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Palmaria, Portovenere (SP): l’isola, il masterplan e il Parmaea, il vino misterioso di Heydi Bonanini

Le relazioni fra l’isola Palmaria, l’agricoltura che non c’è, il masterplan speculativo e il vino Parmaea di Heydi Bonanini, da una vigna che non è sua, né di proprietà, né per conduzione della vigna secondo i dati AGEA.

Il nuovissimo vino Parmaea e masterplan dell’isola Palmaria, ci sono relazioni fra questi due elementi, oltre a riguardare lo stesso luogo? E come stanno le cose riguardo a questo vino?

La vigna del Parmaea e gli olivi sull’isola Palmaria, in una recente immagine del 2019

Chi conosce, con un minimo di approfondimento, il grande progetto che Regione Liguria e Comune di Portovenere stanno cercando di rendere operativo, a seguito del protocollo di intesa con la Marina Militare coadiuvato da Agenzia del Demanio, MIBAC e Segretariato Regionale dello stesso MIBAC, dovrebbe dire che si, ci sono relazioni evidenti e dirette.

Tra i vari punti nodali del masterplan, è proprio l’agricoltura a fare la parte del leone, assieme alla ristrutturazione, o forse sarebbe meglio scrivere, ricostruzione, di molti immobili fatiscenti o di poche pietre, di scarsa o nulla importanza storica, spariti sotto la vegetazione. Natura, in buona parte, da decenni, diventata boschi e macchia mediterranea. Ne ho scritto nel precedente articolo “Isola Palmaria, Portovenere (SP): le profonde incompatibilità del piano Toti col sito UNESCO“. Ovviamente, a parte qualche eccezione, che di storico c’è e non ha poco peso sull’isola. Ma il primo punto, in questo articolo è, che c’entra l’agricoltura?

Il masterplan è oltremodo chiaro, basandosi su una visione geograficamente errata e anacronistica del futuro dell’isola, sorpassata anche dal piano di gestione del sito UNESCO, pretende di riportare, in grande scala, l’agricoltura di fatto sparita da più di mezzo secolo e soppiantata dalla natura, selvaggia o rinselvatichita dell’isola, con le proprie importanti peculiarità biologiche (e non solo) di sito di importanza comunitaria. Geograficamente e non solo storicamente, poi, la Palmaria è in condizione ben diversa e distinta dalle Cinque Terre, di cui non ne è la continuità. Il bello della Palmaria è proprio il suo spirito selvaggio, scarsamente antropizzato. Il masterplan, invece, la vuole molto antropizzata, con tutto ciò che ne può derivare: speculazione edilizia e tanta agricoltura. In questo caso, diversamente dalle Cinque Terre, non si tratta di recuperare terrazzamenti abbandonati da alcuni anni o decenni, ma di abbattere almeno 2/3 dei boschi esistenti. La parola agricoltura, quindi, in questo caso, non è utilizzata a scopo bucolico, ma più propriamente a fare buchi nella boscaglia. Anzi, peggio.

Detto questo, appare evidente che, a pochi giorni dalla presentazione del masterplan, una campagna pubblicitaria in larga scala, o meglio di marketing, se volete, fluita da agenzie stampa come l’ANSA, giornali e riviste, online e su carta, ma anche TV, di un nuovo vino chiamato Parmaea, “il vino dell’isola Palmaria”, ha destato in me e in molti altri qualche sospetto di correlazione. Questo perché di vino della Palmaria mai se ne era sentito parlare, se non di poche bottiglie, tra pochi. Vediamo.

Leggendo tra i numerosi articoli usciti da giugno 2019, sul vino Parmaea, troviamo:

  • Vino, recuperato un antico vigneto sull’isola Palmaria“, sotto titolo “E alle Cinque Terre propoli e alghe per curare la vigna“, ANSA, 21.06.19. Nel testo si scrive: “Dal recupero di un antico vigneto riparte la produzione del vino sull’isola Palmaria. È il Parmaea, appena 1.200 bottiglie di bianco, prodotto su mezzo ettaro di terreno proprio in faccia a Porto Venere (La Spezia). <<Questo attualmente è l’unico vigneto presente sulla Palmaria, abbiamo recuperato il vigneto e siamo riusciti a creare questo vino fresco, grazie ai vitigni albarola, vermentino e trebbiano, ma che risente anche della salinità dovuta alla vicinanza con il mare>> spiega il produttore Heydi Bonanini, della cantina Possa di Riomaggiore. La maggior parte delle bottiglie sono state acquistate al momento dal Grand Hotel Portovenere, ma l’intenzione è di triplicare la produzione allargando il vigneto. (…)“;
  • Recuperato l’antico vigneto sull’isola di Palmaria“, Il Secolo XIX, 21.06.19. Più o meno lo stesso testo ANSA;
  • L’isola di Palmaria (SP) ha il suo vino: si chiama Parmaea e si beve al Grand Hotel Portovenere“, Food Affairs, 20.06.19. In cui si scrive: “Il Grand Hotel Portovenere e la cantina Possa di Riomaggiore (SP) riportano a nuova vita il vino dell’Isola di Palmaria, l’isola più grande dell’arcipelago spezzino antistante il borgo marinaro patrimonio dell’UNESCO. Palmaria ha un territorio prettamente boschivo e di macchia mediterranea, e racchiude all’interno un vero e proprio gioiello: un vigneto di circa mezzo ettaro da cui è nata una selezione di circa mille bottiglie. (…)“. L’articolo continua: “(…) Ventiquattro ore di macerazione sulle bucce; passaggio in acciaio; due le sfecciature nell’arco del primo mese e poi continua sulle fecce fino all’imbottigliamento. <<Il Parmaea fa fermentazione spontanea – spiega il produttore, Heydi Bonanini – non viene né filtrato, né chiarificato>>. Il vigneto da cui scaturisce questa selezione è di 6 mila metri quadrati, da un posizione esposta a nord e a un’altezza di 35-40 metri sul livello del mare. (…)“. Ed ancora: “(…) Si tratta dunque di un’operazione di valorizzazione territoriale, attuata da realtà imprenditoriali attente al territorio. (…)“, “Nel 2018 il Grand Hotel ha registrato oltre ventimila clienti – spiega Cristina Raso, responsabile marketing e comunicazione – grazie anche al raggiungimento della quinta stella, siamo riusciti ad attrarre un crescente numero di ospiti stranieri. (…) E’ proprio in quest’ottica che è nata la partnership con la cantina Possa di Riomaggiore, con cui puntiamo a garantire la consueta atmosfera internazionale e cosmopolita, valorizzando al tempo stesso le specialità locali. (…)“.
  • La Palmaria ha il suo vino: si chiama “Parmaea” e si beve al Grand Hotel“, datato 21.06.19, riportato da Città della Spezia News. Identico articolo a Food Affairs, ma con due paragrafi in più.

Da questa lettura e ulteriori (citate in seguito) recuperiamo una serie di elementi che mi sono permesso di verificare e di capire, per fare un po’ di fact checking e per scoprire come stanno realmente le cose:

  1. Heydi Bonanini, in esteso Samuele Heydi Bonanini, figlio di Franco detto “il Faraone” (per come gestiva la cosa pubblica alle Cinque Terre), è il titolare dell’azienda agricola “Possa“. Lui stesso scrive sul sito aziendale “possa.it”: “(…) Avevo appena 40 giorni quando i miei genitori mi portarono per la prima volta a Possaitara. Una valle con un microclima particolarissimo che fino a poco tempo fa era destinata a scivolare inesorabilmente verso il mare, trascinando con sé, oltre ad alcuni secoli di storia, anche uno dei sentieri più suggestivi delle Cinque Terre, quello che conduce a Canneto. (…)“. Me lo ricordo benissimo quel sentiero, una volta si poteva percorrere liberamente, poi non più. Non so adesso. Con la barca o a piedi, si raggiunge una piccola e gelida cascata in spiaggia, proprio sotto ad uno dei rari punti in cui il treno trova un po’ di luce prima di tornare nel buio della galleria, a poca distanza da Riomaggiore, la prima delle Cinque Terre, provenendo da La Spezia. Questa azienda sta a poco più di 8 Km in linea d’aria, circa 4 miglia marine, da punta Beffettuccio dell’isola Palmaria, di fronte alla chiesa di S. Pietro. Poi però, bisogna salire sull’isola per raggiungere il vigneto agognato, approdando al Terrizzo, quindi percorrendo l’unica strada carrozzabile;
    Dove si trova la vigna del Parmaea (ovale giallo)
  2. le uve del vino Parmaea dell’isola Palmaria dovrebbero fare il percorso inverso (incluso salire dal mare per arrivare all’impianto di vinificazione), visto che non vengono trattate sull’isola, ma presso l’azienda Possa di Riomaggiore, come conferma La Repubblica nell’articolo Metti una sera a cena con Shelley e Montale: Palmaria e il Golfo dei Poeti di Licia Granello, quando scrive: “(…) Il progetto di valorizzazione territoriale prevede che la cantina Possa di Riomaggiore si occupi della vinificazione, in linea con i principi ispiratori dell’azienda, e quindi naturale, mentre il Grand Hotel Portovenere acquista in esclusiva il migliaio di bottiglie prodotte, forte di una clientela letteralmente assetata d’Italia (90% di stranieri, di cui quasi la metà americani) (…)“. Peccato che sull’etichetta del Parmaea risulti la scritta: “Imbottigliato all’origine da: Azienda Agricola Possa di Bonanini Samuele – Heydi – Riomaggiore – Italy“. Tutto ciò mi porta in confusione, l’origine qual è? Ne deduciamo, inoltre, che l’iniziativa di marketing è sinergica tra albergo e azienda vinicola;
  3. il vigneto è l’unico sull’isola Palmaria. Vero, come si leggeva nei vari articoli in precedenza, sta sul promomontorio nord dell’isola, ma non a 35-40 metri sul mare (come scritto), bensì ad oltre 100 metri di altitudine, come conferma Google Earth.
    La vigna, altitudine ad oltre 100 metri

    Forse non proprio un dettaglio, dato che trovo nel blog di Francesco Zonin (vicepresidente della Casa Vinicola Zonin S.p.A.) questi passaggi: “(…) La maturazione e l’accumulo zuccherino cambiano notevolmente da un’altitudine all’altra e si calcola che ad ogni 100 m di aumento dell’altitudine vi sia una diminuzione di quasi un grado della gradazione zuccherina dell’uva. Le differenze di altitudine contribuiscono molto alla qualità dell’uva e del vino che ne deriva poiché oltre al tenore zuccherino influenzano il patrimonio aromatico dell’uva, le sostanze coloranti, i tannini, l’acidità, il pH e ancora molti altri componenti dell’uva stessa. (…)“. La salinità che influisce sul vigneto, come dichiara Bonanini (a 35-40 metri), è la stessa ad oltre 100 metri? Forse non esattamente;

  4. il vigneto produce circa 1200 bottiglie di vino e questo è possibile, ma appare del tutto errata la descrizione sul mezzo ettaro di vigneto, o di 6000 mq. come dichiara lo stesso Bonanini, ripetuta in numerosi articoli e anche in una scheda tecnica sul sito “www.triplea.it”, per il quale il vigneto raggiungerebbe la misura di 0,6 ha (ettari). In realtà, l’estensione originaria del vigneto era di poco meno di mezzo ettaro (0,443 ha), ma fino al dicembre 2007, per il catasto terreni. Dal 2007 ad oggi, il vigneto non solo non raggiunge il mezzo ettaro, ma risulta essere di 1012 mq., ovvero 0,1012 ha.
    Estensione del vigneto, poco più di 1000 mq. circa, ovvero 1/10 di ettaro. La misura in foto include parti non a vigneto.

    Questo perché, parte del vigneto originario è stato soppiantato da una coltivazione ad olivi, sempre secondo il catasto. Risulta esserci anche una segnalazione AGEA (Agenzia per le erogazioni in agricoltura) in data contestuale del 12.12.2007, che porta la presenza di due parti a vigneto di 566 mq. ognuna, per un totale di 1132 mq. Il restante è destinato a pascolo, boschi e olivo. Parliamo sempre del mappale in cui è presente il vigneto. A fianco ci sono altri terreni a olivi. Quindi siamo sempre lì, più o meno. Secondo stime che si possono facilmente fare, basate su parametri tecnici abbastanza concordi, tale vigna può produrre vino per 1200 bottiglie. Un ettaro di vigna produce circa 100 quintali d’uva e, con poco più di un chilo d’uva, si produce una bottiglia da 0,75 l.. Però, il discorso cambia quando si parla di disciplinari e/o qualità del vino. Il concetto, da inesperto, che mi pare più importante, direi è questo: più alta è la produzione di uve per ettaro, inferiore sarà la qualità delle stesse e, quindi, del vino. Certamente, riducendo all’osso i numerosi fattori che concorrono alla produzione di un buon vino. Ma questo è un punto imprescindibile e scritto chiaramente nei disciplinari dei vari vini DOP, IGP e tutte le altre sigle che vi e mi risparmio, in quanto questi disciplinari sono regolati per legge, ma non è semplice addentrarsi nella normativa. In ogni caso, il fattore “resa per ettaro” è assolutamente fondamentale. Quindi, capite bene, che un conto è affermare che si producono 1200 bottiglie su mezzo ettaro mentre, in realtà, si producono su un’area che è un quinto del mezzo ettaro dichiarato nella campagna stampa, di marketing e anche su siti più tecnici. Ciò a prescindere dal fatto che il vino non sia legato ad un disciplinare, come nel caso del Parmaea, che ha solo la garanzia del produttore e nulla più. Devo poi aggiungere che, il vino Parmaea non è presente sul sito della stessa azienda agricola “possa.it“, ad oggi ancora non aggiornato;

  5. secondo i vari titoli degli articoli citati e ulteriori, si tratta di un antico vigneto recuperato sull’isola e tutto fa credere che sia stato recuperato dallo stesso Heydi Bonanini. Egli stesso dichiara all’ANSA (e non solo): “Questo attualmente è l’unico vigneto presente sulla Palmaria, abbiamo recuperato il vigneto e siamo riusciti a creare questo vino fresco, grazie ai vitigni albarola, vermentino e trebbiano, ma che risente anche della salinità dovuta alla vicinanza con il mare“. Quindi mi sarei aspettato che Bonanini fosse il proprietario del vigneto da anni, almeno per rendere la vigna produttiva e, invece, scopro che non solo non ne è il proprietario al 18.07.19 (e immagino ad oggi), ma nemmeno il conduttore formale della vigna, come da comunicazione AGEA (per quanto risulta ad oggi). Il conduttore risulta essere Giancarlo Isola, che ne è proprietario, assieme alla moglie Maria Gabriella Tamburi, dal 1977. All’epoca il vigneto era alla sua massima espansione a 4440 mq.. Nel 1996 scese a 4430 mq. e, poi, nel 2007 venne portato a 1012 mq., come oggi. Scopro, quindi, che nel 2006, “Il Giornale”, a firma Maria Vittoria Cascino, scriveva: “(…) L’osservatorio privilegiato è la Palmaria, un centinaio di abitanti, una trattoria e tre aziende agricole per un triangolo di 6.5 chilometri quadrati. [!!! – n.d.r.: pare che sia di 1,89 kmq e 6,5 chilometri (circa) di costa, secondo altre fonti e pure secondo i miei conti] (…) Ci sta la cartolina e il patrimonio dell’Unesco. Ci stanno i sentieri che la scorrono aspri e i turisti che la tastano con gli scarponi. Ma ci sono gli altri, quelli delle lenzuola gonfiate dal vento di mare. Che hanno disboscato e recuperato. Sui versanti più dolci che guardano Portovenere. (…) È la Palmaria che non ci sta a finire sul sito dei tesori cristallizzati. [ndr: chiaro il concetto?] Da qua, in questa fortezza che diventa ventre, Gabriella Isola è davanti al banco dei suoi prodotti. Una brochure? Macchè, ti dice lei tutto. Ti racconta di Cà del Mar, l’azienda agricola a 90 metri sul livello del mare, che manda avanti sull’isola con marito, figlio, un’amica e una parente. «Cinque disperati» scherza Gabriella. Per diecimila metri quadri e trentacinque anni di lavoro. Olio , mirto e «da quest’anno abbiamo portato l’uva fuori dall’isola». Il vino lo hanno sempre fatto. Buono per loro. Poi il sommelier Antonello Maietta scopre il vigneto, il marchio IGT che è un peccato dimenticarselo al largo. «Ci propone di farne un vino tipico». Mica facile. Caricati l’uva nella cassette, scendi al mare, imbarcala e scaricala sul camioncino che la porta a Monterosso per la spremitura. «Alla prima era già intorno ai 12-13 gradi». Lo stanno aspettando questo vermentino di Palmaria, che l’uva bianca adagiata a natura morta lo anticipa nell’immaginario.“. L’articolo continua e cita un altro produttore di vino, l’azienda di Gianluca Bianchi, la “Casa del Frate”, che sul proprio sito riporta i 6,5 km dell’isola, senza specificare altro (ecco da dove arrivano i kmq dell’articolo de Il Giornale). L’azienda è anche una casa vacanze e tra “I nostri prodotti” scrive: “La ‘Casa del Frate’ è anche azienda agricola, specializzata nella produzione e vendita di olio d’oliva D.O.P., vino bianco, rosso e vermentino ‘Colli di Luni’ D.O.C., mirto, limoncino e marmellate di fichi, arance e susine.“. In breve il vino originario della Palmaria, qui, non appare, nemmeno in foto fra i prodotti. Ma torniamo a ciò che ci dice Gabriella Isola, il vino, per la prima volta, esce dalla Palmaria nel 2006, data dell’articolo. Ecco la vera storia di questo vigneto, ora mi pare chiaro che Bonanini non abbia scoperto proprio nulla su quest’isola. Per il resto, possiamo immaginare ci sia un accordo fra i signori Isola e lo stesso Bonanini, ma la storia è un po’ differente;
  6. infine, per tornare ai collegamenti masterplan e agricoltura troviamo, in diversi articoli, passati e recenti, incontri ed interviste per promuovere i prodotti della terra e del mare. Si abbina, quindi, il vino locale, Cinque Terre e anche Parmaea, alle ostriche verdi della Cooperativa Mitilicoltori Spezzini. Ad esempio, in questo articolo del Corriere della Sera del 06.07.19, dal titolo “A picco sul mare, il vino (raro) da Palmaria, dove si scrive, ripetendo un po’ gli altri articoli, ma, finalmente, affermando che Bonanini è arrivato da poco sull’isola: “(…) Si chiama Parmaea, 13,5 gradi. Per una delle 1.200 bottiglie del 2018, annata del debutto, si versano 26 euro. (…) E’ arrivato nell’ex roccaforte militare da poco. Prima, una famiglia si occupava del vigneto. Ne ha recuperato poco più di mezzo ettaro. (…)“. Sicuri? Su foto e carte ufficiali non risulta, come abbiamo visto. Resta il fatto che la proprietà e la conduzione formale AGEA del vigneto, rimane ancora registrata ai sig.ri Isola. Un vigneto, poi, non si recupera certo in pochi mesi, uno o due anni. Da quando è arrivato Bonanini? In che condizioni era la vigna prima che lui arrivasse? Dove sta mezzo ettaro di vigneto? Perché pure in questo articolo si vedono solo fotografie della sua azienda alle Cinque Terre. Ma ecco le ostriche: “(…) Funziona con le ostriche verdi locali, lo ha scoperto il ristorante del Grand Hotel Portovenere, pentastellato, che ha eletto il Parmaea come trampolino di lancio per tour turistici alla scoperta di vini e cibi sulle orme di Lord Byron. (…)“. Ed ecco il collegamento, agricoltura del mare presso l’isola, agricoltura sull’isola e l’espansione del vigneto (da triplicare, vedi articoli iniziali) desiderata da Samuele Heydi Bonanini. Del resto anche nell’articolo de La Repubblica, già citato, si scriveva: “Il vino di Palmaria, infatti, rappresenta l’inizio di un itinerario gastronomico per nulla virtuale, a partire dagli allevamenti di muscoli e ostriche, che abitano il golfo da oltre un secolo. I responsabili della Cooperativa Mitilicoltori Associati del Golfo spiegano orgogliosi l’unicità delle ostriche, che un particolare tipo di plancton colora magicamente di verde. Non è solo una questione cromatica: i microrganismi Navicula blue prosperano spontanei grazie alla quota di microplastiche dimezzata rispetto alla media del Mediterraneo e all’alta percentuale salina delle acque del golfo. Il che significa molluschi più gustosi e naturalmente “disinfettati” (non avrebbero nemmeno bisogno della stabulazione per abbassare la carica batterica).“. In realtà pure le ostriche, dal 2018 temporaneamente e da qualche mese come riclassificazione ufficiale da parte della ASL 5 Spezzino, hanno necessità della stabulazione, ora obbligatoria. Comunque è, chiaramente, un gioco di squadra: muscoli (cozze), ostriche, vino (della Palmaria incluso) e prodotti locali vari. Tutto ciò mi fa anche pensare ad un non secondario conflitto di interessi fra chi fa parte del direttivo di Legambiente, anzi ne è presidente del circolo spezzino e, contestualmente, si avvale di concessioni per la mitilicoltura (e ostricoltura) per la cooperativa di cui è membro. Oltre ad avvalersi del supporto di questo sindaco e del Comune per la promozione dei propri prodotti. Mi riferisco a Paolo Varrella, presidente di Legambiente La Spezia, in questo articolo del 2018 (sul sito “vinibuoni.it”), durante una delle ricorrenti opere di incontro e promozione territoriale, assieme al sindaco di Portovenere, Matteo Cozzani (a vedere le foto), primo promotore del masterplan, anzi secondo, dopo Giovanni Toti. Legambiente, però, in prima linea (ora, non prima) a contrastare il masterplan sull’isola Palmaria. Chissà fino a quando, chissà fino a dove;
  7. ma un ultimo appunto, nello stesso articolo citato al punto precedente, come in molti altri, si afferma: “(…) il Grand Hotel Portovenere acquista in esclusiva il migliaio di bottiglie prodotte, forte di una clientela letteralmente assetata d’Italia (90% di stranieri, di cui quasi la metà americani). (…)“. Veramente in esclusiva o qualche bottiglia in più è sfuggita all’esclusiva del Grand Hotel Portovenere? In realtà l’ANSA non scriveva di esclusiva, ma di maggioranza di bottiglie. Ed anche perchè su Deskgram, la versione desktop di Instagram, ho trovato che la condotta (sede locale) Slow Food La Spezia scrive: “#Parmaea , appena 1.200 bottiglie di bianco, prodotto su mezzo ettaro di terreno dell’isola #Palmaria, proprio in faccia a #Portovenere. Lo trovate dalla socia #silviacardelli all’ @osteriadellacorte“. Ma forse era solo una bottiglia in più, la 1201. Comunque agli americani non lo diciamo, ok?

Qualcosa mi è sicuramente sfuggito, per me fare questo articolo è stata una scoperta continua, infatti è piuttosto disorganizzato. Ma spero si sia compreso l’essenziale. Poi, chissà, forse ne farò un’altra puntata, se capita.

Isola Palmaria, Portovenere (SP): le profonde incompatibilità del piano Toti col sito UNESCO

Vorrei cercare di focalizzare la questione Palmaria, ovvero del grande progetto di sfruttamento della splendida isola, finora parzialmente preservata dalla speculazione edilizia (e pseudo-agricola), non tanto sul masterplan dell’architetto Kipar e dei suoi committenti (Regione e Comune di Portovenere), ma sul protocollo d’intesa con la Marina Militare e le contraddizioni/incompatibilità con i vari piani di tutela, regolazione e pianificazione, a tutti i livelli. In questo articolo, per ora, sul piano del sito UNESCO “Portovenere, Cinque Terre e isole (Palmaria, Tino e Tinetto)”.

Perché scrivo parzialmente preservata dalla speculazione edilizia, perché basta guardare le fotografie degli anni ’50 e successive, per vedere e capire che diversi sono gli immobili edificati (case, talune abitate o utilizzate), anche dove prima non c’erano. Dove, insomma, non c’era nemmeno una seppur minima giustificazione di natura storica. La Palmaria, come il resto del Comune di Portovenere, non è stata certo immune dalla mano edificatoria dell’uomo degli ultimi sessanta-settant’anni. Diversi immobili sono stati abbandonati a loro stessi, ed oggi, in buona parte, sono in condizioni pietose, se non totalmente diruti o spariti, sotto la coltre vegetale o boschiva. Tranne poche eccezioni, di queste, ben meno sono di interesse storico. Trovare volumetrie da ristrutturare, in realtà da riedificare ex-novo, è esercizio principale di questo piano regionale-comunale, sostenuto dalla “fortunosa” giustificazione di dover rendere conto dei costi, piuttosto onerosi, derivanti da un protocollo d’intesa sostanzialmente incostituzionale. Che la Marina Militare possa vantare benefici economico-finanziari sulla cessione di beni che non sono suoi, ma del demanio pubblico, è cosa assai strana ed è stata ultimamente rilevata più volte. Giustamente. Questo è il punto di partenza. Non il masterplan, sostanzialmente un piano di massima, di buone intenzioni, pardon, pessime intenzioni, il quale verrà sicuramente cambiato mille volte, anche dopo una eventuale formulazione definitiva ed operativa, che mi auguro mai possa avvenire. Disperdere la discussione, o l’operatività per contrastare il masterplan è solo un mero esercizio accademico ed inutile, perché ciò che “obbliga” (piacevolmente per alcuni) a dover speculare finanziariamente ed economicamente sul bene comune isola Palmaria, è esclusivamente il protocollo di intesa con la Marina Militare. Lo scenario 1, ad esempio, era solo uno specchietto per le allodole, insostenibile economicamente, ma utile nelle fasi iniziali di propaganda di uno pseudo percorso partecipato, che al massimo è stato solo di ascolto. In realtà nemmeno quello, ma ha comunque contribuito a fare girare l’economia della giostra “masterplan” e ad intessere una possibile relazione con ambienti potenzialmente interessati ad una fetta della torta, anche se in formale opposizione politica.

La parola magica è “valorizzare”, ma nell’accezione piuttosto abusata di questi tempi di “capitalizzare”. E’ questo il senso vero del piano di “capitalizzazione” dell’isola Palmaria. Ma troveremo altre parole magiche nelle varie pieghe dei provvedimenti amministrativi che si curano di portare a termine questo progetto. Ad esempio “armonizzazione“, nel senso di “sottomissione”, ovvero sottomettere i piani di tutela, pianificazione, regionali, comunali e parco al masterplan (al protocollo d’intesa, in realtà) e non il contrario, come ragionevolmente dovrebbe essere. La parola chiave “armonia” torna, però, anche in altri passaggi, ad esempio nell’ambito uomo-natura, come vediamo subito di seguito.

Mi vorrei soffermare sul piano di gestione UNESCO, per il quale la Palmaria ha un ben definito e distinto ambito territoriale, il n. 94, assieme a Portovenere. Soprattutto, la Palmaria nel piano UNESCO, è bene saperlo, non è parte del calderone “Cinque Terre”, ovvero di ciò che viene scritto più volte anche negli atti ufficiali di Regione e Comune, prendendo a prestito la sintesi estrema della definizione del sito n.826. Questa è solo la definizione più generale, alla base della nomina del sito UNESCO nel 1997, come tradotta in italiano (forse non troppo fedelmente all’idea in lingua inglese): “(…) la Riviera Ligure di Levante tra le Cinque Terre e Portovenere è un’area culturale di eccezionale valore, che mostra l’armonioso rapporto tra uomo e natura cui si deve un paesaggio di straordinaria bellezza scenica dimostrazione di un tradizionale modo di vivere che si è conservato per mille anni e che continua a svolgere un’importante funzione socio economica nella vita della comunità (…)“.

L’ “armonioso rapporto tra uomo e natura“, infatti, diventa l’arco di volta su cui si appoggia la giustificazione a radere al suolo i boschi della Palmaria. A dire che la Palmaria è sporca, vada ripulita dai rovi. Per Toti & friends la Palmaria diventa un’isola da erbicidi. In realtà da motoseghe. Per i suoi luogotenenti, un’isola di splendidi terrazzamenti agricoli che aspettano solo di rivedere la luce tirando via solo erbacce infestanti e rovi. In realtà e non lo dico solo io, ma pure lo stesso Kipar a pag. 24 della relazione tecnica al masterplan: l’isola Palmaria è (sorpresa) coperta, per una buona parte, da boschi maturi di pino marittimo, di leccio, di pino d’aleppo e leccio ed anche di latifoglie termofile. Chi l’avrebbe mai detto?

Masterplan, pag.24

Detto questo, sempre lo stesso Kipar, nel suo masterplan (allegato tavola 3), ci fa sapere che ne vuole fare dell’isola, per ora.

Ebbene, l’agricoltura (altra parola magica) servirà a radere al suolo boschi (è chiaro), non a “pulire” dai rovi. Grosso modo, almeno 2/3 degli attuali boschi spariranno per i terrazzamenti agricoli. E voi siete sicuri che rimarranno, poi, terrazzamenti? Io, no. Ma io sono prevenuto, dato che di abusi in questa area UNESCO ne ho visti da tempo (non di poco conto) e nessuna delle autorità competenti ne vuole la “messa in pristino”, non discrezionale di legge. La mia fantasia, quindi, galoppa. Mi aspetto, perciò, un buon vino dalla Palmaria, magari di nome “Strinea” (per gli spezzini doc).

Altra sorpresa, a confrontare le due mappe sopra, sarà il trasferimento di parte dei boschi (!!!), dalla parte nord, alla parte sud e sud-est dell’isola, dove ora ci sarebbe la “pseudo-steppa”. Mi chiedo come avverrà, perché non ho ancora visto nulla sul “trasloco” boschi nel masterplan e nei documenti ufficiali dei nostri lungimiranti amministratori pubblici.

Ma ecco che diventa importante leggere il Piano di Gestione per il sito UNESCO. Per la precisione la scheda dell’ambito territoriale n.94, Portovenere, all’interno del “Quaderno 2 – Quadro pianificatorio” a cura dell’architetto Elisa Zanetta. La scheda, non per nulla, è riportata pure dallo stesso Kipar nel documento di “Fase 1 – Approfondimento conoscitivo” a pag.60, ma vedrete che se la sono dimenticata un po’ tutti. Tanto era solo la fase 1, da mettere in cantina.

Piano di Gestione per il sito UNESCO – Quaderno 2 – Quadro pianificatorio, pag.15
Piano di Gestione per il sito UNESCO – Quaderno 2 – Quadro pianificatorio, pag.16

La descrizione è ammirevolmente precisa, puntuale. Soprattutto pone una netta distinzione fra il paesaggio umano delle Cinque Terre e il paesaggio, chiaramente selvaggio, o rinselvatichito se preferite, ma attuale e sostanziale da molti decenni, più di mezzo secolo, della Palmaria.

Il promontorio di Portovenere e isole “Pur essendo la prosecuzione del versante delle Cinque Terre a sud e del golfo di La Spezia a nord, presenta alcune caratteristiche proprie di tipo geomorfologico e insediativo“. Molti si perderanno sul secondario, ne sono sicuro il “di La Spezia” al posto del “della Spezia”, che odio con tutte le mie forze. A scuola mi hanno insegnato che “La” è parte del nome e giustamente non si declina. Casomai si elimini l’articolo tout court e si scriva “di Spezia”, lo apprezzerei di più e semplificherebbe la vita a tutti. Ma torniamo a noi.

Prosegue: “Di notevole valore paesistico è l’isola Palmaria, caratterizzata da un versante roccioso, con grotte, a picco sul mare e da quello opposto che scende gradatamente all’arenile, con approdi e lembi di spiaggia, coronata da vegetazione mediterranea“. Coronata da vegetazione mediterranea, mi vengono i brividi per la contentezza. Esattamente!

E qui arriva una delle parti più belle. Ricordiamoci che questa è la descrizione ufficiale del quadro pianificatorio UNESCO di Portovenere e Palmaria nello specifico, non sono quattro chiacchiere come il masterplan. Questo documento non è “armonizzabile” da Marco Scajola per conto Toti: “Sull’isola Palmaria si trova una ricca vegetazione spontanea ben conservata, con pinete a pino marittimo, macchia mediterranea e latifoglie termofile (leccio e roverella).“. Mi chiedo, su che base il Segretariato Regionale per la Liguria alla “cabina di regia” abbia approvato questo masterplan, ma soprattutto abbia permesso l’inizio dei giochi con questo protocollo d’intesa. Il rappresentante italiano dell’UNESCO dovrebbe farsi venire i capelli dritti, si sta facendo strame (queste si) del piano UNESCO per Portovenere ambito 94.

E poi, per fare strame noi dell'”armonioso rapporto tra uomo e natura“, si afferma: “Le isole, viceversa, a parte alcune emergenze monumentali sono prive di insediamenti.“. Alcune case abitate e altre disabitate, non fanno certo un insediamento stabile. Un vero centro urbano, non c’è. Per carità non parliamo di Terrizzo. Pure lì non c’è un centro urbano. Ergo, per l’UNESCO l’isola è da tutelare in quanto ambiente naturale, nulla di più. Non ci piove.

Ed ancora: “La configurazione paesistica dell’ambito, pur con aspetti simili alle aree confinanti, si struttura in un’unità di promontorio a sé stante con valori paesistici autonomi ed esclusivi. Il versante che è geograficamente la prosecuzione delle Cinque Terre si differenzia da queste per la scarsità di insediamenti, l’inaccessibilità e la bellezza della costa.“. Ma si, è straordinariamente vero: la Palmaria (e con essa Portovenere) è ben diversa dalle Cinque Terre. Non si può parlare di vigne, di terrazzamenti. La Palmaria potrebbe benissimo, e sarebbe meglio, far parte di un parco nazionale assieme alle Cinque Terre, ma va trattata per come è ora, realmente, non per come la vorrebbero gli speculatori del mattone o della vigna (ergo sempre del mattone), per poi farne un albergo (o casa), passando attraverso fondi comunitari agricoli e agrituristici.

Quindi si scrive: “… l’appropriazione da parte della Marina Militare di insenature e di tratti costieri, anche se inibisce la godibilità del territorio, ne ha forse impedito lo sfruttamento intensivo.“. Toglierei il forse, sicuramente ne ha impedito lo sfruttamento intensivo, anche se la M.M. danni ne ha fatti e ne sta facendo. Sempre meno, però, del costruttore dalla moneta cash. Questa tutela che ci lascia la M.M. delle isole è, comunque, una grande fortuna. Facciamo in modo di non mandare tutto alle ortiche, o meglio, ai mattoni.

Si prosegue con la parte B della scheda ambito 94 UNESCO, B1 assetto insediativo: “MANTENIMENTO – L’indirizzo normativo è volto a tutelare gli attuali rapporti di equilibrio esistenti tra aree insediate e aree non insediate.“. Mantenimento, quindi, non sviluppo, non valorizzazione nell’accezione di capitalizzazione, ma di valorizzazione del bene per come è, e deve rimanere, con ben pochi, minimali interventi.

E ancora più chiaramente: “Sulle restanti parti dell’ambito, isole comprese, le potenzialità insediative sono da ritenersi esaurite.. ESAURITE. STOP. Nessun recupero di fabbricati senza valenza storica e a fini di vendita o concessione. Nessuna volumetria da recuperare a fini economici.

Per l’assetto vegetazionale poi si prevede: “CONSOLIDAMENTO-MODIFICABILITA’ – Boschi nel complesso poco estesi, la cui superficie può essere incrementata rispettando le tendenze evolutive in atto su aree prative e arbustate.“. Nessun abbattimento di boschi. Rispetto totale, se non incremento delle aree boschive. Altro che ampliamento delle aree agricole, quasi inesistenti, in Palmaria.

Interessanti, infine, al punto C, le azioni proposte, che in parte paiono ancora lontane dall’esaudirsi, come l’eliminazione della servitù militare tra il Varignano e Punta Castagna, per la parte continentale. Ma in concreto si chiede: “(la) formazione di un parco organizzato per la fruizione in accordo con le disposizioni della legge regionale istitutiva approvata nel dicembre 1985 comprendente il promontorio di Portovenere e le isole Palmaria, Tino e Tinetto rese accessibili per riduzione delle servitù militari, sia con un adeguato servizio marittimo che con una migliore infrastrutturazione delle percorrenze pedonali e dei servizi presenti o da istituire al loro interno. (…)”. Si qualche servizio, qualche struttura d’appoggio, ma al parco in sostanza. Certamente, aggiungo io, quello che serve ai residenti veri, ma nulla di più, nulla. Altrimenti perderemo il senso, l’anima di questa magnifica isola, un unicum per la nostra regione e per l’UNESCO. Il più potrà solo fare danni e contribuire a ridurre le risorse naturali-turistiche del nostro fragile territorio.

A questo punto mi chiedo, i titolari dell’azione UNESCO nel nostro ambito territoriale stanno facendo il proprio dovere? Com’è stato possibile far approvare il masterplan, senza che si siano rilevate tutte queste contraddizioni, non conformità col piano UNESCO, ambito 94, per Portovenere e isole? Le cose non tornano.

Sappiamo comunque che la c.d. “armonizzazione” di Toti-Scajola sarà, molto probabilmente, amministrativamente impugnabile, magari inglobando l’incostituzionalità, o almeno l’illegittimità, del protocollo d’intesa con la M.M., oltre ad altri aspetti tecnico-giuridici e strategici da giocare a tempo debito. Senza parlare dei vincoli che si cercano di saltare. Insomma, di strada da fare ce n’è ancora molta, il tempo passa e pure le amministrazioni. Nulla è perduto. NO masterplan, ma soprattutto NO protocollo d’intesa capestro e SI Palmaria selvaggia.