pure a se stesso (e agli altri), che importa?
Ma mi chiedo, una persona che dovrebbe far rispettare le regole e non lo fa, nel nome del “devono lavorare”, segue una circolare interna, una moda o altri ragionamenti che mi sfuggono? E ancora, quante sono le persone in Italia che ragionano, o che hanno imparato una lezione del genere, come questo sig. tenente?
Se questo è il futuro che prevede il nostro governo, mi permetto di dire no, non mi va bene sig. presidente, o sig. tenente. Questo futuro fatevelo da un’altra parte. Emigrate voi! Non io, perché vorrei che in questo paese restassero coloro che lo vogliono cambiare in meglio, non in peggio.

photo credit: Decay via photopin (license)

FACEBOOK, mi hai rotto i cabasisi! Empathy è molto meglio!

pollice giù Era da tempo che lo volevo scrivere: FACEBOOK, mi hai rotto i cabasisi!

E da tempo volevo scrivere un articolo sulle relazioni tra il più potente dei social network e una rappresentazione malata di democrazia sociale, vincolata al più rigoroso ed ottuso accentramento, a danno di una reale libertà delle opinioni e della privacy (per chi usa il mezzo in maniera inconsapevole), che favorisce lo scontro sociale di bassa lega, a danno di coloro che usano argomenti scomodi, benché nel rispetto, non solo delle leggi ma, dell’educazione e con senso civico.

Di essere sbattuto fuori dal proprio account Facebook, per qualche tempo, non è capitato solo a me, ma ad altri come me, ovvero persone in grado di elaborare informazioni, pensieri e concetti in maniera autonoma dalla maggioranza non pensante e inerte. Opinioni e notazioni magari scomode ai più, soprattutto all’interno di piccole comunità locali culturalmente depresse, o magari ritenute aggressive anche se prive di contenuto offensivo o diffamatorio.

Il motivo addotto da Facebook, ormai consueto, è “riteniamo che ci siano delle attività sospette sul tuo account“… ah ahaaa! E quindi, divertiti con questi giochini di riconoscimento delle foto dei tuoi amici, per farci capire se sei un uomo o una gallina, oppure fai girare questo programmino per vedere se ci sono virus sul tuo computer. Tutte cose che poi compiute diligentemente non portano assolutamente a nulla, se non alla conferma del blocco sull’account fino a data da destinarsi. Nell’ultima occasione (in corso e con sparizione degli ultimi post), senza nemmeno poter comunicare messaggi (più che altro imprecazioni) all’assistenza (parola grossa), se non tramite un escamotage tecnico che non so se darà i propri frutti nel breve periodo. Le attività sospette per loro sono taggare troppe persone, cosa che faccio raramente, se non in casi eccezionali, perché la ritengo una forma di prepotenza, ma non di meno vedo chi tagga decine di account alla volta a ripetizione senza problemi. Oppure condividere in breve tempo un post su diversi account o gruppi, facendo pensare che, se scrivessi e cliccassi meno velocemente, eviterei di essere scambiato per un’attività sospetta, ovvero un virus o un programmino che in maniera automatica svolge tale funzione.

Però questi sono dettagli, il nocciolo è che non vedo mai sparire persone che scrivono offese e minacce, magari abitualmente, mentre gli unici di cui so avere avuto disavventure con mr. Facebook, sono persone che come me scrivono cose che ad alcuni fanno venire l’orticaria papulosa, ed allora, francamente, mi viene il dubbio che alla base dell'”attività sospetta” a mio carico ci sia ben altro che un virus o un robottino, e che questa non sia altro che una forma ipocrita e molto orwelliana, modello 1984.

Ma, a prescindere da tutto ciò, il fatto di vedermi sbattere fuori e tarparmi le ali mi fa venire una rabbia pazzesca, eh già, perché Facebook ingenera una maledetta forma di dipendenza, più o meno grave in tutti noi che lo utilizziamo, che si fa sentire quanto sei forzato a non poter utilizzare il tuo account, quasi come qualcuno ti avesse imbavagliato. Ciò mi fa riflettere sul senso di questo social network, totalmente accentrato nel controllo, totalmente sordo alle richieste o rimostranze, che in più sfrutta i propri iscritti, o meglio “coscritti” anche se volontari, adulandoli o rimproverandoli: se spendono o non spendono soldi per veicolare pubblicità, oppure se attirano o non attirano folle festanti. Tutto ciò gonfiando o sgonfiando i dati statistici di accesso alle proprie pagine o ai propri post. Si, perché chi crede completamente ai dati sugli accessi veicolati da FB, farebbe bene a mettere su un blog e a farne uno studio comparativo e ponderato.

L’invaso idraulico di FB è, poi, una grande pozza dove sguazzano gli apparati di governi democratici e non, aziende multinazionali e non, o altri enti che lavorano sui big data, a volte con intenti poco puliti. Lo sappiamo da tempo, il loro scopo è profilarci, commercialmente quando va bene, o sfruttare con algoritmi complessi quel non detto, ma chiaro dall’incrocio di dati e fonti diverse, che porta all’invadenza nella sfera più privata, che se sfruttata per scopi pesantemente commerciali o per fini ancora più invasivi, porta all’azzeramento dei diritti e della libertà, soprattutto in realtà politiche e sociali prive di adeguati anticorpi, se non in regimi dove la democrazia non è nemmeno sulla carta.

Per esperienza sul campo, posso affermare che FB non fa una piega se ti offendono, minacciano o se ti diffamano (per la verità può succedere anche di peggio con la nostra giustizia), mentre è estremamente reattivo se infastidisci con le tue sole opinioni un certo numero di persone. Mr. FB segue, cerca e sfrutta i gruppi di persone con pensiero normalizzato, non ha altri punti di riferimento, nella carta costituzionale del social network made in USA, sostanzialmente, è scritto che: la maggioranza nei gruppi sociali ha sempre ragione, a prescindere che il gruppo si chiami “Ku Klux Klan” o “Amici dei violentatori”.

E allora, siamo sicuri che ne valga la pena continuare a foraggiare questo mostro senza testa e senza orecchie, ma con un neurone che controlla tutto e si vende al migliore offerente?

No, francamente, vorrei che ci si liberasse di questo pseudo-social network e si fondasse un vero social network, open source e decentrato, perché è importante sapere come funziona, perché la trasparenza non ha senso solo nelle democrazie autentiche, ma anche nelle stesse emulazioni, come la rete internet stessa. E allora, come mai ancora nessuno ha pensato a fondare un social network privo di controllo centrale, open source e che sappia ascoltare i propri iscritti? Io lo chiamerei: Empathy, il network che mostra empatia nei confronti delle persone e non arroganza ed ottusità come FB, al servizio delle potenze. Sarei il primo ad iscrivermi se non a fondarlo… chi ci sta?

Da noi si smaltisce così: bruciando

30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti
30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti

Siamo a Pasqua, tanti turisti e si festeggia con i fuochi… d’artificio? Non proprio, sempre d’artificio sono, ma non sono come quelli che si usano per le luci e i colori, questi si usano per smaltire i rifiuti, si spera solo vegetali. E’ una speranza che poi lascia il tempo che trova perché, comunque, fanno un bel danno, come più volte scritto in precedenza e non solo da me. Non ci si stancherà mai abbastanza di far capire che: bruciare legna o sfalci vegetali non è un’attività innocua, ma genera emissioni di particolato, diossine e numerose sostanze nocive alla salute ed all’ambiente, come ripetuto in, ormai innumerevoli, articoli scientifici o divulgativi. Uno per tutti: “Inquinamento: tutti i banditi e i mandanti”, di Dario Faccini per ASPO Italia.

30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti
30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti
30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti
30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti
30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti
30.03.16, Portovenere (SP): smaltimento rifiuti

Ebbene siamo alle solite, ma di più, i fuochi di oggi alla Palmaria si sono fatti in grande, fiamme e fumo ben evidenti per diverse ore (circa tre), senza che nessuno vedesse nulla, tranne i turisti che vi passavano tranquillamente davanti in traghetto e che si saranno chiesti: che si festeggia? Si festeggia lo spirito indomabile degli italiani, come sempre restii, non tanto a rispettare le leggi o a farle rispettare, ma a capire quale danno fanno a loro stessi ed al loro ambiente, pure davanti a orde di turisti impegnati a vedere i fuochi… scusate… le bellezze dei nostri luoghi.
Cari turisti, ditelo e scrivetelo, che qui non si facevano enormi braciole per il godimento culinario, ma più semplicemente si smaltiva spazzatura, garbage, monnezza! Da noi usa così, siamo amanti delle tradizioni, forse con nostalgia pensiamo a quelle antiche braciole di streghe e di santi. Guarda caso, proprio in zona, c’è la chiesa di San Lorenzo, non per nulla in graticola e in bell’evidenza sull’ingresso, sarà per ricordarci di lui?
Credo di no, credo che la questione sia ben più profana: in mancanza di servizi adeguati di smaltimento, e in mancanza di intervento di coloro che le norme le dovrebbero fare rispettare, si va avanti alla giornata e ognuno smaltisce come può.

Ma non si scriveva, dopo il passaggio di molti terreni ed immobili dalla Marina Militare al Comune di Portovenere, che ora ci sarà un’attenta vigilanza da parte delle locali associazioni ambientali all’ambiente e alla valorizzazione di quest’isola, la Palmaria? Come vedete, questo dei fuochi è una modo di valorizzare l’ambiente che evidentemente non disturba queste associazioni e molti ambientalisti, dato che da anni si va avanti così e da anni chi scrive su questi scempi ambientali, evidentemente di serie C, in zona siamo forse in due (anche se orgogliosamente) io e Daniela Patrucco di SpeziaPolis.

2016_03_24 multa fuochi Marinella
Di rado, però, càpita che ci sia qualcuno, in qualche altra parte d’Italia (non lontano da qui), che le norme in vigore le applica, è il caso avvenuto pochi giorni fa a Fiumaretta, nel Comune di Ameglia, altra combinazione, paese dell’ex-sindaco Giacomo Raul Giampedrone, ora super-assessore regionale della Liguria con una valanga di deleghe “Lavori pubblici, Infrastrutture e Viabilità, Ambiente e Tutela del territorio, Parchi, Ecosistema costiero, Ciclo delle Acque e dei Rifiuti, Protezione civile, Difesa del suolo“, e scusate se è poco, praticamente il viceré di Giovanni Toti, ex porta-gaffes di Berlusconi, che ora porta direttamente le proprie, vedasi “i tre marò” da Bruno Vespa, Novi Ligure in Liguria, l’isola Palmaria come “la Capri ligure” e varie altre, di cui l’ultima in ordine cronologico: “più parcheggi interrati per tutti alle Cinque Terre”. Persone, insomma, con una buona conoscenza e sensibilità ambientale. Ebbene, proprio in quel di Ameglia, la Guardia Costiera ha osato multare un balneatore, una razza ben protetta da queste parti, anche se non a rischio di estinzione. Non oso pensare cosa possa succedere d’ora in poi nella patria del “taglia e brucia, se poi accendi sulla spiaggia c’è anche più gusto”. Probabilmente è la Guardia Costiera che rischia l’estinzione, a partire da Fiumaretta.

Le Terrazze – Portovenere (SP): martello demolitore in azione

16.02.16 - Portovenere (SP) - Le Terrazze: messa in pristino in area demaniale marittima
16.02.16 – Portovenere (SP) – Le Terrazze: messa in pristino in area demaniale marittima

In data odierna, 16 febbraio 2016, alcuni operai con un miniescavatore, in modalità martello demolitore, stanno provvedendo alla messa in pristino (demolizione) dalle illegittime colate di cemento nell’area demaniale marittima limitrofa allo stabilimento Le Terrazze, a Portovenere (SP). Infatti, la striscia demaniale limitrofa al mare, creata artificialmente negli anni passati, prevede “una massicciata” in “scapoli di pietra locale” senza cemento. Tale area non è stata adibita alla sistemazione di attrezzatura balneare, come lettini ed ombrelloni, in quanto avrebbe dovuto essere di superficie irregolare e non lisciata dal cemento.

Se qualcuno volesse vedere il pregresso, lo invito a leggere il dossier “Le Terrazze”, in particolare il mio articolo e l’articolo apparso sul Secolo XIX.

Questo è un momento importante, raro, in cui finalmente prevale l’interesse pubblico all’abuso, rimando i dettagli ulteriori ad un prossimo articolo, ma invito le associazioni e i cittadini che volessero interessarsi a fare accessi agli atti presso il Comune, la Regione e la Soprintendenza della Liguria, per capire meglio, prima che io scriva il prossimo articolo.

Da parte mia, ringrazio la Guardia Costiera ufficio locale marittimo di Portovenere, in particolare il comandante Bussolino che ha mostrato la dovuta attenzione al caso ed alle mie segnalazioni (non a vanvera) inviate a un buon numero di autorità preposte, nonostante le difficoltà da me incontrate. Il comandante, evidentemente, è andato a scavare a fondo prima del miniescavatore. Altri dovrò ringraziare, ma non è questo il momento, la vicenda per me non è conclusa, questa è solo una parte.

Ciò che si sta compiendo oggi è in parte equivalente a ciò che si dovrebbe fare in altre aree costiere sia a Portovenere (quindi non chiudiamo gli occhi) che in buona parte di Italia, perché il demanio marittimo, in primis, è di tutti noi e non può diventare privato per chissà quale diritto divino.

Ma a scanso equivoci, vi prego di memorizzare assieme a me la data di oggi e l’immagine, sempre di oggi, riportata assieme a questo articolo, non vorrei che fra qualche tempo si dicesse che era tutto regolare da sempre.

Le mie forze di singolo cittadino, del resto, sono molto limitate, stessa cosa per le risorse economiche, poter mettere in campo un’associazione o, meglio, una testata giornalistica indipendente che veda dove altri non vedono, potrebbe essere una proposta costruttiva che intendo fare alle persone di buona volontà, con capacità di analisi, di approfondimento e con spirito indipendente da qualsiasi organo politico. In tal modo si potrebbe pensare a raccogliere risorse umane e finanziarie per combattere, non dico ad armi pari, ma quantomeno con più vigore, contro alcune malattie del nostro paese. Se siamo in tanti, anche in gruppi separati, si può vincere. Il centralismo, del resto, ha un grosso difetto, se va in crisi crolla tutto. Dobbiamo mantenere un’idea di rete, un po’ come internet, se crolla un server non crolla tutta la rete!

Alla prossima puntata.

Acqua… fuochino… fuochino… FUOCO!

Sulla scia (il termine non è casuale) degli articoli inerenti gli abbruciamenti agricoli, forestali e non, riporto un paio di immagini ad esempio di ciò che avviene ogni giorno ed avveniva alcuni giorni addietro. Come si può notare, le condizioni atmosferiche di bassa pressione non consentono ai fumi di elevarsi.

Nel primo caso, a Cadimare (SP), le emissioni seguono due percorsi diversi (anche in ragione di due fuochi diversi, da quanto può interpretarsi dall’immagine), uno sul fronte dell’abitazione, tende ad alzarsi per un tratto per poi curvare a sinistra, ed un altro sul retro della casa, più sul crinale della collina, diventa incredibilmente simile a foschia, o nebbia, trasformandosi in una lunga lingua di fumo che segue il profilo collinare verso sinistra. La nebbia, vi assicuro non c’entra nulla.

Cadimare (2016)
Cadimare (2016)

Nel secondo caso, sulle alture delle Grazie (SP), il fumo si alza ben poco per poi allargarsi e discendere verso il centro urbano. Uno dei frequentissimi casi che rendono spesso Le Grazie un po’ la Milano locale, comunque con condizioni ambientali che ricordano più una metropoli che un paese di mare.

Le Grazie (2016)
Le Grazie (2016)

Tutto ciò non contribuisce, sicuramente, al benessere della popolazione.

Per chi vuole approfondire il tema trova i miei articoli nel “dossier fuochi“.